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EYES WIDE OPEN - 7 - Fabio Benincasa, Barbarossa contro Ivan il Terribile: come (non) fare una fiction

 

Gli eventi degli ultimi giorni ci hanno informato su come siano scelti i temi per produrre una fiction Rai. I politici telefonano e ordinano, come fosse una pizza, una fiction su Padre Pio, su Di Vittorio o su Barbarossa, convinti che chi le vede si butterà al centro, a destra, a sinistra secondo il tema trattato. Probabilmente questa ingenuità non contribuisce alla profondità dell’operazione, ma l’usuale mediocrità del risultato sarà solo colpa dell’oppressività della committenza? Io penso proprio di no. La pochezza della produzione nostrana (Rai e Mediaset) forse è amplificata dalla lottizzazione politica, ma trova le sue radici in una concezione del mezzo vecchia e un po’ confusa che alligna tra le fila dei televisivi prima che fra quelle dei politici.

Nel 1944 Stalin commissionò a Sergej Ejzenstejn un film storico, Ivan il Terribile, più o meno con le stesse intenzioni con le quali il Bossi commissionerebbe una fiction sul Barbarossa. Il risultato però, al di là delle intenzioni del dittatore, che voleva un film che celebrasse il suo potere, fu un meraviglioso capolavoro, il cui protagonista era sì affascinante, ma anche oscuro e minaccioso. Ivan è un personaggio inquietante e ambiguo e come tale è un perfetto ritratto di Stalin, tanto che quest’ultimo dev’essere rimasto indeciso se sentirsi offeso o adulato (si sa che i dittatori si inorgogliscono specialmente dei loro aspetti negativi: preferiscono essere temuti più che amati). Ejzenstejn cominciò a filmare una continuazione del suo film, La congiura dei Boiardi, ma a questo punto il personaggio dello Zar Ivan diventò così ambiguo che persino Stalin mangiò la foglia e il film finì chiuso in un armadio della Mosfilm per svariati anni.
 
Dunque nonostante il feroce controllo stalinista un grande regista riusciva ad introdurre elementi inquietanti nell’opera che gli commissionavano, a prescindere dai contenuti. Ivan il Terribile mostra il potere che trionfa, ma lo mostra troppo bene, con tutte le sue oscene ambiguità. Perché ho introdotto nel nostro discorso sulla televisione questo vecchio film russo di sessant’anni fa? Diciamo che ci farà da pietra di paragone per le fiction attuali. Il loro principale difetto è quello di essere totalmente prive di ambiguità. I personaggi storici vi spiccano come figure a tutto tondo, Di Vittorio è un sindacalista totalmente sindacalista in tutto quello che fa e dice, Padre Pio un santo frate totalmente santo e totalmente frate. Questo non è realismo come si potrebbe pensare, ma semplificazione. Neppure un padre del sindacato o un santo frate sono esenti da dubbi e ambiguità e quando questi mancano il film diventa inefficace (e anche noioso).

Quando si passa alla «cattiveria» le cose cambiano, ma di poco. Totò Riina nella fiction Il capo dei capi è cattivo e quindi si porta dietro per natura almeno qualche ambiguità, ma ci sono comunque troppi tentativi di giustificare la provenienza del male che incarna. (Continua il mese prossimo: Totò Riina contro Gregory House)

Fabio Benincasa

Pubblicato il 20/1/2008 alle 4.5 nella rubrica EYES WIDE OPEN.

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