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SCIENZA
12 marzo 2008
DIRITTO E ROVESCIO - 4 - Giuseppe, Esiste la pena di morte in Italia?
Il 27 della Costituzione, quarto comma, fino al 2007 così declamava: Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra. Essa era dunque circoscritta ad un àmbito ben ristretto, coincidente coi casi previsti dalle leggi militari.
Per quanto concerne le altre leggi, la pena di morte fu espunta dal Codice penale con decreto legislativo luogotenenziale 10 agosto 1944, n. 224, mentre con decreto legislativo 22 gennaio 1948, n. 21 le disposizioni del decreto legislativo luogotenenziale di cui sopra vennero estese ai delitti previsti dalle leggi speciali, diverse da quelle militari di  guerra (art. 1).
Con queste due leggi dunque la pena di morte venne eliminata prima dal Codice penale, poi dalle leggi speciali (nel senso qui di leggi che prevedono reati al di fuori del Codice penale). Rimanevano le leggi militari di guerra, le quali ricollegavano la pena di morte a vari casi.
Le fattispecie più romantiche riguardavano colui che avesse aiutato il nemico (artt. 51 ss: si parla prima di “Aiuto al nemico” e poi, negli articoli successivi, di “Servizio di pilota o guida per il nemico”, di “Intelligenze o corrispondenza con il nemico”, di “Spionaggio militare”, etc.), non che Il comandante, che, senza giustificato motivo, abbandona o cede il comando durante il combattimento o in presenza del nemico (art. 94),  ed eziandio il militare che, durante lo stato di guerra, commette per la terza volta il reato di diserzione (art. 147). In somma, la pena di morte aleggia sovrana, o inflitta per mano del nemico o dispensata da una mano solo teoricamente amica: la guerra, si sa, è una brutta cosa.
Curiosamente la pena di morte era stata immaginata anche come strumento di tutela della pace: per esempio essa andava a colpire il comandante reo di “Violazione della sospensione d'armi o dell'armistizio” (come si esprime la rubrica del 170), ed il prigioniero di guerra che, liberato sulla parola d'onore di non partecipare più oltre alle ostilità, riprende le armi contro lo Stato italiano o alcuno degli Stati suoi alleati (art. 208).
Già prima del 2007, comunque, la pena di morte era venuta a mancare per effetto della legge 13 ottobre 1994, n. 589: è una legge debbo dire molto simpatica, sia per l’intitolazione (“Abolizione della pena di morte nel codice penale militare di guerra”), una volta tanto pertinente al contenuto, sia per la struttura semplice.
Non sempre il legislatore scrive in cotal guisa.
Codesta legge consta in fatti del Preambolo (… il Presidente della Repubblica promulga la seguente legge…) e di due soli articoli. L’articolo 1 ci informa che Per i delitti previsti dal codice penale militare di guerra e dalle leggi militari di guerra, la pena di morte è abolita ed è sostituita dalla pena massima prevista dal codice penale: cioè l’ergastolo. L’articolo 2 in vece dispone la data dell’entrata in vigore della legge stessa, identificandola col giorno stesso della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale (due mesi esatti prima di Natale). Con questa legge la pena di morte è dunque sparita anche dal Codice penale militare di guerra.
Ora, la teoria delle fonti c’insegna che le norme della Costituzione prevalgono sulle leggi ordinarie, sì che queste ultime non possono contra dirle. La legge ordinaria 589/1994 aveva eliminato la pena di morte anche dal Codice penale militare di guerra, ma forse sembrava che questa legge lasciasse il tempo che trovava, se si è ritenuto di modificare poi anche la Costituzione. Per farla breve, come la pena di morte era stata celermente eliminata con legge ordinaria, così la pena di morte poteva essere nuovamente ed altrettanto fulmineamente introdotta con legge ordinaria.
Adesso la Costituzione è stata modificata, con legge costituzionale 1/2007, nella prospettiva di una esclusione assoluta della pena di morte: qualora si volesse reintrodurla, occorrerebbe prima modificare la Costituzione – e ciò richiede un procedimento più gravoso di quello previsto per le leggi ordinarie – e poi emanare una nuova legge ordinaria.
Ma mentre era in vigore, come doveva essere applicata, in concreto, la pena di morte? “mediante la fucilazione”, recitava poeticamente il 21.1 c.p., mentre il 21.2, probabilmente inseguendo finalità di rieducazione, stabiliva che L’esecuzione non è pubblica, salvo che il Ministro della giustizia disponga altrimenti.
Come che sia, alla domanda di cui in esordio risponde molto più brevemente di quanto non sia capace di fare io il nuovo quarto comma dell’art. 27 della Costituzione, il quale, a seguito della recente modifica, è così formulato: Non è ammessa la pena di morte.
Ecco, così ora siamo al sicuro e possiamo pilotare o guidare il nemico, corrispondere con esso per favorirlo, disertare per la terza volta, etc.
 
Giuseppe
 



permalink | inviato da fulmini il 12/3/2008 alle 7:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
SCIENZA
8 febbraio 2008
DIRITTO E ROVESCIO - 3 - Pensieri passeggeri sui fondamenti del diritto penale (3)
Ed ecco la terza parte e conclusiva del post numero uno di questa rubrica scientifica (la prima è stata pubblicata sul blog-rivista l'otto dicembre 2007, la seconda l'otto gennaio 2008)

Per quel poco che ho meditato finora, non c’è una “soluzione” unitaria a questo problema (riunisco virtualmente ad unità varie questioni e problemi: quello del male nel mondo, che è intimamente connesso con quello dell'educazione, legati entrambi a doppio filo con la prevenzione, e via scomponendo): essa va cercata in concreto, caso per caso.
Se vogliamo parlarne in astratto, possiamo solo dire ch’essa si articola in infiniti aspetti (come infiniti sono i casi che si presentano) che non possiamo analizzare, qui ed ora.
Possiamo però immaginare dei principi generali.
Lasciamo da parte l’ovvietà che prevenire è meglio che curare, e cioè che educare è meglio che rieducare.
Una prima domanda è: come rieducare?
Ma poi, si può rieducare qualcuno che non è disposto a tanto?
Pare comunque che dispieghi una certa efficacia far incontrare vittima e “carnefice”.
Ho sentito [qui purtroppo non posso citare le fonti, vado a memoria: si trattava dei telegiornali di qualche anno fa] di alcuni pirati della strada rimasti fortemente impressionati dall’incontro coi genitori delle vittime.
Spunti per altre riflessioni ce le offre l’esperimento di Stanley Milgram [per informazioni sul quale puoi consultare il sito della Northern Illionis University, alla pagina http://www3.niu.edu/acad/psych/Millis/History/2003/stanley_milgram.htm, il sito dell’Università di Rhode Island, all’indirizzo http://www.cba.uri.edu/Faculty/dellabitta/mr415s98/EthicEtcLinks/Milgram.htm, ed il sito della Santa Clara University, al collegamento http://www.scu.edu/ethics/practicing/decision/conscience.html; se giustamente preferisci l’italiano all’americano, puoi scaricarti dal sito dell’Università della Calabria la (in vero molto stringata) presentazione, visualizzabile con Microsoft PowerPoint, connettendoti ad http://www.csdim.unical.it/scienzeformazione/programmi/Psicologia%20sociale%20.11.ppt (diapositive 15-20)].
Questo esperimento ha mostrato che c’è un rapporto inversamente proporzionale tra la disponibilità ad esercitare la crudeltà e la prossimità della vittima: in parole povere, è difficile fare del male ad una persona vicina, mentre è progressivamente molto più facile infliggere dolore a qualcuno che vediamo da lontano, che possiamo solo udire, ed infine che non vediamo, né sentiamo.
Da questa e da altre analisi, mi pare di poter ricavare un principio generale: è difficile compiere il male se si ha coscienza di ciò che si sta facendo, se si sa che ciò che si sta compiendo è male.
E come si fa a non averne coscienza, dici tu?
Quando non si è stati educati a discernere tra bene e male, per esempio.
Ma poi è ciò che accade anche a noi, che siamo (al) bene educati, quando compiamo il male pensando di fare il bene, o magari non stiamo a pensarci troppo: non è che non siamo in grado di sapere ciò che stiamo facendo, ma non valutiamo correttamente il nostro operato, o non ci preoccupiamo di valutarlo.
Per non passare dal diritto alla filosofia (sapendone io poco del primo, e nulla della seconda), e rimanere invece nel concreto, voglio citare quanto dichiarato da un “uccisore” a Jean Hatzfield [A colpi di machete, Bompiani, 2004, pag. 28], nel contesto del massacro dei tutsi da parte degli hutu, in Ruanda:
 
Non mi ricordo della prima persona che ho ucciso perché nella ressa non ho capito chi era. Per fortuna ho cominciato ad uccidere parecchia gente senza guardarla in faccia.
 
E qualche riga sotto:
 
Mi ricordo però della prima persona che mi ha guardato quando l’ho colpita a morte. Quello sì che è stato impressionante. Gli occhi di qualcuno che uccidi sono immortali, se te li trovi di fronte al momento fatale. Sono di uno spaventoso colore nero. Fanno più impressione del sangue e dei rantoli delle vittime, anche in un immenso frastuono di morte. Gli occhi di chi uccidi sono una disgrazia se li guardi. Sono il rimprovero della persona che stai uccidendo.
 
Un cantautore che ha segnato la mia infanzia, un certo Fabrizio De André, in una canzone [Fabrizio De André, La guerra di Piero, Edizioni Leonardi s.r.l., La Cascina Edizioni Musicali s.r.l., 1968] descriveva un soldato che esitava ad uccidere il nemico, proprio perché non voleva vedere “gli occhi di un uomo che muore”:
 
E se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire,
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore.

 
Ce ne sarebbe da dire – e da cantare – ma per oggi, per questo primo post, ci fermiamo qui.

Giuseppe
SCIENZA
8 gennaio 2008
DIRITTO E ROVESCIO - 2 - Pensieri passeggeri sui fondamenti del diritto penale (parte seconda)
Vi sono diverse teorie che si propongono di render ragione della pena – scrivevo concludendo la prima parte di questo post.

Tali teorie si trovano su qualsiasi manuale di diritto penale, perciò le citiamo appena:

a. secondo la teoria retributiva la pena si legittima come un male inflitto dallo Stato per compensare (retribuire, appunto) il male che un uomo ha inflitto ad un altro uomo od alla società;

b. la teoria generalpreventiva legittima la pena come mezzo per orientare le scelte di comportamento della generalità dei suoi destinatari: in primo luogo, facendo leva sull’effetto intimidatorio; nel lungo periodo, attraverso l’azione pedagogica della norma penale;

c.  la teoria specialpreventiva intende infine la pena come strumento per prevenire che l’autore di un reato commetta in futuro altri reati, assolvendo tale funzione in tre forme:
·    nella forma della risocializzazione, aiutando il condannato ad inserirsi o reinserirsi nella società;
·    nella forma della intimidazione, rispetto alle persone per le quali la pena non può essere strumento di risocializzazione;
·    nella forma della neutralizzazione, quando il destinatario della pena non appaia suscettibile né di risocializzazione né di intimidazione: lo rinchiudiamo in carcere, e non ci si pensa più.

A voler essere sinceri, e noi vogliamo esserlo, quest’ultimo sarebbe un provvedimento di indubbia efficacia per quanto riguarda la sicurezza della società. Ma tale provvedimento non rieduca il condannato.

Ora, se è vero che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, l’unica teoria che si salva è quella specialpreventiva, nella forma della risocializzazione.

Ci saranno anche altre funzioni, per esempio si dice che la pena è rassicurante per la comunità, che ci si tranquillizza quando si vede che i giudici condannano gli imputati. Ma io rimango ancorato alla Costituzione, dove si dice che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato: la sua funzione prima è quest’ultima, e non invece il conforto della società.

Ed allora i vecchi modelli di pena cadono, o vanno quanto meno riconsiderati. L’esempio secondo me più eclatante è quello dell’ergastolo: che prospettive di rieducazione offre?

A me pare che alla base di tutto ciò vi sia una mentalità ristretta, una tendenza a delegare al diritto penale la risoluzione di problemi che invece richiedono un coinvolgimento di più scienze: spesso di fronte a reati particolarmente odiosi sento esclamare “ci vogliono pene più severe”. E queste dichiarazioni mi sembrano rivelatrici della vera funzione che ha per noi la pena. La verità è che la pena è una vendetta.

Rispetto chi soffre, ma sono diffidente quando sento le vittime di certi reati, o i parenti delle vittime, dichiarare “io non voglio vendetta, ma giustizia”. Si parla di giustizia, ma una giustizia che interviene dopo l’offesa non ha senso: deve intervenire prima che venga fatto il male o, al più tardi, nel mentre ch’esso viene posto in essere.

E il diritto come risponde, dopo? La funzione di ristorare il danno, di risarcire la vittima, o i parenti di essa, vorrebbe essere assicurata dal diritto civile, ma è evidente che nel caso di reati gravi il denaro nulla può, anzi, suona come un insulto. E questa funzione, di soddisfare la vittima, non può essere assolta dal diritto penale. Non può essere assolta, giuridicamente, perché la pena deve educare, o rieducare, colui che ha commesso il reato, e non dare soddisfazione a colui che l’ha subito. Ma non può essere assolta neanche nei fatti (parliamo sempre di reati gravi), perché la punizione del colpevole non cancella quanto è avvenuto.

Per quel poco che ho meditato finora, non c’è una “soluzione” unitaria a questo problema: essa va cercata in concreto, caso per caso. Se vogliamo parlarne in astratto, possiamo solo dire ch’essa si articola in infiniti aspetti (come infiniti sono i casi che si presentano) che non possiamo analizzare, qui ed ora.

Possiamo però immaginare dei principi generali. (seguirà la terza ed ultima parte, l’8 febbraio prossimo)

Giuseppe


COMMENTI (Non ho potuto rispondere ai commenti seguiti alla prima parte del mio post. Lo faccio qui. Ai commenti eventuali alla seconda parte del post, questa pubblicata oggi, risponderò nel giro di poche ore.)
 
Per tutti e per ognuno
Fulmini s'è scordato di dire che questa rubrica è curata da entrambi: io e lui scriviamo insieme ed assieme.

Per ilbokkaglio
Ben trovato tu, ilbokkaglio.
Hai colto uno dei pensieri sottesi a queste brevi riflessioni, che cioè ormai anche il diritto non può non discorrere colle altre scienze, ove voglia realmente risolvere i problemi delle creature che popolano questo nostro mondo.
Perché alla fine è questo ciò che dobbiamo fare noi tutti - no? -, risolvere i problemi della gente.
Cominciando dai nostri, naturalmente, per poi, eventualmente, allargare lo sguardo in una prospettiva di solidarietà.
Vorrei evidenziare un altro punto: l'esigenza di attuare pene alternative è umanitaria, sì, ma è dettata anche da una questione pratica, quella di una maggior efficacia nell'opera di rieducazione del delinquente.
Io non sono buonista e non nego che rinchiudendo a vita o condannando a morte la persona si "risolva", se pur parzialmente, il problema (perché - a prescindere dal fatto che la pena di morte fa paura a molti, i quali quindi s'astengono dal delinquere - almeno da quella persona ormai "siamo al sicuro").
È una soluzione, questa della neutralizzazione del delinquente.
Ma ce n'è almeno un'altra: quella di rieducarlo.
Ed è quest'ultima che la nostra Costituzione dispone ed impone.
Siamo d'accordo?

Per Fort
Un saluto a te.
Non ho più sotto mano certi libri che avrei voluto citare per confortare quanto sto per scrivere, dunque devi fidarti.
"La sofferenza corporale è sostitutiva di quella vera, spirituale.
Un bambino non ha ancora quest'ultima e, pertanto, si adotta il "surrogato", la sofferenza corporale, cioè".
Questo dici tu, e questo ti contesto io, sempre che ti abbia capito.
Le scienze psicologiche, l'esperienza, l'osservazione, c'insegnano che il bambino percosso soffre sì fisicamente, ma anche interiormente: è angosciato, distrutto, impaurito, perché "papà è arrabbiato, con me", o pure "la mamma non mi ama".
È possibile far esperire al bambino una "sofferenza spirituale pura", che non s'accompagni al dolore fisico (che porta seco anche altre sofferenze spirituali: l'imbarazzo, quando non la vergogna, l'umiliazione, ...), semplicemente sgridandolo.
Mi pare innegabile che il bambino abbia la capacità di soffrire spiritualmente.
Tanto è vero questo, che vi sono in circolazione alcuni adulti che non hanno ancora rielaborato il dolore causato dalle punizioni materne e paterne: ne soffrono ancora, cioè, quando ormai il dolore fisico ha cessato di imporsi, scomparendo la sofferenza fisica e permanendo quella spirituale.
Passando ad altro punto, usi l'espressione "sofferenza corporale", dandomi così il destro di puntualizzare una contraddizione che affligge questi nostri tempi, una fra le tante, si capisce.
Perché "sofferenza corporale" è espressione generica nella quale rientrano almeno due species, quella della restrizione della libertà personale e quella della tortura.
Le restrizioni fisiche, nel nostro ordinamento, sono la massima espressione della pena cui un adulto può soggiacere, perché la tortura non è giuridicamente ammessa.
E qui, rileviamo appunto la stranezza di non ammettere la tortura per l'adulto e concedere ch'essa si applichi al fanciullo.
Perché questo si concede nel momento in cui si accetta socialmente - pur essendo un reato nemmeno troppo lieve - che nei confronti del bambino si applichi non solo la restrizione fisica (ad es. chiudendolo da solo in una stanza, mandandolo nell'angolino, etc: quello che per un adulto è la reclusione), la quale comunque può essere già intesa come una prima forma di tortura psicologica, perché priva il bambino di quella vicinanza al genitore che gli è necessaria per sentirsi protetto ed amato, la stessa che da adulto cercherà nella persona che avrà eletto come compagna della propria vita, ma si accetta anche, dicevo, la violenza fisica (schiaffi, sculacciate et similia).
Facendo le dovute proporzioni (le sculacciate stanno al bambino come le bastonate all'adulto), io ad entrambe le situazioni non riesco a dare altro nome se non quello di "tortura".
(Ovvio che i termini non possano essere invertiti, perché se sculaccio un adulto quello si mette a ridere, e se applico un bastone alla schiena di un bambino, quello è capace di morire).
E tornando a quanto scritto nel messaggio, sostengo che entrambe le pene, restrizione fisica per gli adulti e percosse contro i bambini, hanno come fondamento l'istinto umano ad uno stato "puro", che porta a reagire violentemente contro la (presunta) offesa.
E chi pone in essere l'una o l'altra brutale reazione ha però bisogno di avvilupparla nel medesimo, delicato involucro del "lo faccio per [ri]educarti".
Ciò è terribilmente ipocrita, per come la vedo io.
Il tutto, sapendo di non aver espresso bene il mio pensiero.

Per Un viaggiatore.
Io invece sì che credo alla pena come deterrente.
Conosco persone che - per loro stessa, candida ammissione - delinquerebbero se non temessero d'esser punite.
Sono intuitivamente d'accordo invece quando dichiari che il libero arbitrio non esiste sempre.
Però nel momento in cui dici che non sempre esiste, ammetti che in una situazione fisiologica esso vi sia, ed è appunto a coloro che si ritrovano a viverla, codesta situazione fisiologica, che la pena si rivolge come deterrente.
Posso ipotizzare anche io, ma io da uomo della strada, basandomi sulla mia limitata esperienza, ed intuitivamente, come dicevo prima, che non tutti abbiano il libero arbitrio, o non l'abbiano con pienezza, in quanto ogni persona [re]agisce in base alle esperienze dell'infanzia (alle "condizioni di vita e di cultura", dici tu).
Ma questi sono miei pensieri che tronco subito: gente più istruita di me potrà parlare di questi temi con maggiore attendibilità, come fai tu quando citi Bonger.
Ecco, a proposito, dal citato pensiero di Bonger pare che costui voglia risolvere i problemi colla sola sociologia.
Io non sono d'accordo, naturalmente, ma glielo perdono, questo pensiero, perché la citazione è simpatica, e bene hai fatto a rendercene partecipi.

Per IlDottoredeiPazzi
Attendi il seguito, dichiari, e il seguito attende te.
Il seguito sei tu che scrivi e poni problemi, questioni e riflessioni e ci spingi e costringi a risponderti e ad interpellarti, a incontrarci e a scontrarci.
Allegra come prospettiva, non trovi?

Per leochedilorenz
Arrossisco e ti ringrazio.
I complimenti li accetto e, dopo essermeli goduti un po', li dirotto verso Fulmini: come spiegato all'inizio, io e lui scriviamo insieme ed assieme.
 
CULTURA
8 dicembre 2007
DIRITTO E ROVESCIO - 1 - Pensieri passeggeri sui fondamenti del diritto penale
[Nasce oggi la nuova rubrica DIRITTO E ROVESCIO di ‘Giuseppe’, uno studente di diritto e studioso di rovescio.]


Pensieri passeggeri sui fondamenti del diritto penale (1)
 
Il diritto penale, i suoi fondamenti, la sua legittimazione.

Tema affascinante, perché questa della pena, del castigo, è una realtà con la quale veniamo a contatto fin da bambini, quando scopriamo che l’affetto dei genitori può manifestarsi con gesti di tutt’altro sapore (ad esempio, con sonore pacche sul sedere), e che ci accompagna per tutta la vita.

Ma andiamo con disordine.

Il primo pensiero che s’affaccia alla mia mente è che si tratti di un atto mostruoso, dico che una persona decida deliberatamente di dirigersi verso un’altra creatura, con questo proposito: “ora ti faccio soffrire”. In chi prova questa esperienza, ma anche in chi non la prova, in noi tutti insomma, sorge l’eterno interrogativo: “perché?”.
Anche per questo aspetto, non c’è soluzione di continuità con la nostra infanzia: i genitori, nell’atto del punirci, dichiaravano “lo faccio per il tuo bene!”, i più spiritosi dicevano “da grande mi ringrazierai!” Ed anche l’attuale ordinamento giuridico sembra voler dire al condannato “è per il tuo bene”. Il 27 comma tre della Costituzione, infatti, stabilisce che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. E qui i pensieri si affollano.

Anzitutto, per quanto mi riguarda, la parola “pena” mi rimanda ad un ambito interamente contrario al senso di umanità, nel quale cioè non riesco ad individuare uno spazio conforme al criterio di umanità. E poi c’è appunto quello che dicevo prima, l’antico ritornello, “lo faccio per il tuo bene”, che trova qui identica connotazione: “lo faccio per [ri]educarti”.

Vi sono diverse teorie che si propongono di render ragione della pena, le citerò. Nel prossimo post. Fulmini m’ha imposto di essere breve, ed io non so farlo se non facendomi a rate. Mi dispongo in ascolto dei vostri commenti, dei tuoi commenti, gentile lettore, gentile lettrice, e mi firmo

Giuseppe

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blog-rivista

Questo blog-rivista è una relazione telematica fondata sull’amicizia, un sentimento vivo e reciproco, una benevola disposizione intellettuale e morale.

Questo è un intreccio di lettura e scrittura, un luogo aperto di incontro, conversazione, partecipazione elaborativa, composto dalle rubriche minuscole di 'Fulmini' [autore] e dalle rubriche MAIUSCOLE di 'Saette' [co-autori]:

Dialoghi e Monologhi. IL LEGAME di Venises - che significa Venezie (in francese e in italiano: 22. 'Lezioni di Etica' ovvero LA TESI DI LAUREA DI EINSTEIN, 11 marzo 2008)

Foto e Grafie. I NOSTRI INVIATI di AlfaZita, Leonardo Ancillotto, Lorenzo Levrini, Valerio Magistro, Mara Misuraca, Khùtspe - che in lingua yiddish vuol dire 'faccia tosta', Luigi Russo, Syrah - che è il nome di un vino fruttato bilanciato e secco con note di visciola, ioJulia (64. AlfaZita - Ferrara, 12 marzo 2008, 17 marzo 2008)

PROVE DI DISCUSSIONE (15. Un viaggiatore, 'Il punto di vista di Un viaggiatore' ovvero IL SOGNO DI UNA COSA, 5 marzo 2008)

Poesia e Pittura. LO SPACCO di Umit Inatci (16. 'Auto Critica' ovvero PROFESSORE, SI TOLGA GLI OCCHIALI-BICICLO! IO STESSO RACCONTERO' DEL TEMPO, E DI ME, 14 febbraio 2008)

Racconti e Resoconti. AGATHOTOPIA - 'un buon posto per vivere' in greco antico - di Un viaggiatore (11. 'L'occasione di Ciccio' ovvero L'UOMO DI VETRO, 7 marzo 2008)

Minima moralia. A QUATTRO MANI di Fulmini e Tuoni, @lbelù, AlfaZita e Fulmini [12. AlfaZita e Fulmini, 'Kavafis per noi' ovvero E' FINITA, 4 marzo 2008]

Condivisioni di bloggers: l'evento più importante del mese nell'universo mondo. L'ULTIMOGIORNODELMESE (10. Febbraio 2008. AlfaZita, CIPRO; Claudio Ricci, COLORI; ioJulia, VARSAVIA; Khùtspe, GENOVA, 29 febbraio 2008)

Economia e Politica. IL CROGIOLO di Mario Pennetta (13. 'Il Partito Democratico e la sinistra massimalista' ovvero RIFORMISTI SUL SERIO E COMUNISTI A PAROLE - 22 febbraio 2008)

Audio e Visivo. EYES WIDE OPEN di Fabio Benincasa (8. 'Totò Riina contro Gregory House' ovvero RACCONTARE STORIE E MOSTRARE LA REALTA' SONO DUE COSE DIVERSE, 20 febbraio 2008)

Musica e Spazio. BRICIOLE MUSICALI di Venises, Ponchielli: Danza delle Ore
, 16 marzo 2008.

E' questa la musica che stai, state ascoltando.


Suono e Suoni. IL FONOGRAFO DI EDISON di Lorenzo Levrini (in inglese e in italiano - 3. 'Tecnologia e Musica' ovvero LA MUSICA DIGITALE HA UNIFORMATO IL NOSTRO TEMPO, 29 dicembre 2007)

Scienza e Religione. ZONE DI SOVRAPPOSIZIONE di Petilino (6. 'Dove si domanda se la religione necessita della divinità?' ovvero LA RELIGIONE E' UNA COSA, LA CHIESA UN'ALTRA, 16 marzo 2008)

Conti e Racconti. PROFILI di Mario DG (7. 'Uomini e lupi' ovvero LEI NON SA CHI SIAMO NOI, 19 marzo 2008)

Architetture e architetti. EDIFICI CONTEMPORANEI di Guido Aragona (5. 'Intervista al 'Sacro Volto' di Mario Botta' ovvero NON SETTE MA SETTANTA VOLTE SETTE, 29 febbraio 2008)

Poesie in lingua padre. LA LINGUA RUBATA di AlfaZita (7. 'più su' ovvero SPOSTAMENTI PROGRESSIVI DELLO SGUARDO
, 28 febbraio 2008)

Politica e società. SOCIOGRAFIE di Pietro Pacelli (6. 'Il rivoluzionario di professione' ovvero L'INCUBO DI UNA COSA, 3 marzo 2008)

Cose dell'altro mondo. PURE SCULTURE di Mimmo Pesce (6. 'Torso di Frankenstein', 1981, ANCHE IL MOSTRO HA UNA SUA BELLEZZA, 17 febbraio 2008)

Voci di ragazzi. TEMI MARIANI, ovvero temi in classe degli allievi di Maria Ruggiero (classe II B della Scuola Media Statale 'Caffaro' di Genova-Certosa) 5. Giulia, Una lettera aperta, 17 marzo 2008.

Invito all'Arte. PUNTI DI FUGA di Stefania Mola (4. 'Dall'Oriente con Passione' ovvero  LA PASSIONE E' NEGLI OCCHI DI CHI LA VEDE, 1 marzo 2008)

Davanti alla Legge. DIRITTO E ROVESCIO di 'Giuseppe' (3. 'Pensieri passeggeri sui fondamenti del diritto penale' ovvero E' DIFFICILE COMPIERE IL MALE SE SI HA COSCIENZA DI CIO' CHE SI STA FACENDO, 8 febbraio 2008)

Stato e Contro-Stato. LO STATO DEL MERIDIONE di Filippo Piccione (3. 'I numeri di Mafia + ’Ndrangheta + Camorra' ovvero 18.200 UOMINI DISPOSTI A TUTTO, 10 marzo 2008)

Musica sì ma leggera. LA COLONNA SONORA di Mario DG (2. 'Da Woody Guthrie a Bob Dylan' ovvero IL PRIMO DYLAN NON SI SCORDA MAI, 15 febbraio 2008)

A difesa del prossimo. APOLOGETICA di Giuseppe Nenna (2. 'Knowledge sharing' ovvero ISTRUITEVI, PERCHE' AVREMO BISOGNO DI TUTTA LA VOSTRA INTELLIGENZA, 18 febbraio 2008)

La nuova economia. ECONOMIA DI SOLIDARIETA' di Luis Razeto M. (1. 'Il prezzo giusto' ovvero OLTRE L'ECONOMICISMO (E IL RAZIONALISMO), OLTRE L'ETICISMO (E IL VOLONTARISMO), 21 gennaio 2008)

Sequenze fotografiche. THE LONDON EYE di Lorenzo Levrini (1. 'Cominciamo dall'ovvio' ovvero AVETE GLI OCCHI E VEDETE, AVETE LE ORECCHIE E SENTITE - 25 gennaio 2008)



 
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