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29 febbraio 2008
Edifici contemporanei - Guido Aragona, Intervista al "Santo Volto" di Mario Botta

Sono qui in auto, per intervistare la (quasi) nuova chiesa diocesana (detta “Del Santo Volto”) progettata da Mario Botta del Canton Ticino. Foto da Torino

Velocissima intervista, sia io che lui abbiamo poco tempo.
Ho capito perché l’ha fatta così alta! Sapevo che le nuove case della “Spina 3”, sorte, come la chiesa diocesana in aree in precedenza occupate da industrie, fossero alte (e brutte), ma dal vivo sono masse veramente incombenti. Un bene, che non si vedano troppo.
La zona deve ancora essere completata con un parco che arriverà ad insinuarsi anche fra le case e la chiesa.

IO - La prime due cose che mi vengono in mente, guardando la pianta sono:

Pianta della costruzione

1) Botta saggiamente determina con i due edifici della diocesi, un ambito chiuso da quinte, ottenendo così un “sagrato cortile”  riparato e tranquillo; mentre dall’altro lato, parzialmente chiuso dalla chiesa come snodo, cerniera, si apre in modo controllato alla città, verso il centro, e quello che sarà anche il “Parco Dora”.
2) la scelta di fare una chiesa a pianta centrale. Impostata su un poligono a 14 lati, che alternano 7 torri-lucernari (con altri volumi lucernari nella parte anteriore), a 7 lati, cunei, anche di accesso.

Foto da Torino

Questa scelta, vista nella planimetria nel suo complesso mi pare chiara, ma determina una volumetria che è nello stesso tempo assai complicata e un poco rigida, meccanica. Si direbbe quasi un ingranaggio, non è vero?

Immagine del plastico

 

LUI - Certamente,. Infatti mamma Mario lo diceva sempre, questa dell’ingranaggio. In realtà, inizialmente era prevista con otto torri (quindi, una vera e propria “pianta centrale” con due assi di simmetria).

Immagine del plastico

Ma se ora riguardi la planimetria, capisci certi vantaggi “dinamici” dei lati dispari: l’abside è dentro una torre, e  l’eptagono ti consente di entrare in asse da un lato-cuneo, non da un vertice- torre (che sarebbe sbagliato).
Ti accorgi inoltre che è stato un vantaggio, per quanto riguarda i piani di accesso e la forma del lotto, avere accessi al sagrato non paralleli eppure, in asse a torri (e in un caso, anche alla ciminiera-segnale).

IO - Quindi il simbolismo del numero sette non è la causa della scelta, è vago e “a posteriori”, forse. E’ derivato più da un gioco d’opportunità, che da una effettiva spinta simbolica.

 LUI - Secondo me, si. Mia mamma in una intervista ha detto “Sette è un numero magico, rimanda tra l'altro ai sette giorni della settimana, ai sette sacramenti. Ma è anche un numero assente dalla tradizione architettonica della città: la forma con sette lati mi è servita per creare un'abside centrale, che è rivolta verso la città”. (1)

IO - Si, è vago (sorrido). Poi, l'ha sparato con "il numero assente dalla tradizione architettonica torinese. Sfido io ... provate a cercare un edificio a pianta eptagonale, nel mondo. Se si contano sulle dita della mano, è tanto.
Comunque è abbastanza marcato questo riferimento al mondo industriale, operaio, della fabbrica. Anche se, sul piano simbolico, mi pare comunque altrettanto vago e ambiguo, specie nella mescolanza col fatto religioso. Sempre la sua mamma ha detto “.Mi piace anche la ciminiera, perché è legata alla memoria della cultura operaia, però adesso ha assunto nuovi significati, rappresenta un altro segno del raccordo tra passato e presente.

Foto da Torino

Passando ad altro, devo dire che al di la di tutto, non posso come sempre non ammirare la precisione dei dettagli delle cose di Botta, raffinata anche da esperienza ormai ultradecennale: questi suoi tipici giochi di muratura, specie di mattoni.

Foto da Torino

LUI Però ... lo sa no? Quello è il vestito, io sono in calcestruzzo armato, gettato o in blocchi :-)

Foto da Torino

IO – Lo so. Comunque non ti offendere, fuori ti trovo un po’ ostile, con questi spigoli, anche se sei meglio dal vivo che in foto. Invece, dentro sei meglio in foto. Comunque, per dirla in critichese, c’è un sentore “Ledoux-Lecorbusieriano" forse un po’ Calvinista che non mi entusiasma, che sento alieno.(2)
Decisamente d’effetto l’ingresso all’interno, con il volto della Sindone ricavato da effetti di luce radente in rapporto ai materiali (mattoni e marmo).
Foto da Torino

Mi piacciono inoltre questi effetti di luce sia naturale che artificiale, all’interno.

    Foto da Torino

LUIVero che non sono brutto come tanti dicono? Però si spicci, devo finire l’intervista, mi faccia l’ultima domanda.

 IO – Peccato, avrei molte cose da chiederle ancora. E va bene, le faccio una domanda di “design liturgico”, se posso esprimermi così; su un piano dunque che non ho toccato, causa mia incompetenza in materia. Com’è che le panche, non hanno inginocchiatoi? E’ una scelta estetica, religiosa (ecumenica) o economica?

Foto da Torino

LUI – Non lo so. Questo dovrebbe chiederlo a mio papà, mons. Severino Poletto (3)

**********

Me ne vado per i miei affari, nel tramonto invernale. Un sopralluogo svelto nell’area della ex acciaieria, dove presto, sorgerà un parco urbano, con una passerella aerea sulle gigantesche strutture della ex fabbrica, che condurranno proprio dall’altro lato, in prossimità della chiesa e delle nuove case, laddove sorgevano grandi fabbriche

Foto da Torino

 

     Note

(1) In una recente conferenza tuttavia, Botta ha affermato che la geometria eptagonale sia stata suggerita da una persona della Curia, non per motivi pratici, dunque la lettura che ne ho dato potrebbe essere erronea. (cfr qui)
 
(2)  
Ritengo che lo stile di Botta sia sulla linea Ledoux-Le Corbusier come individuata da Emil Kauffmann, passando per Louis Kahn. Per capire Botta, può servire vedere anche in fotografia o in disegni i lavori di questi tre architetti.

(3) In realtà, solo una parte dei sedili è priva d'inginocchiatoio. Gli altri, hanno un inginocchiatorio mobile, cfr. qui

Alcune immagini sono state reperite in Internet, altre scattate da me.


Guido Aragona

arte
27 gennaio 2008
EDIFICI CONTEMPORANEI - 4 - Guido Aragona, Intervista al Museo dell'Ara Pacis a Roma
Arrivo da Piazza di Spagna, attraversando le vie minori e gli edifici con portici degli anni trenta, che costeggiano il Mausoleo di Augusto. La vedo intanto in controluce, un po' di fianco e un po' di dietro. Più sexy di come tanti la descrivono:



E infine, di fronte:



- Buongiorno: potrei farle una breve intervista? E' per il blog-rivista ‘fulminiesaette’.

- Un'altro! E va bene, ma ad una condizione: che non faccia domande con intento polemico o malevolo. Non mi chieda insomma se sembro un benzinaio.

- Sì signora, non lo farò, lo prometto. Allora, la mia prima domanda è questa: si trova a suo agio in questa terra straniera, a Roma, in Italia?

Mentre attendo la risposta, vedo il violento contrastare delle dure e grosse ombre portate dai grandi serramenti con le ombre proprie e delicate del marmo dell'Ara Pacis:



l'incombere delle massicce ed elementari strutture della piastra e della copertura  (con superficie bianca, già macchiata dal tempo) sulle finissime e precise sculture dell'Ara:



la abilità nel risolvere i raccordi di livello all'esterno; l'eleganza fredda e un poco indifferente del disegno della signora; gli enormi muri di travertino a spacco o levigato, che muri non sono, ma volumi cavi con ossatura metallica che sorregge le lastre; la troppo composita, non netta e chiara, struttura:



La volontà di fare entrare l'esterno all'interno, in parte vanificata dalla eccessiva presenza dei grandi serramenti.
Vedo la grande difficoltà del fare una architettura che sia di forte identità, e nello stesso tempo interamente subordinata al suo contenuto. Che sia perfetto coro d'accompagnamento. Laddove  invece mi pare costellato da una incontenibile serie di piccoli e talvolta dissonanti acuti da primadonna, in primo luogo nel suggerire e poi contraddire senza motivo elementi di simmetria, cioè nel non avere l'umiltà e il coraggio di quella simmetria; e infine nel fare spesso massiccio ciò che il senso comune vorrebbe leggero, e leggero ciò che vorrebbe massiccio.
Vedo un disegno e un colore senza cuore, che non è Roma.
Finché il sole smette di battere.



- Si trova a suo agio a Roma, signora? Risponda, la prego. Signora?

Guido Aragona

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5 dicembre 2007
EDIFICI CONTEMPORANEI - 3 - Guido Aragona, Dialogo con le uscite degli ascensori per disabili del nuovo metrò a Torino
- E tu chi sei? Non ti avevo mai visto, eppure passo sempre da qua!



- Sono l’involucro dell’ascensore per disabili del nuovo metrò di Torino, fermata Re Umberto. Sono costituito da elementi vetrati, per tre lati in vetro chiaro stratificato temperato di 20 mm di spessore, composto da due vetri temperati da 10 mm assemblati con  film di PVB, mantenuti in opera mediante aggrappi circolari a sfera in  acciaio inox (spazzolato grana 220), con traverse, compresa interposizione di rondelle di tenuta in neoprene, e steli in  acciaio inox (spazzolato grana 220),  fissati…

- Ehi, fermati! Interessante, ma non ti ho chiesto di parlarmi con il Capitolato con cui sei stato realizzato. (1)

- D’accordo, cosa desidera sapere?

- Perché pensi tu sia stato realizzato in vetro e acciaio? E inoltre, gli involucri degli ascensori delle altre fermate sono stati realizzati uguali?

- Prima domanda: penso che mi hanno fatto così perché l’acciaio e il vetro rappresentano la modernità, l’aggiornamento, e il metrò è anche tutto questo, no? E poi, il montaggio così è più veloce, a secco, formato quasi interamente in officina e solo da assemblare in opera, quindi con minimi inconvenienti possibili. Seconda domanda: sì, ho un gemello omozigote per ogni fermata. Più che altro, siamo cloni, a dire il vero. In generale “La progettazione delle stazioni (stazioni tipo e stazioni speciali) è stata sviluppata attenendosi agli indirizzi generali architettonici contenute nella Carta dell'Architettura dell'Arch. B. Kohn fornita dal Committente. L'obiettivo principale della Carta dell'Architettura è stato di garantire la coerenza estetica dell'insieme delle stazioni affermando un'omogeneità della concezione spaziale e un concetto architettonico che unifichi le stazioni sia dal punto di vista dei volumi, che della trasparenza e dell'architettura: principi di…”



- Alt alt! Ora mi stai ripetendo quanto scritto nel sito di Geodata. Senti, ma secondo te, non sarebbe stato meglio caratterizzarvi un poco diversamente, a seconda della parte di città in cui siete, ciascuno con un proprio disegno, magari affidato a qualche giovane mamma (architetto). Ti trovo dignitoso, ma forse un inserimento migliore e più vivace sarebbe stato possibile.



- Forse si. Ma vedi, sarebbe costato di più, esponeva a rischi, bandi di concorso, forse ritardi nei tempi, o altre grane. Io no, sono, con i miei gemelli, un oggetto di design; definito una volta per tutte, seriale. Uguale qui come a Collegno, come in corso Francia. Asettico, neutro, moderno, cerco di non dar fastidio, e perdite di tempo in fase di progettazione ed esecuzione.



Lo so: le mie dimensioni non derivano da proporzioni compositive quali sezioni auree, rettangoli armonici, ma da normative, economie costruttive e meccanica. La mia posizione non è relazionata al passo dei portici. D’accordo, forse non ho molto spirito. Ma lo spirito (esiste?) è una complicazione inutile: del resto, non crediate che voi uomini, sempre più simili a macchine e sempre più dipendenti da esse, ne siate tanto forniti. Allora, che fai? Mi provi o prendi la scala mobile?

Note:

1) in realtà, quella parte di descrizione è tratta da un altro capitolato di un’opera analoga

Guido Aragona

arte
30 ottobre 2007
EDIFICI CONTEMPORANEI - 2 - Guido Aragona, Intervista al Palafuksas
Ci rechiamo a Porta Palazzo percorrendo via Milano, antico cardo della Città Romana di Torino, ritracciato su piano di Filippo Juvarra nei primi del '700.

[1-piano juv-via milano]
Passiamo lo slargo romboidale a quattro cantoni, non immemore di quello di via Maqueda a Palermo, ottenuto da Juvarra cogliendo a pretesto la giacitura diagonale rispetto alla via della preesistente Basilica Mauriziana.

[2-via milano]
E infine arriviamo all'attacco del grande spazio di Porta Palazzo, con i due palazzi di testa disegnati dallo stesso Juvarra, quasi come due vecchi signori, eleganti testimoni di un tempo in cui si aveva ancora il coraggio (o forse, solo il potere assoluto) di riconfigurare le città secondo un ordine preciso e coordinato.

[3-testa porta palazzo]

[4-stampa Borra]
Quando sei a Porta Palazzo sei fuori porta. Sono solo pochi metri, ma sei passato dal centro aulico alla periferia. Lo spazio è talmente vasto da non poter essere racchiuso. Oggi, come tanti anni fa, è un luogo in cui è grande la presenza di immigrati e di marginalità. Una volta, erano i meridionali, oggi gli extracomunitari. Non lontano, si trova la grande istituzione del Cottolengo, e L'Arsenale della Pace; le loro iniziative volte alla prima accoglienza sono uno dei motivi per cui la presenza degli immigrati a Porta Palazzo è così alta, oltre alla naturale propensione dei mercati (come le stazioni) ad essere luogo di margine, limen.

[5- pf- fronte lontano]
Eccoci qui, ad intervistare il “Palafuksas”. Che, a dispetto del fatto che è di recente costruzione, è chiuso e apparentemente in stato di abbandono. E ancora sotto lavori di completamento.

- Buongiorno. Ma lo sai che non sembri affatto un mercato coperto? Come mai?
- Intanto, mi dia del Lei e porti rispetto, peone dell'architettura. Io non sono un volgarissimo mercato coperto. Infatti, mi chiamano “Palafuksas” dal nome della mia famosa madre, Massimiliano Fuksas, che va pure in televisione e in pubblicità. Potrei anche diventare un museo (del cioccolato). Stia bene attento a come parla. Io rappresento la creazione dell'Artista internazionale, l'aggiornamento culturale della Amministrazione della città, che lo ha scelto previo regolare concorso. Sono stato pubblicato nelle migliori riviste di architettura.
- Va bene. Allora cominciamo da qualche dato anagrafico. Quant'è costato, Lei?
- Poco meno di 8 milioni di euro, ma l'impresa ne vuole 13.
- E poi, stanno ancora facendo altri lavori, immagino fuori appalto. Per una superficie?
- Destinata al commercio, 3720 mq, totale (compresi parcheggi) 13,680.
- Insomma, se l'impresa la spunta con le richieste, Lei è costato caro, considerando la sua destinazione.
- Eh, le cose belle costano...
- Va bene, ma mi lasci giudicare personalmente. Due sono le cose che di primo acchito si notano di più: il suo rivestimento e la sua pensilina. Ci può spiegare?
- Il rivestimento in mattoncini di vetro su intelaiatura di acciaio serve a celare gli “accidenti” al perimetro: scale di sicurezza e impianti in modo particolare. La destinazione d'uso non necessitava di aperture al perimetro, ad eccezione degli ingressi.

[6- pf- intercapedine]

[7- pf- fronte vicino]
L'illuminazione naturale è garantita dall'alto.  Ma la mia mamma non avrebbe mai fatto dei volgarissimi lucernari. E così li ha ottenuti come per effetto di un taglio sul tetto (che non c'entra nulla con la geometria della base dell'edificio, sono linee d'artista), sopraelevando le parti tagliate, un po' come lei dice a “cavatappi”.

[8- pf- foto plastico]
La pensilina non è una pensilina, ma uno sporto della parte sopraelevata del tetto, che va oltre la zona dell'ingresso.
- Ah. Concetti interessanti, veramente. Il plastico parla chiaro. Ma non pensa che sia troppo riduttivo? Che questa impostazione sia troppo semplicistica e rigida, e questo generi alcuni problemi non risolti?
- Ad esempio?
- Ad esempio due fatti, uno generale e uno particolare: 1) il “vestito” sì, elegante, a compattare il volume alla base rende l'edificio un blocco chiuso e uniforme, cosa che fa a pugni con la ricchezza di articolazioni e aperture non solo delle altre strutture del mercato, ma anche degli edifici circostanti; 2) la soluzione di quel “vestito” necessita di essere portata a terra, senza alcun basamento, con due problemi di cui una mamma si illustre dovrebbe tener conto: il primo, pratico, che non si vede nelle belle foto delle riviste fatte quando era “nuovo di pacca”, è che fra calci, pisciate, graffi e atti vandalici, dopo poco tempo l'attacco a terra diventa uno schifo, e lo stesso vale per lo spazio intercapedine compreso fra le sue facciate, che si riempie di rifiuti e cacate di piccioni; il secondo, architettonico, e dovuto alla pendenza: è brutto che l'edificio parta in modo cosi indefinito, non netto. I basamenti degli edifici li hanno inventati per questo, sa?

[9- pf- part-attacco1]

[10- pf- part-attacco2]
- Detto questo, Le faccio un'altra domanda: secondo Lei perché Fuksas ha semplificato così tanto e insistito sul concetto di edificio a blocco compatto (per poi deformarne in modo – a mio parere - arbitrario le parti superiori),

[11- pf- dietro]
anche se mai storicamente gli edifici ad uso mercato lo sono stati, e nemmeno l'edificio del mercato alimentare lì a fianco?

[12- alim- interno]

[13- alim - retro]
Non sarebbe stato meglio partire da un altro concetto, magari quello di un moderno funduq coperto, che avrebbe consentito una migliore articolazione? (visto che è un tipo derivato dalla architettura romana, e che il tema “integrazione” è molto sentito dato che ormai a Porta Palazzo si parla più arabo che italiano)

[14 - funduq]
- Bé, sarebbe stato forse più faticoso dare una maggiore articolazione, con riferimento ad alcuni modelli storici più adatti all'uso, avendo peraltro una minore contropartita in termini di esibizione di “originalità” e a parità di parcella.

- Mi fa piacere che lo ammetta: due trovate e vai, insomma. Se devo essere sincero, ho il sospetto che Lei sia frutto di una sveltina. Ma andiamo avanti. Lo spazio interno non è accessibile, ad oggi. Peccato, sarebbe necessario per considerare un edificio, come diceva un maestro della sua mamma, Bruno Zevi. Ma qualcosa si vede: sappiamo che al centro lo spazio è occupato da antiche ghiacciaie scoperte durante lo scavo dell'edificio (non è una idea originale, è stato già fatto per un garage interrato nella vicina Piazza Emanuele Filiberto).

[15- pf- interno]
Per il resto, mi pare appunto un garage: molto, troppo grezzo. Non si capisce il perché di tutte queste rampe, che determinano troppi spazi “sotto rampa”, bui, bassi e inutilizzabili e che vincolano pesantemente la versatilità d'uso. Non si capisce perché alcuni pilastri siano rastremati verso l'alto e altri verso il basso. Mi spiega?
- Non so perché. Credo che la cosa abbia a che fare con la libera espressione dell'originalità dell’artista.
- Ah. E anche gli impianti e gli estintori sbattuti lì grezzi e in piena evidenza fanno parte dell'espressione dell'artista? Ma andiamo avanti. Il tetto che si protende a pensilina è tenuto da una coppia di bielle in cor-ten (*). Perché sono sghembe, lavorando peraltro così piuttosto male?
- Perché sarebbe stato banale metterle dritte, e non metterle avrebbe appesantito la struttura, sia al punto di incastro, sia i pilastri.

[16- pf- zona ingresso 1]
Ah. Che elegansa. Peccato che la conformazione dell'insieme non è servita ad occultare il più possibile l'orrendo palazzone dietro, che sembra quasi valorizzato dalle scelte volumetriche estetiche della sua mammina. Comunque, sappia che una pensilina così alta non serve allo scopo, anche se, glielo concedo, fa un certo effetto.

[17- pf- zona ingresso 2]
Cura estetica delle strutture, dunque, anche se porta a scelte irrazionali da un punto di vista costruttivo e d’uso. Ma allora, questo bitorzolo che spunta, e sfracchia la pulizia dello sbalzo del tetto e della parte vetrata superiore, da dove viene fuori? Cos'è, un omaggio alla estetica del suburbio?

[18- pf- cagata strutturista]
- No, ehm, l'ha chiesto dopo lo strutturista. Ma quello è un lato che si vede poco. E mica c'entra la mia mamma.
- Vabbé, non infierisco. Sta di fatto che Lei, risulta ai più competenti (2) irrazionale, male integrato in quel paesaggio urbano e anche un po' bruttino di per sé, scusi se glielo dico. Non so di chi sia la colpa, però, penso che sia anche un poco colpa di sua mamma, con tutto il rispetto. Grazie, comunque, con i miei migliori auguri di divenire il museo del cioccolato.  

Note:
1)    il Corten è un tipo di acciaio brevettato di alta resistenza alla corrosione e alta resistenza meccanica. Si presenta con una patina di ossidi, rosso ruggine
2)    Una recente inchiesta basata su sondaggi, ha rilevato che il “Palafuksas” è fra le opere meno apprezzate della Torino olimpica, da parte di un pubblico di architetti. Inoltre, Vittorio Sgarbi, “non le ha mandate a dire” al suo amico Fuksas, vedi qui

Alcuni link per chi volesse approfondire:

a) documentazione del concorso con schizzi di Fuksas e altre immagini: http://www.europaconcorsi.com/db/pub/scheda.php?id=4323

b) qualche materiale su Fuksas e Torino, con sua intervista
http://www.architettiroma.it/dettagli.asp?id=6883

c) Per notizie tecniche sulla facciata, il sito del produttore, Focchi, con belle foto appena fatto
http://www.focchi.it/progetti/padiglione-abbigliamento/

d) Il giudizio di Vittorio Sgarbi, in un articolo di Repubblica
http://www.europaconcorsi.com/db/rec/inbox.php?id=8366

e) l’inchiesta sul gradimento dei nuovi interventi da parte di addetti ai lavori
http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200709articoli/4570girata.asp

f) la attuale situazione amministrativa e d’uso
http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200710articoli/4657girata.asp

Guido Aragona


arte
27 settembre 2007
EDIFICI CONTEMPORANEI 1 - Guido Aragona, Come si guarda un edificio
[Nasce oggi sul blog-rivista una nuova rubrica, di critica architettonica. Titolo: EDIFICI CONTEMPORANEI. Autore: Guido Aragona (noto anche come ‘Biz’ o ‘Aragonbiz’ – sì, proprio lui, uno dei migliori blogger in circolazione – lo avete letto anche qui negli ultimi numeri della rubrica mensile collegiale L’ULTIMOGIORNODELMESE). Siccome gli ho proposto di descrivere architetture contemporanee con l’occhio dell’architetto contemporaneo, ho pensato di ‘illustrare’ questo suo post iniziale con l’immagine di un progetto architettonico di cui è coautore, pubblicata sul suo blog (http://www.bizblog.splinder.com/) il 17 settembre 2007.]



Passeggiate di architettura contemporanea – istruzioni per l'uso.

Ho accettato l'invito di Pasquale di contribuire al suo “blog-rivista” come critico di architettura contemporanea. L'impronta che egli vorrebbe dare a questo contributo – e io sono d'accordo – è quello di compiere osservazioni critiche che siano accessibili a tutti, anche a coloro che non sono competenti in materia. Per facilitare la cosa vorrei brevemente introdurre la cosa con qualche consiglio per superare una eventuale soggezione al tema, e spiegare il tipo di semplificazioni che adotterò in queste pagine.

Consiglio 1) – Gli edifici possono essere considerati alla stregua di persone. Sono in effetti individui che hanno una vita sociale. Come suggestivamente disse Filarete più di 500 anni fa, il padre dell'edificio è il committente, la madre è l'architetto. L'architetto tiene in grembo l'edificio dal concepimento al parto; poi lo svezza, lo educa, lo attrezza e lo veste (con l'ausilio di tanta altra gente), e infine lo lascia alla sua vita nel mondo. Poi l'edificio avrà la sua vita, più o meno onorata, e intratterrà rapporti con tutti coloro che gli saranno intorno. Anche noi. E' nato per servire, questo non va dimenticato. Vive: cambia nelle ore del giorno, sente le stagioni, invecchia, va curato, e prima o poi muore. Non è a se stante, ha un suo habitat, quello che gli esperti chiamano “contesto”, che a sua volta si modifica nel tempo. Se qualcuno vi dice che “umanizzare” gli edifici è da bambini, risponderete che è proprio per quello che è giusto. E poi gli citate Filarete, così impara.

Consiglio 2) – Interrogare gli edifici. Gli edifici, di solito, parlano se interrogati. Interrogare gli edifici significa dire loro “ma perché sei fatto così?” L'interrogazione è preceduta e seguita dallo sguardo che osserva e cerca di capire. In questo, sono di aiuto l'immaginazione (di possibilità alternative) e il ricordo (di soluzioni diverse adottate in casi analoghi in altri edifici). L'edificio è servo, e io lo devo interrogare in modo esigente, severamente ma senza supponenza o arroganza, con equità e un pizzico di benevolenza (che comunque è opzionale, e da non usare in caso di maleducazione e arroganza del servo). Se l'edificio risponde bene noi avremo ammirazione. Rispondere bene vuol dire che ogni sua parte, ogni sua scelta, è difficilmente perfettibile, non è arbitraria, è risolta con eleganza, contiene una logica elevata, ecc. Se poi, dice queste cose suonando e cantando (bene), tanto meglio. Il servo può ben educarci in molti casi, darci lezioni di saggezza, di sapienza, può diventare anche buon amico, possiamo amarlo anche follemente, ecc. Altrimenti, alla striglia!

Consiglio 3) – Giudicare solo per conoscenza diretta. Voi giudicate una persona solo in base a descrizioni e fotografie altrui? Spero di no. Certo, se una persona di cui mi fido parla male o bene di qualcuno, io sarò prevenuto nei suoi confronti, ma questo non mi autorizza a dare un giudizio definitivo né in bene né in male. Fidarsi comunque delle proprie impressioni, delle proprie sensazioni, anche se non bastano, e possono essere corrette dalla conoscenza approfondita, da adeguata documentazione. Come per le persone, insomma. L'esperienza aiuta. I media tendono a parlare bene degli edifici nuovi: questo deriva dalla promozione che ne fanno i “genitori” e i loro aiutanti, gente spesso importante. Ma non bisogna dimenticare che l'edificio è, quasi sempre, entro uno spazio pubblico, e non è di proprietà dei committenti e degli architetti, nemmeno, e a maggior ragione, in caso di opera pubblica.

La prossima volta, vi parlerò di un edificio commerciale realizzato a Torino nell'area della famosa Porta Palazzo. Architetto: Massimiliano Fuksas.

Guido Aragona

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blog-rivista

Questo blog-rivista è una relazione telematica fondata sull’amicizia, un sentimento vivo e reciproco, una benevola disposizione intellettuale e morale.

Questo è un intreccio di lettura e scrittura, un luogo aperto di incontro, conversazione, partecipazione elaborativa, composto dalle rubriche minuscole di 'Fulmini' [autore] e dalle rubriche MAIUSCOLE di 'Saette' [co-autori]:

Dialoghi e Monologhi. IL LEGAME di Venises - che significa Venezie (in francese e in italiano: 22. 'Lezioni di Etica' ovvero LA TESI DI LAUREA DI EINSTEIN, 11 marzo 2008)

Foto e Grafie. I NOSTRI INVIATI di AlfaZita, Leonardo Ancillotto, Lorenzo Levrini, Valerio Magistro, Mara Misuraca, Khùtspe - che in lingua yiddish vuol dire 'faccia tosta', Luigi Russo, Syrah - che è il nome di un vino fruttato bilanciato e secco con note di visciola, ioJulia (64. AlfaZita - Ferrara, 12 marzo 2008, 17 marzo 2008)

PROVE DI DISCUSSIONE (15. Un viaggiatore, 'Il punto di vista di Un viaggiatore' ovvero IL SOGNO DI UNA COSA, 5 marzo 2008)

Poesia e Pittura. LO SPACCO di Umit Inatci (16. 'Auto Critica' ovvero PROFESSORE, SI TOLGA GLI OCCHIALI-BICICLO! IO STESSO RACCONTERO' DEL TEMPO, E DI ME, 14 febbraio 2008)

Racconti e Resoconti. AGATHOTOPIA - 'un buon posto per vivere' in greco antico - di Un viaggiatore (11. 'L'occasione di Ciccio' ovvero L'UOMO DI VETRO, 7 marzo 2008)

Minima moralia. A QUATTRO MANI di Fulmini e Tuoni, @lbelù, AlfaZita e Fulmini [12. AlfaZita e Fulmini, 'Kavafis per noi' ovvero E' FINITA, 4 marzo 2008]

Condivisioni di bloggers: l'evento più importante del mese nell'universo mondo. L'ULTIMOGIORNODELMESE (10. Febbraio 2008. AlfaZita, CIPRO; Claudio Ricci, COLORI; ioJulia, VARSAVIA; Khùtspe, GENOVA, 29 febbraio 2008)

Economia e Politica. IL CROGIOLO di Mario Pennetta (13. 'Il Partito Democratico e la sinistra massimalista' ovvero RIFORMISTI SUL SERIO E COMUNISTI A PAROLE - 22 febbraio 2008)

Audio e Visivo. EYES WIDE OPEN di Fabio Benincasa (8. 'Totò Riina contro Gregory House' ovvero RACCONTARE STORIE E MOSTRARE LA REALTA' SONO DUE COSE DIVERSE, 20 febbraio 2008)

Musica e Spazio. BRICIOLE MUSICALI di Venises, Ponchielli: Danza delle Ore
, 16 marzo 2008.

E' questa la musica che stai, state ascoltando.


Suono e Suoni. IL FONOGRAFO DI EDISON di Lorenzo Levrini (in inglese e in italiano - 3. 'Tecnologia e Musica' ovvero LA MUSICA DIGITALE HA UNIFORMATO IL NOSTRO TEMPO, 29 dicembre 2007)

Scienza e Religione. ZONE DI SOVRAPPOSIZIONE di Petilino (6. 'Dove si domanda se la religione necessita della divinità?' ovvero LA RELIGIONE E' UNA COSA, LA CHIESA UN'ALTRA, 16 marzo 2008)

Conti e Racconti. PROFILI di Mario DG (7. 'Uomini e lupi' ovvero LEI NON SA CHI SIAMO NOI, 19 marzo 2008)

Architetture e architetti. EDIFICI CONTEMPORANEI di Guido Aragona (5. 'Intervista al 'Sacro Volto' di Mario Botta' ovvero NON SETTE MA SETTANTA VOLTE SETTE, 29 febbraio 2008)

Poesie in lingua padre. LA LINGUA RUBATA di AlfaZita (7. 'più su' ovvero SPOSTAMENTI PROGRESSIVI DELLO SGUARDO
, 28 febbraio 2008)

Politica e società. SOCIOGRAFIE di Pietro Pacelli (6. 'Il rivoluzionario di professione' ovvero L'INCUBO DI UNA COSA, 3 marzo 2008)

Cose dell'altro mondo. PURE SCULTURE di Mimmo Pesce (6. 'Torso di Frankenstein', 1981, ANCHE IL MOSTRO HA UNA SUA BELLEZZA, 17 febbraio 2008)

Voci di ragazzi. TEMI MARIANI, ovvero temi in classe degli allievi di Maria Ruggiero (classe II B della Scuola Media Statale 'Caffaro' di Genova-Certosa) 5. Giulia, Una lettera aperta, 17 marzo 2008.

Invito all'Arte. PUNTI DI FUGA di Stefania Mola (4. 'Dall'Oriente con Passione' ovvero  LA PASSIONE E' NEGLI OCCHI DI CHI LA VEDE, 1 marzo 2008)

Davanti alla Legge. DIRITTO E ROVESCIO di 'Giuseppe' (3. 'Pensieri passeggeri sui fondamenti del diritto penale' ovvero E' DIFFICILE COMPIERE IL MALE SE SI HA COSCIENZA DI CIO' CHE SI STA FACENDO, 8 febbraio 2008)

Stato e Contro-Stato. LO STATO DEL MERIDIONE di Filippo Piccione (3. 'I numeri di Mafia + ’Ndrangheta + Camorra' ovvero 18.200 UOMINI DISPOSTI A TUTTO, 10 marzo 2008)

Musica sì ma leggera. LA COLONNA SONORA di Mario DG (2. 'Da Woody Guthrie a Bob Dylan' ovvero IL PRIMO DYLAN NON SI SCORDA MAI, 15 febbraio 2008)

A difesa del prossimo. APOLOGETICA di Giuseppe Nenna (2. 'Knowledge sharing' ovvero ISTRUITEVI, PERCHE' AVREMO BISOGNO DI TUTTA LA VOSTRA INTELLIGENZA, 18 febbraio 2008)

La nuova economia. ECONOMIA DI SOLIDARIETA' di Luis Razeto M. (1. 'Il prezzo giusto' ovvero OLTRE L'ECONOMICISMO (E IL RAZIONALISMO), OLTRE L'ETICISMO (E IL VOLONTARISMO), 21 gennaio 2008)

Sequenze fotografiche. THE LONDON EYE di Lorenzo Levrini (1. 'Cominciamo dall'ovvio' ovvero AVETE GLI OCCHI E VEDETE, AVETE LE ORECCHIE E SENTITE - 25 gennaio 2008)



 
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