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racconti di poche parole 26 - Il primo ricordo che mi ricordo

Parte sempre con un rumore che avanza, un suono dapprima indefinito, informe, poi tonante e stridulo insieme, sovrapposto e incrociato, voci umane e disumane, una, maschile più forte e alta dell’altra, femminile più debole e laterale, voci intorno, lontane eppure vicine, chissà dall’altra stanza, la stanza da letto col letto grande, o dalle scale che girano salendo dalla strada, sento e non vedo niente con gli occhi bene aperti, fino a che subito compare una grande ombra spezzata e sfumata sopra di me, e sotto come piedi, ma no, sono i piedi del tavolo della stanza da pranzo tra il terrazzo e la cucina, e i miei piedi piccoli, di bambino, non distinguo se con le calzette, certo ho i pantaloni corti – vedo i ginocchi da sopra e l’attacco delle gambette, c’è troppa poca luce, un’ombra di luce che spiove non so come, da dove, impedita dalla gran tovaglia che copre il tavolo, al centro della stanza, ma intorno vedo niente, e tutto questo, come dal principio le voci oscillavano e si agitavano lontano e vicino, tutto questo che vedo male, si muove, lentamente, come sopra una nave, o dentro un terremoto ingolfato, non sento altro, non sento la presenza di nessun altro, nemmeno dalla strada che si strozza incrociando il corso, solo la voce maschile che romba molto, un po’ di voce femminile, adesso so che sono mio padre e mia madre, lui che inveisce e minaccia e grida lei che strepita debolmente, senza speranza, senza aiuto, mi sono evidentemente nascosto rintanato sotto il tavolo, è notte forse, o pomeriggio tardi, cerco di stare fermo mentre il resto si muove lento, le voci non le localizzo proprio nello spazio, lo spazio della casa non c’è intorno, vedo dentro la testa la scala che sale, il balcone con l’inferriata sul cortile con la vite americana che s’arrampica lungo i muri, ma non li percepisco definiti, i colori delle cose che sole vedo, i piedi curvi sagomati e impiallacciati del tavolo e i miei piedini incrociati e le ombre dell’ombra, ma non sul pavimento, non c’è il pavimento di piastrelle grigie che ci dovrebbe essere, da qualche parte intravedo in un lampo cieco la fine del corrimano della scala, una specie di muretto basso di cemento grezzo che pizzica un po’ se strisci i polpastrelli camminando, ancora urla, bestiali, fonde, rancorose e tenere voci, isteriche, terrorizzate, ma tutto presto finisce, tutto torna senza contorno, senza luce, tutto sparisce, voci, piedi, coperta del tavolo della stanza da pranzo.

Pubblicato il 28/3/2007 alle 4.42 nella rubrica racconti di poche parole.

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