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LO SPACCO - 16 - Umit Inatci, Auto Critica

Foto da Istanbul

[Umit Inatci – qui sopra fotoritratto il 15 gennaio scorso in una libreria sulla Istiklàl, a Istànbul - scrive e dipinge, in modo sperimentale. Per fortuna. C’è chi segue le regole e chi fa le regole.
In questa rubrica ha pubblicato negli ultimi mesi poesie e pitture, che sempre hanno suscitato reazioni diverse, entusiastiche e di sconcerto – buon segno, penso io, se l’arte non va giù come un bicchiere d’acqua minerale. Gli ho chiesto di parlare un po’ del suo modo di intendere e fare arte. Ecco una sua ‘auto critica’.
Fulmini]


PRESENZA

Una ferma rinuncia all'assenza ontologica dell'io.

Quando la mia mano attraversa la superficie lasciando segni come presenze dei momenti vissuti in un attimo di respiro, mi accorgo di morire e riprendere a vivere nello stesso tempo. Morire: Il distacco irreale dalla ragione di esistere. Vivere: L'annuncio di aggregazione a cio' che e' mortale. Quindi: scrivere per affermarsi e per farsi notare dal tempo stesso. Il tempo, come memoria e coscienza. So di essere esistito anche in passato. So di essere concepito dal presente. So di essere aspettato dal futuro; ed io non voglio mancare all'appuntamento con la mia esistenza.

Scrivo ma non descrivo
scrivo ma non esprimo
scrivo ma non dichiaro
scrivo ma non spiego.


In un certo senso la mia pittura appartiene deliberatamente al sistema paesaggistico; anche per soddisfare la mia avversione provata per il sistema delle nature morte di aspirazione necrofila, frutto di astuzia umana nei confronti della natura. Anziché, rivolgermi ad una visione raccolta con la mano - segno di un interventismo violento - e composta edonisticamente ai fini di una estetica come retorica dell'immagine artefatta, preferisco sciogliere il mio sguardo verso un orizzonte che infine e' soltanto un frammento di una continuità sovversiva.

Mi considero un giardiniere utopistico che lavora con la percezione. I miei giardini sono luoghi utopici - orgogliosamente utopici - dove le piante e gli esseri organici che li affollano si alimentano di una energia cosmica. Una magia di coesione che emana incessantemente. Un ordine caotico che pero' si presenta come una geometria assoluta. L'armonia della imperfezione, una antinomia feconda, divergenze che riconciliano impossibili coesistenze.

Nei campi ben delineati, molte volte concepiti come campi di coltura degli impulsi, vengono sedimentati dei segni apparentemente logoformi: talvolta sciolti come una scrittura rapida, talaltra meditati come tagli scultorei, talaltra ancora provvisori strappati dalla superficie - dopo esser coperti di colore - lasciando un segno negativo fluido tondeggiante come i resti di una memoria non radicata profondamente nella mente ma piuttosto respinta timidamente.

Tutti questi segni-in-forme prodotti con una spiritualita' trans-sensuale appaiono sul fondo nero come dei morfemi asemantici presenti per contraddire la pausa del pensiero che nei momenti di disperazione intellettuale tende a sottrarsi al vuoto come un momentum non concepibile.
I gesti minimalizzati alla distanza tra le dita, i microcosmi impostati allo sguardo frontale in un accostamento ritmico. I fonemi in corpo nel persistere del silenzio come un sussurrio, ricamarsi sull'udito della sordita'.
Il fondo nero viene ricoperto di un colore (anche se di una tonalita' chiara il nero succhia sempre la sua lucentezza) che sembra uscito da una tenebrosa bottega bizantina. Sembrera' una contraddizione questa oscurante contaminazione del nero come una presenza della mortalità irreversibile per un illuminista utopico, ma e' soltanto una precauzione pedantesca per essere preparati ad ogni illusione e delusione delle false prosperità.
La natura e' sacra! Non e' una affermazione religiosa teologica ma e' soltanto una sublimazione del valore della natura che esalta inesorabile la genialita' dell'uomo - pastore di se stesso - capace di superare ogni bisogno metafisico, soprannaturale e trascendentale, sentendosi partecipe atomico, organico e non solo, di questa natura - tutto in uno - nella quale cerco e mi cerco senza inventarmi ne' un dio ne' dei profeti. Mi considero un disperso. Tuttavia diversamente dai dervisci non mi cerco in un cammino elicoidale girando intorno al mio ombelico, ma il mio cammino e' orizzontale, galileiano. Nel mio cammino, io uomo pittore e sensocultore non faccio altro che pittare e coltivare con una tendenza riduzionistica un insieme di fenomeni che mi circondano. Tutto questo, per arrivare ad un eidos astenendosi dall'elusiva sospensione dell'assenso imboccando la via d'accesso alla coscienza pura.

Cercare/Cercarsi
finché il nostro pensiero
acquisti un corpo come una presenza nell'infinita'
finche' il nostro pensiero
diventi un respiro profondo come un momento
divenuto il luogo dove il tutto e'
concentrato in uno per sedimentare
una coesione cosmica.
Confrontarsi con le cose della natura
con la natura delle cose
confrontarsi con il niente
niente come assenza ontologica dell'io.
Cercare
abbandonare la mente ad una amnesia totale
cercarsi e
riprodursi le  nuove memorie.


Parlo di pittare, di scrivere; nel mio caso e' la stessa cosa. In ogni mini gesto divenuto un pittogramma, ideogramma oppure una sillaba ecc. costruisco un momento enigmatico da risolvere per indovinare l'origine di quell'istinto dell'uomo cibato di memorie non decifrate. Io non dipingo per compiere un'opera come risultato di una riflessione soggettiva, ma per documentare una serie di sense datum che mi conducono al mondo esterno: cio' che non appartiene al mio fisico ma di cui sono parte. Io non scrivo per chiamare l'osservatore ad effettuare una lettura trasferibile alla dicibilità letterale, ma per produrre pagina per pagina un lessico intero attraverso il quale le menti possano nutrirsi dei significati traducibili soltanto con le capacita' percettive di cui l'equivoco e' l'unico moto.

Scrivo per recuperare la memoria lontana
scrivo per comunicare con il  subnaturale
scrivo per demistificare il mito
scrivo per dialogare con il silenzio
scrivo per abbandonarmi nel vuoto
scrivo per seppellirmi nella luce
scrivo per infilarmi nella densita' dell'invisibile
scrivo per affermare la mia presenza


assediato nell'universo delle cose per collaudare un divenire noematico dell'io meditante liberando(mi)si da tutto cio' che ha somministrato la mia mente attraverso tutti gli strumenti mass-mediatici della informazione odierna concepita come la memoria di massa che nutre di cultura (?) i nostri intelletti, ed usare la propria memoria come una macchina ausiliare per riappropriarmi delle nuove insegne conducenti ai nuovi noesis.

Scrivere e' una densa convivenza con l'intelletto...

Umit Inatci (febbraio 1998, Perugia)

Pubblicato il 14/2/2008 alle 6.9 nella rubrica LO SPACCO.

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