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EYES WIDE OPEN - 5 - Apologia di Ang Lee

Mentre la stagione dei festival è alle spalle si profila già quella dei cinepanettoni natalizi. Se bisogna dare un senso ai risultati dei vari palmarès sicuramente risulta importante la vittoria di Ang Lee a Venezia. Il regista taiwanese, naturalizzato hollywoodiano, ha vinto il suo secondo Leone d’Oro in tre anni. Con la vittoria di Still Life di Jia Zhang Ke nel 2006 le vittorie consecutive del cinema orientale in laguna diventano tre. Scartando l’idea balzana del «complotto cinese» avanzata da qualche bontempone a causa della presenza in giuria del premiatissimo Zhang Yimou, non si può fare a meno di notare come in Asia ci sia un’estrema fiducia nella bellezza delle immagini, riflessione estetica che in ambito europeo è quasi assente.

Il cinema europeo sembra anzi soffocato da un’idea di rigore stilistico che serva e veicoli contenuti il più possibile nobili e civili. Il risultato però è narrativamente deprimente, mentre il rigore rischia di sbiadire in sciatteria. Gli autori di peso internazionale sono pochi e controversi, mentre il motore del cinema mondiale sembra fare perno tra Hollywood e la Cina (non parlo dell’India perché anche se produce un’enorme quantità di film è concentrata soprattutto sul suo pubblico nazionale). Ang Lee è l’incarnazione di questa polarità Cina-Hollywood: regista elegante, eclettico, capace di sparire nascondendosi dietro il genere che di volta in volta decide di affrontare, in equilibrio costante fra USA e Oriente.

L’equilibrio fra eleganza e genere, pur non essendo la via seguita da tutti i cineasti asiatici, dimostra che la bellezza delle immagini non è un termine indifferente né per il dibattito cinematografico né per il pubblico (neppure per quello italiano, nutrito di televisione scadente e Christian De Sica). Brokeback Mountain riuscì a essere un successo di pubblico non solo per il tema affrontato, ma anche perché era ben narrato e spettacolare. Lo stesso film fu in grado di catturare l’attenzione della giuria a Venezia perché per la qualità formale esibita oltrepassava la nozione di semplice prodotto industriale.

Ang Lee dunque è in grado di girare un blockbuster come Hulk, ma nello stesso tempo è capace di inserire una serie di piccoli indizi che spingono il pubblico a interrogarsi sullo senso filosofico delle immagini che stanno vedendo. Ang Lee è un cineasta «medio»: aggettivo che non coincide con mediocre, ma sottolinea l’ambito di produzione e ricezione che il cineasta taiwanese si è scelto per i suoi raffinati esperimenti. Il vincitore di Venezia 2006, Jia Zhang Ke, invece si è scelto un ambito di sperimentazione più elitario, meno legato a schemi narrativi consueti, ma la differenza è solo nel ramo dell’industria cinematografica prescelto dall’autore come campo di lavoro: la sostanza autoriale non muta.

Esiste un ambito produttivo di cinema alto, pensato per addetti ai lavori e frequentatori di festival più che per un pubblico di massa, ma esiste anche un ambito produttivo medio, in cui la raffinatezza d’autore deve sposarsi con una spiccata esigenza comunicativa. Sia il regista elitario che quello comunicativo puntano a curare le immagini in modo da procurare allo spettatore un’esperienza estetica e questo al di là dei contenuti nobili da veicolare. In entrambi i casi non può essere messa in discussione la conoscenza da parte dell’autore del cinema in tutte le sue sfumature formali e produttive. Se il cinema europeo (e scrivo apposta europeo e non solo italiano) saprà tenere presente questa lezione dei maestri asiatici (che pure spesso premia), potrà forse un giorno tornare a occupare un ruolo attivo nel dibattito internazionale sull’audio-visivo.

Fabio Benincasa

Pubblicato il 20/11/2007 alle 5.10 nella rubrica EYES WIDE OPEN.

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