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IL CROGIOLO 5 - La crisi della finanza internazionale avrà conseguenze negative sull'economia reale?

Da alcune settimane è all’attenzione pubblica la crisi che sta interessando i mercati finanziari mondiali e, come sempre succede in questi casi, i mass media sono schierati massicciamente in prima fila nell’informare/disinformare, comunque nel determinare nel risparmiatore medio un crescente stato di paura. La psicologia del risparmiatore evolve, in situazioni come l’attuale, nel senso che la fiducia nel sistema decresce e pertanto cresce la percentuale di investitori che vendono i propri titoli in perdita. Si conferma, anche per questa crisi, ciò che storicamente è sempre accaduto: il piccolo – medio risparmiatore compra quando il valore dei titoli sono alti, e vende quando sono in discesa; è questo uno dei modi per spostare valore dal risparmio privato verso le istituzioni finanziarie facendo perdere ricchezza ai primi a favore dei secondi.

La crisi in atto ci porta a sviluppare una serie di considerazioni utili per comprendere, almeno per grandi linee, il funzionamento di un meccanismo, comunque complesso, come il mercato finanziario internazionale.

Questa crisi sembrerebbe avere origine dai mutui cosiddetti ‘subprime’ concessi da banche americane a cittadini che non avevano da presentare garanzie patrimoniali o reddituali sufficienti da permettere loro di accedere ad un finanziamento per l’acquisto di una casa.

La quantità eccessiva di liquidità ed i tassi di interesse bassi spingevano le stesse banche americane a cercare sul mercato clienti a cui concedere mutui. Le banche, consapevoli di aver creato un eccessivo volume di debiti, hanno preso una decisione per loro vantaggiosa: hanno venduto a società finanziarie questi mutui, accontentandosi di importi inferiori a quelli che avrebbero ricevuto se avessero atteso la restituzione del capitale e degli interessi da parte dei clienti. Facciamo un semplice esempio solo per capire. La banca A ha concesso mutui per 100 e avrebbe ricevuto 120, come restituzione del capitale e degli interessi, nel corso dei 20 anni di durata di questi mutui. La banca A vende questi mutui alla società finanziaria B, chiamata ‘società veicolo’, per un valore di 80 (i valori sono ipotetici) da incassare subito - così operando sposta il rischio di non restituzione del capitale e degli interessi su un’altra società. La società B che ha comprato mutui pagando 80 e ne avrà 120, a scadenza “cartolarizza” questi mutui e cioè emette delle obbligazioni che può collocare sul mercato ad un tasso di interesse più alto rispetto ai tassi presenti sul mercato monetario. Il meccanismo funziona se i clienti che hanno originariamente preso il mutuo restituiscono alla società B il capitale e gli interessi. Ma se la restituzione delle rate si arresta perché nel frattempo i tassi di interesse sono saliti e il valore delle case è sceso tanto che una eventuale vendita non restituisce il capitale e gli interessi del mutuo, il meccanismo si inceppa e la società che ha emesso i titoli obbligazionari non ha a sua volta le risorse per pagare gli interessi e restituire il capitale a chi ha comprato le obbligazioni.

Volutamente tralasciamo di scendere in un tecnicismo più spinto. Ci sono sufficienti questi concetti per comprendere che le istituzioni finanziarie che oggi hanno in bilancio questi titoli non riescono a prezzarli per eventualmente venderli e conseguentemente la loro illiquidità blocca l’operatività del mercato finanziario. Possiamo dire che sta accadendo quello che i teorici della teoria delle catastrofi affermano e cioè che il battere delle ali di una farfalla nei cieli della Groenlandia causa un uragano in Cina.

Ma l’entità delle perdite che si registrano oggi sui mercati è solo da attribuire ai mutui ‘subprime’ americani? La spiegazione monocausale della crisi dei mercati e del crollo dei prezzi di alcune attività non convince e può risultare fuorviante. Per la comprensione dell’evoluzione e del possibile esito di questa crisi vanno inseriti nel modello i comportamenti di altri soggetti economici che stanno spingendo il sistema delle quotazioni dei titoli verso il basso accentuandone la caduta. Mi riferisco a quella speculazione ribassista che guadagna in quanto investe scommettendo sulla discesa futura del prezzo dei titoli, e che in questi anni di crescita continua delle borse mondiali aveva perduto moltissimo.

La crisi finanziaria si arresterà se i capitali forniti di volta in volta dalle Banche centrali saranno sufficienti a ripristinare il funzionamento dei mercati, se i fallimenti, che inevitabilmente vi saranno, di società finanziarie, non saranno così estesi da compromettere il funzionamento dei mercati, se la speculazione comprenderà che spingere oltre certi livelli la propria operatività può compromettere i guadagni acquisiti.

La crisi finanziaria avrà delle conseguenze negative sull’economia reale? Questo dipenderà dal persistere o meno della “fiducia” che i differenti operatori economici manterranno nelle possibilità di crescita dell’economia mondiale. Se i progetti d’investimento nelle differenti aree del mondo: asiatica, americana (Usa e Brasile), europea, saranno realizzati anche dopo questa crisi finanziaria, e il costo delle risorse finanziarie e delle materie prime non subirà incrementi tali da ridurne il rendimento, l’economia mondiale non si arresterà ed assisteremo ad una ripresa della crescita del Pil mondiale. Se, al contrario, verrà ad essere intaccata la “fiducia” sulle possibilità di crescita, gli investimenti e conseguentemente anche i consumi diminuiranno e l’economia mondiale si avviterà in una recessione sistemica sicuramente più estesa e profonda di quelle conosciute proprio a causa dell’estensione della globalizzazione dei mercati. In tal caso l’abbondanza di capitali ed il loro basso costo non saranno sufficienti per una ripresa economica.

                                               Mario Pennetta

Pubblicato il 22/8/2007 alle 7.26 nella rubrica IL CROGIOLO.

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