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1 marzo 2008
PUNTI DI FUGA - 4 - Stefania Mola, Dall'Oriente con Passione
Il territorio di Massafra, provincia di Taranto, è costellato di grotte, anfratti e strapiombi. È il cuore della cosiddetta civiltà rupestre, un modo di vivere alternativo e complementare alla città che si estese fino a Matera e che è noto ai più soprattutto per alcune spettacolari cripte in cui fino alle soglie dell’età moderna si sono ripetute consuetudini insediative e cultuali comuni a diverse aree del Mediterraneo. Ancor oggi il contesto rupestre stupisce per la ricchezza del suo patrimonio pittorico, sopravvissuto a dispetto degli agenti atmosferici e del tempo.

Foto da Massafra

Tra le grotte di Massafra, spesso frutto di complesse esecuzioni "architettoniche" per via di levare, capaci di replicare scavando elementi e strutture delle architetture costruite, c'è quella detta della Candelora, da cui prendo in prestito l’affresco che vedete.
Erede del suo status di provincia bizantina, la Puglia ha continuato ad esprimersi in un linguaggio "conservatore" facendo per lungo tempo riferimento alla "maniera greca", soprattutto in questi contesti. E tuttavia regalandoci alcune preziosissime rarità iconografiche, come questa Madonna che tiene per mano il Bambino, il quale a sua volta regge un cesto pieno di... uova.

La scelgo un po’ per affinità tematica (siamo nel mese di Pasqua, e non guasta) un po’ perché mi è sempre piaciuta molto. Se dovessimo leggerla “all’occidentale” sarebbe nulla più di una scena di quotidiana banalità: il Bambino, per quanto divino, viene accompagnato per mano dalla mamma reggendo un cestino con fiori o frutti, o magari a scuola e dunque con la tavoletta dell’alfabeto sotto il braccio. Così raccontano i vangeli apocrifi sostenendo l’interpretazione con cui questa immagine è diffusa in smalti e miniature di ambito germanico e come la conosciamo attraverso una lastra di marmo del XIII secolo nel Museo Bizantino di Atene.

Nell’orizzonte artistico bizantino è invece un’immagine inconsueta, una variante del poco che conosciamo in senso “drammatico”. Ci aiuta a decifrarla un affresco di soggetto analogo, datato intorno al 1230, che si trova in Kosovo, nella chiesa della Vergine di Prizren. Qui un’iscrizione in serbo attribuisce al Bambino la qualifica di Krimitel, ovvero il corrispettivo del Cristo Trofeo di origine greca sostenuto da tutti gli autori latini a partire dal III secolo: cibo, nutrimento, e in tal senso prefigurazione della Passione sotto le mentite spoglie di una scena solare e spensierata, destinata a confondersi tra le altre che questa chiesa-grotta di Massafra custodisce.

Se non fosse per la prossimità all’unica scena cristologica del ciclo, anch’essa prefigurazione della Passione nel gesto della Vergine che “offre” il figlio su un altare che è ara sacrificale all’uso pagano: quella della Presentazione al Tempio, della Candelora, appunto (da cui la dedicazione della chiesa).

Stefania Mola



permalink | inviato da fulmini il 1/3/2008 alle 23:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa
1 febbraio 2008
PUNTI DI FUGA - 3 - Stefania Mola, Lasciarci lo zampino...
Tra le innumerevoli nature morte del Seicento quella del napoletano Giuseppe Recco, altrimenti nota come allegoria dei cinque sensi, solletica in modo particolare il desiderio di conoscere quei meccanismi segreti nascosti nella quotidiana partecipazione degli oggetti inanimati alla vita. È diventata consuetudine, ormai, alle soglie del XVII secolo, che un artista lanci ai sensi dell’osservatore una sfida così “diretta” attraverso la vita silenziosa di certi cibi o di certi oggetti.

la foto è una riproduzione del quadro di Giuseppe Recco: "allegoria dei cinque sensi" descritto nel post

Domina la scena un piatto di metallo lucido colmo di dolci. A ben guardare, si tratta di un dolce le cui fette sono sistemate con cura in modo da mostrare al massimo il suo potere seduttivo: con la forma, con la trasparenza, con gli umori che paiono sprigionarsi al solo immaginarne il sapore. A margine di questo evidente protagonista, altri elementi concorrono alla definizione della medesima raffinata eleganza permeata dalla sottile malinconia propria di ogni vanitas: i fiori di campo sistemati nel vaso di cristallo, il liuto, il cannocchiale, lo scrigno rosso su cui giacciono – affranti – uno spartito musicale e un paio di occhialetti a pince. Nell’ombra di fondo si perde un orologio dotato di campanella, tanto per non lasciare insoddisfatto alcun senso né dimenticare che il tempo scorre ovunque comunque, anche nelle trame di una vita silenziosa.


Qualcuno resterà affascinato dalla perfezione dello strumento musicale adagiato al centro della composizione, magari prestando attenzione alla firma e alla data  che si svelano all’osservatore in modo apparentemente casuale. Altri rifletteranno sulla fragilità delle umane sorti scritta nel capo reclinato dei fiori e nell’inutilità dei gioielli presumibilmente custoditi dal cofanetto. Ma è proprio intorno al dolce candito che si riconosce la festa di quei sensi, diretta – più che alla conoscenza delle cose – alla loro consumazione.

È un invito, a servirsi con nonchalance o di soppiatto, ad assaggiare davvero una fettina di quel dolce come qualcuno – d’altronde – ha già fatto: due frammenti di quei bastoncelli di zucchero pralinato – irresistibile! – che guarniscono il piatto sono infatti caduti sul tavolo “firmandone” i modi maldestri e la golosa intemperanza.
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Giuseppe Recco
Natura morta con dolci, fiori e strumenti musicali
(I cinque sensi)
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Stefania Mola



permalink | inviato da fulmini il 1/2/2008 alle 1:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
arte
1 gennaio 2008
PUNTI DI FUGA - 2 - Stefania Mola, La vita in diretta
Come vuole la tradizione, il primo presepe della cristianità venne allestito nel 1223 in quel di Greccio, nell’alto Lazio, grazie all’iniziativa di san Francesco d’Assisi e nelle forme di una sacra rappresentazione “vivente”, ed ebbe il merito di diffondere a livello popolare la devozione betlemita codificando quegli elementi che noi stessi, oggi, consideriamo irrinunciabili nei nostri presepi domestici rispolverati ad ogni Avvento. 

Ce lo racconta la Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio (X, 7), a mo’ di didascalia del tredicesimo dei ventotto affreschi giotteschi nella basilica di Assisi ispirati ad altrettanti episodi della vita del Santo: «il beato Francesco, in memoria del Natale di Cristo, ordinò che si apprestasse il presepe, che si portasse il fieno, che si conducessero un bue e un asino, indi predicò sulla nascita del Re povero e, mentre il santo uomo teneva la sua orazione, un cavaliere scorse il [vero] Gesù bambino in luogo di quello che il santo aveva portato».




Da quel momento in poi, ogni anno, l’evento venne rievocato come spettacolo liturgico all’interno della basilica di Assisi. E qui, alla testimonianza letteraria di Bonaventura, si aggiunge quella iconografica di Giotto, che lo trasforma in un fatto di cronaca di tardo Duecento con la vivacità tipica degli spaccati di vita contemporanea: ambientato all’interno della chiesa del castello di Greccio, l’episodio miracoloso – che avviene nella zona presbiteriale in prossimità del ciborio – aggrega intorno a sé e in relazione alle architetture numerosi personaggi raccolti in tre nuclei. Due gruppi di astanti all’interno del presbiterio, tra cui spiccano i deliziosi frati cantori, e le donne incuriosite dall’evento che si accalcano al di là dell’iconostasi, diaframma obbligato di separazione dalla navata prima della riforma tridentina. Un oltre dotato di profondità e spazio, se vogliamo credere al pulpito e al grande crocifisso che si protendono lì dove il nostro sguardo non può arrivare.

Dunque, il presepe visto da Francesco e documentato da Giotto. Non una natività intima e concentrata sul rapporto tra la Madre e il Bambino e l’incrociarsi dei loro sguardi, bensì una sacra rappresentazione, popolata di personaggi contemporanei che sono spettatori del dramma sacro orchestrato secondo uno schema ben preciso, con un bue e un asinello in terracotta e tutta la semplicità evangelica di Betlemme. Quella che la parola stessa praesepe (= recinto chiuso da siepi, e quindi stabbio per animali) vuole indicare nel senso traslato di mangiatoia. Quella che, secondo Tommaso da Celano, mostra «i disagi in cui Gesù si è trovato per la mancanza delle cose necessarie... come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello». Il tutto in perfetta adesione a quell’iconografia antica che vede sulla scena, appunto, il solo Bambino riscaldato dai due animali, senza altre figure presenti.

Un presepe che è spettacolo ufficiale autorizzato persino da papa Onorio III, solenne eppure nato in modo spontaneo e popolare. Soprattutto, un’idea di Natale che metteva da parte tanto la Natività quanto la Maestà per tornare alle origini, che non erano evangeliche ma apocrife (in particolare il Vangelo dello Pseudo Matteo, composto tra il VI e l’VIII secolo). Non c’è la grotta nei Vangeli canonici, né la selva e le rupi imponenti che san Francesco volle come sfondo a Greccio. La domanda è: perché scegliere l’iconografia popolare e non quella classica della Natività? Perché preferire un allestimento en plein air (che Giotto trasferirà in un interno solo per documentare le successive rievocazioni dell’evento) e preoccuparsi di ottenere la licenza esplicita del pontefice tanto per la sacra rappresentazione quanto per la celebrazione della messa sopra un altare portatile?

Forse perché il presepe non nasce come generica rappresentazione natalizia ma come solenne e forte dichiarazione d’intenti. Da poco chiusi i contrasti con l’autorità papale e approvata la seconda Regola, Francesco sembra riaffermare, a Greccio, la sua volontà di radicalismo evangelico, il suo intento di imitare Cristo, rifacendo Betlemme in forme così poco canoniche: non la chiesa ma il bosco, non lo splendore e i doni dei Magi ma l’essenzialità di una mangiatoia e di due animali, non una Maestà da adorare ma un Bimbo cullato sussurrando una ninna nanna.

Da qui ad un’ulteriore suggestione il passo è breve: che il presepe di Greccio intendesse porsi anche quale surrogato di un pellegrinaggio a Gerusalemme mai compiuto e, magari, quale alternativa pacifica alle Crociate. Ciò che Giotto non racconta, infatti, diversamente dalle cronache dell’epoca, è che i partecipanti non esitavano – a rappresentazione terminata – a considerare miracoloso il contesto e i suoi “ingredienti” e a portarsi a casa, come una reliquia, proprio la paglia della mangiatoia.

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Giotto (e aiuti) ?
Il presepe di Greccio
affresco dalle Storie di san Francesco, 1295-97/1299
Assisi, basilica superiore
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Stefania Mola

arte
1 dicembre 2007
PUNTI DI FUGA - 1 - Stefania Mola, La tavola centrale di un trittico quattrocentesco
[Nasce oggi la nuova rubrica mensile PUNTI DI FUGA di Stefania Mola. Conosciuta come autrice del blog singolare squilibri.splinder.com, eccola coautrice di questo blog-rivista. Per simpatia. Per amicizia. Per 'fare insieme' simpaticamente e amichevolmente.

E questa è una rubrica d‘arte. “L’arte è la mia materia, i dipinti, le sculture, le architetture, gli oggetti. Potrei scegliere una cosa nota o meno nota e proporre ogni mese una riflessione su un aspetto specifico o sulla letteratura critica eventualmente a disposizione. Non quindi un pedante ‘saper vedere’ ma un invito ad osservare che sia anche pretesto per approdare in altri luoghi, in altri campi o contesti.”

Questo mi ha scritto Stefania accettando l’invito a divenire coautrice del blog-rivista, e questo comincia oggi a 'fare insieme'.]


Scalzo alla meta

La tavola centrale di un trittico quattrocentesco conservato nella basilica di S. Nicola a Bari raffigura un soggetto assai caro a quella "maniera greca" che ebbe lunga vita nel Sud dell'Italia, restando familiare e irrinunciabile anche in tempi in cui altrove il Rinascimento premeva alle porte della modernità. Si tratta di una Madonna con Bambino, rappresentata come "Madonna della Passione" secondo il tipo iconografico già diffuso a Creta in affreschi del XII secolo. L'autore, non per niente, è correntemente identificato in Andrea Rizo da Candia, artista cretese impegnatissimo all'epoca in area adriatica tra la Dalmazia e Venezia.



La Madonna regge sul braccio sinistro il Bambino rivolto verso l'arcangelo Gabriele che gli mostra gli strumenti della Passione (croce e corona di spine), mentre dal lato opposto l'arcangelo Michele reca la lancia, la spugna e l'aceto. Il tutto appare al primo sguardo così "familiare" da non vederci altro che la ripetizione di un soggetto mille volte riproposto, sebbene il pieno Quattrocento porti con sé – rispetto ai prototipi bizantini e bizantineggianti – una maggiore freschezza, la perfezione della tecnica pittorica, certa morbidezza nei passaggi chiaroscurali degli incarnati color terracotta e nelle lumeggiature finissime, la fermezza del disegno, il colore vivo e metallico, la straordinaria cura delle sottilissime crisografie e delle aureole bulinate. Non più solo Bisanzio, insomma, ma tanto Occidente.

Perché pensando alle icone ci viene in mente un altro universo, come se le sole parole adatte alla loro misura fossero ieraticità, distanza, fissità. È vero che esse nacquero e si moltiplicarono fedeli all'archetipo, senza indulgenze, senza un tempo cui appartenere che non fosse quello della fede. Ad un certo punto, però, accade qualcosa. Le difese si allentano, la crosta si fa più sottile. Qualcosa fa breccia nel rigore del canone e spezza gli equilibri, tenta di valicare l'insormontabile, stempera la distanza che ci separa quell'universo sospeso sull'impermeabilità alle passioni insinuandosi con un sentire più comprensibile all'uomo spaesato di fronte al suo Dio.



Mi piace pensare, insomma, che in quel Bambino – che stringe forte con ambedue le manine la destra della Madre cercando rifugio come qualsiasi altro cucciolo d'uomo di ogni luogo e di ogni tempo – che in quel Bambino divino che si ritrae impercettibilmente di fronte all'angelo che gli mostra i segni della sua fine, si insinui un'umanità che si tocca con mano. Accade qualcosa: il Bambino ha un fremito, si agita, si divincola. E in quel brusco movimento il piedino lascia cadere il sandalo, spezzando il canone con tutto il terrore e la paura umanissima della notte mortale.
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Andrea Rizo da Candia
Madonna della Passione tra S. Giovanni Teologo e S. Nicola
(tempera su tavola, XV secolo)
Bari, Basilica di S. Nicola

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Stefania Mola


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Questo blog-rivista è una relazione telematica fondata sull’amicizia, un sentimento vivo e reciproco, una benevola disposizione intellettuale e morale.

Questo è un intreccio di lettura e scrittura, un luogo aperto di incontro, conversazione, partecipazione elaborativa, composto dalle rubriche minuscole di 'Fulmini' [autore] e dalle rubriche MAIUSCOLE di 'Saette' [co-autori]:

Dialoghi e Monologhi. IL LEGAME di Venises - che significa Venezie (in francese e in italiano: 22. 'Lezioni di Etica' ovvero LA TESI DI LAUREA DI EINSTEIN, 11 marzo 2008)

Foto e Grafie. I NOSTRI INVIATI di AlfaZita, Leonardo Ancillotto, Lorenzo Levrini, Valerio Magistro, Mara Misuraca, Khùtspe - che in lingua yiddish vuol dire 'faccia tosta', Luigi Russo, Syrah - che è il nome di un vino fruttato bilanciato e secco con note di visciola, ioJulia (64. AlfaZita - Ferrara, 12 marzo 2008, 17 marzo 2008)

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Poesia e Pittura. LO SPACCO di Umit Inatci (16. 'Auto Critica' ovvero PROFESSORE, SI TOLGA GLI OCCHIALI-BICICLO! IO STESSO RACCONTERO' DEL TEMPO, E DI ME, 14 febbraio 2008)

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Musica e Spazio. BRICIOLE MUSICALI di Venises, Ponchielli: Danza delle Ore
, 16 marzo 2008.

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Suono e Suoni. IL FONOGRAFO DI EDISON di Lorenzo Levrini (in inglese e in italiano - 3. 'Tecnologia e Musica' ovvero LA MUSICA DIGITALE HA UNIFORMATO IL NOSTRO TEMPO, 29 dicembre 2007)

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