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20 marzo 2008
EYES WIDE OPEN - 9 - Non è l’America (Ceci n’est pas l’Amérique!)
NB
L'articolo parla del film Non è un paese per vecchi rivelando dettagli sulla trama. Se vi piacciono le sorprese leggetelo solo dopo la visione del film.

Non è un paese per vecchi è piaciuto parecchio ai critici italiani, anche se dando un’occhiata alle recensioni non si capisce bene perché. Su una cosa però quasi tutti sono d’accordo, che è una critica all’American way of life. Questa cosa di solito fa godere il medio critico italiano che così si può consolare di vivere nel migliore dei mediocri mondi possibili. Non ho letto il libro da cui i Coen hanno tratto il film, ma una cosa la posso dire: di tutto si parla in questo film tranne che dell’America.

Si parla del mito, e dunque ci sono gli sceriffi e i cowboy, il killer malvagio come nei film di Leone. Ma appunto il mito del West è come il mito greco: mica riguarda solo l’America o la Grecia, riguarda tutti. Foscolo o Von Kleist potevano evocare figure della Grecia classica riadattandole alle loro poetiche come Leone poteva ambientare una tragedia greca nel West.

I Coen manovrano miti universali e ce li mostrano stanchi e consumati. Lo sceriffo vuole solo andare in pensione perché gli fa schifo tutto, il killer è un pazzo nevrotico e il protagonista è una specie di emarginato che si gioca la sua vita e quella della moglie per soldi (e anche lui dice di essere intenzionato ad andare in pensione con i soldi). Compare un Woody Harrelson sicuro di sé col cappello da cowboy e subito si fa ammazzare come un cretino. Le azioni violentissime dei protagonisti sono contrappuntate da dialoghi zeppi di banalità e luoghi comuni. Insomma il mito è rimasto in mutande, altro che western crepuscolare.

Non so se l’avete notato, ma il film si svolge su un confine. Quello fra Messico e USA certo, ma è in realtà ben altro confine, quello che una volta oltrepassato non consente alcun ritorno. Un confine che passa in un deserto costellato di corpi senza vita. A non essere un paese per vecchi non è l’America: i Coen hanno messo in scena un trionfo della morte, un viaggio oltre l'estrema frontiera.

Tralascio l’analisi di scene simboliche con fiumi e cani infernali, ma a un tratto Josh Brolin si ritrova a dover passare la frontiera senza vestiti, come in un rituale pagano. Una specie di guardiano infernale lo interroga al suo passaggio. Avendo saputo che è stato in Vietnam lo lascia passare. Il confine della morte si estende in tutte le direzioni, passa per l’Iraq, per il Tibet, per l’Europa, ammorba la condizione umana, inquieta i sogni dello sceriffo anche dopo la pensione. La morte che mettono in scena i Coen non è rassicurante, non è facile, non dà senso alle cose, è solitaria, casuale, e al tempo stesso obbligatoria, come un tiro di testa o croce. La morte non è l’America, è il destino stesso dell’uomo.

Fabio Benincasa

televisione
20 febbraio 2008
EYES WIDE OPEN - 8 - Totò Riina contro Gregory House

FotofotoSe il mio ultimo post si intitolava come (non) fare una fiction, questo potrebbe intitolarsi come (non) costruire dei personaggi. La fiction di Canale 5, Il capo dei capi, per me è un buon esempio di come non si dovrebbero costruire i personaggi e le trame.

Ora, se vi prendete la briga di leggere le recensioni sulla fiction (che ha avuto grande successo) vi accorgerete che tutti ne lodano l’impostazione realistica. In realtà non solo è stato aggiunto un personaggio inesistente, l’agente di polizia buono e incorrotto, Biagio Schirò, presunto ex-amico di Riina convertito al bene sulla via di Damasco (o sulla via di Palermo), ma le tortuose vicende della mafia siciliana sono state semplificate. Alcuni fatti non chiari sono stati omessi. Vicende che si snodavano per anni sembrano svolgersi in pochi mesi. Intendiamoci: non c’è niente di male in tutto questo, è il lavoro che fanno da sempre quelli che raccontano le storie. Sappiamo tutti che Richelieu non torturava i malcapitati nelle segrete come nei Tre Moschettieri di Dumas e il Marchese di Mantova non andava per osterie di notte come fa nel Rigoletto di Verdi.

Non c’è niente di male, tranne che in Italia si scambia sempre raccontare le storie con mostrare la realtà, che è una cosa diversa. Con l’audiovisivo la realtà si può ricostruire, ma proprio perché è ricostruita non è più la realtà. A causa di questa confusione, in Italia diventa difficile raccontare le storie e diventa anche difficile rappresentare la realtà.

Prendiamo un telefilm americano di successo: Dottor House. Vi si illustrano i casi clinici più assurdi e inverosimili. Poi se si controlla ci si accorge che tutte le malattie e le sindromi illustrate esistono davvero e molti di quei casi sono ispirati alla vita reale. La spigliatezza con la quale gli sceneggiatori accettano l’intrinseca stranezza della vita e la sottolineano, anche con l’uso del grottesco, aggiunge freschezza alla storia, invece di imbalsamarla in un tentativo di cronaca. Del resto lo sapevate che Pirandello aveva preso l’inverosimile trama del Fu Mattia Pascal da un articolo di giornale? Però l’aveva cambiata un po’ perché la storia vera raccontata nell’articolo gli era sembrata «troppo inverosimile».

Visto che le trame italiane mancano di freschezza e di spigliatezza è ovvio che i personaggi più interessanti, dal punto di vista della recitazione, sono quelli più ambigui. Macbeth è più interessante di Banquo, don Giovanni più interessante di don Ottavio, perché sono cattivi. La cattiveria si porta sempre dietro dubbi e misteri, se poi l’attore è abbastanza bravo da lavorarci sopra ottiene un personaggio un po’ più tridimensionale del solito. E’ stato il caso di Claudio Gioè che ha interpretato Totò Riina nella fiction, attirandosi però le ire del PM Ingroia, secondo il quale nella fiction si dava un’immagine troppo interessante e umana del mafioso. Forse questo accade perché gli altri personaggi, i buoni, sono condannati alla piattezza dell’agiografia, del santino. Il dottor House, tipico prodotto di sceneggiatura americano, non è mai chiaramente buono, nonostante il suo ruolo sia quello di salvare le vite altrui. E’ cinico e sarcastico, prende in giro i pazienti e si diverte a tormentare i suoi sottoposti in un continuo gioco sadico di potere. Mente, si droga e frequenta prostitute senza farsi troppi problemi. Eppure ha dei lati positivi. La miscela di buono e cattivo che c’è in lui lo rende interessante per il pubblico e l’interesse lo rende «vivo» anche se è solo un personaggio di fantasia. Voi potete immaginare attualmente una fiction italiana dove i personaggi siano ambigui e non siano giudicati secondo una morale preventiva?

 

televisione
20 gennaio 2008
EYES WIDE OPEN - 7 - Fabio Benincasa, Barbarossa contro Ivan il Terribile: come (non) fare una fiction
 

Gli eventi degli ultimi giorni ci hanno informato su come siano scelti i temi per produrre una fiction Rai. I politici telefonano e ordinano, come fosse una pizza, una fiction su Padre Pio, su Di Vittorio o su Barbarossa, convinti che chi le vede si butterà al centro, a destra, a sinistra secondo il tema trattato. Probabilmente questa ingenuità non contribuisce alla profondità dell’operazione, ma l’usuale mediocrità del risultato sarà solo colpa dell’oppressività della committenza? Io penso proprio di no. La pochezza della produzione nostrana (Rai e Mediaset) forse è amplificata dalla lottizzazione politica, ma trova le sue radici in una concezione del mezzo vecchia e un po’ confusa che alligna tra le fila dei televisivi prima che fra quelle dei politici.

Nel 1944 Stalin commissionò a Sergej Ejzenstejn un film storico, Ivan il Terribile, più o meno con le stesse intenzioni con le quali il Bossi commissionerebbe una fiction sul Barbarossa. Il risultato però, al di là delle intenzioni del dittatore, che voleva un film che celebrasse il suo potere, fu un meraviglioso capolavoro, il cui protagonista era sì affascinante, ma anche oscuro e minaccioso. Ivan è un personaggio inquietante e ambiguo e come tale è un perfetto ritratto di Stalin, tanto che quest’ultimo dev’essere rimasto indeciso se sentirsi offeso o adulato (si sa che i dittatori si inorgogliscono specialmente dei loro aspetti negativi: preferiscono essere temuti più che amati). Ejzenstejn cominciò a filmare una continuazione del suo film, La congiura dei Boiardi, ma a questo punto il personaggio dello Zar Ivan diventò così ambiguo che persino Stalin mangiò la foglia e il film finì chiuso in un armadio della Mosfilm per svariati anni.
 
Dunque nonostante il feroce controllo stalinista un grande regista riusciva ad introdurre elementi inquietanti nell’opera che gli commissionavano, a prescindere dai contenuti. Ivan il Terribile mostra il potere che trionfa, ma lo mostra troppo bene, con tutte le sue oscene ambiguità. Perché ho introdotto nel nostro discorso sulla televisione questo vecchio film russo di sessant’anni fa? Diciamo che ci farà da pietra di paragone per le fiction attuali. Il loro principale difetto è quello di essere totalmente prive di ambiguità. I personaggi storici vi spiccano come figure a tutto tondo, Di Vittorio è un sindacalista totalmente sindacalista in tutto quello che fa e dice, Padre Pio un santo frate totalmente santo e totalmente frate. Questo non è realismo come si potrebbe pensare, ma semplificazione. Neppure un padre del sindacato o un santo frate sono esenti da dubbi e ambiguità e quando questi mancano il film diventa inefficace (e anche noioso).

Quando si passa alla «cattiveria» le cose cambiano, ma di poco. Totò Riina nella fiction Il capo dei capi è cattivo e quindi si porta dietro per natura almeno qualche ambiguità, ma ci sono comunque troppi tentativi di giustificare la provenienza del male che incarna. (Continua il mese prossimo: Totò Riina contro Gregory House)

Fabio Benincasa

cinema
20 dicembre 2007
EYES WIDE OPEN - 6 - Fabio Benincasa, Arte del ricordo e scienza dei sogni
Di recente mi capitano spesso sotto gli occhi immagini e spezzoni di Eternal Sunshine of the Spotless Mind  (1) di Michel Gondry e mi viene dunque spontaneo spendere due parole su questo regista. Per la carriera che ha avuto non c’è dubbio che Gondry è uno che sa che cos’è l’audiovisivo. Ha fatto videoclip per Bjork e spot per la Adidas. Alla fine è approdato a Hollywood in coppia con quello che è forse uno dei più importanti sceneggiatori americani sulla piazza: Charlie Kaufman, l’uomo del Ladro di Orchidee o di Essere John Malkovich.

Eternal Sunshine malamente ribattezzato Se mi lasci ti cancello con l’idea balzana che la gente vuole vedere film demenziali, in realtà è un film sulla memoria e sull’oblio. Cosa succederebbe se ci fosse un metodo per perdere la memoria degli amori finiti male? Sarebbe etico? Rifaremmo sempre gli stessi errori? Diventeremmo esseri manipolabili? Così il protagonista, un bravissimo Jim Carrey, si trova a fuggire nei suoi stessi ricordi per evitarne la cancellazione (inutilmente): un viaggio totalmente mentale. Il film è presto diventato un cult, specie negli USA; in Italia, terra di smemoratezze e rimozioni, non ha preso molto il pubblico. Gondry è diventato famoso come «giovane promessa» (in realtà è nato nel 1963) è tornato in Francia e ha girato La science des rêves, malamente tradotto in Italia come L’arte dei sogni.

Il film, grazie anche a un Gael Garcia Bernal molto gigione, ha avuto un enorme successo in Europa. Di solito lo si ritiene superiore ad Eternal Sunshine (vi prego non me lo fate chiamare Se mi lasci ti cancello). Io non sono molto d’accordo e già quel titolo che chiama in causa una «scienza» dei sogni mi suscita antipatia. In questi due film abbiamo davanti a noi due possibili immagini del lavoro dell’artista. Conservare la memoria e produrre i sogni. Ma nel secondo caso l’intero approccio di Gondry sembra adulterato. Bernal si muove in un mondo di sogni che spesso e volentieri è preferibile alla realtà, Jim Carrey si muoveva all’interno di ricordi, magari falsati, ma che voleva conservare.

Perché Gondry si preoccupa tanto di passare dall’Arte del ricordo alla Scienza del sogno? Ma per dimostrare ai suoi compatrioti di saper produrre sogni come un autore. L’Arte del sogno cerca immagini belle attraverso effetti poetici: troppo scoperto elogio della fantasia (il difetto che aveva per esempio Amelie). Il pubblico viene gratificato perché può sentirsi tanto tanto poetico e infatti nel film è completamente assente il cinismo ebreo-americano di Kaufman. Allora faccio un elogio del cinismo? Piuttosto a me piace l’ambiguità nelle immagini. Quando sono lasciato libero di decidere che cosa è poetico e che cosa non lo è, che cosa è arte e che cosa è scienza.

Fabio Benincasa

(1) Da un verso del poeta inglese Alexander Pope che significa “L’eterno splendore della mente immacolata”

cinema
20 novembre 2007
EYES WIDE OPEN - 5 - Apologia di Ang Lee
Mentre la stagione dei festival è alle spalle si profila già quella dei cinepanettoni natalizi. Se bisogna dare un senso ai risultati dei vari palmarès sicuramente risulta importante la vittoria di Ang Lee a Venezia. Il regista taiwanese, naturalizzato hollywoodiano, ha vinto il suo secondo Leone d’Oro in tre anni. Con la vittoria di Still Life di Jia Zhang Ke nel 2006 le vittorie consecutive del cinema orientale in laguna diventano tre. Scartando l’idea balzana del «complotto cinese» avanzata da qualche bontempone a causa della presenza in giuria del premiatissimo Zhang Yimou, non si può fare a meno di notare come in Asia ci sia un’estrema fiducia nella bellezza delle immagini, riflessione estetica che in ambito europeo è quasi assente.

Il cinema europeo sembra anzi soffocato da un’idea di rigore stilistico che serva e veicoli contenuti il più possibile nobili e civili. Il risultato però è narrativamente deprimente, mentre il rigore rischia di sbiadire in sciatteria. Gli autori di peso internazionale sono pochi e controversi, mentre il motore del cinema mondiale sembra fare perno tra Hollywood e la Cina (non parlo dell’India perché anche se produce un’enorme quantità di film è concentrata soprattutto sul suo pubblico nazionale). Ang Lee è l’incarnazione di questa polarità Cina-Hollywood: regista elegante, eclettico, capace di sparire nascondendosi dietro il genere che di volta in volta decide di affrontare, in equilibrio costante fra USA e Oriente.

L’equilibrio fra eleganza e genere, pur non essendo la via seguita da tutti i cineasti asiatici, dimostra che la bellezza delle immagini non è un termine indifferente né per il dibattito cinematografico né per il pubblico (neppure per quello italiano, nutrito di televisione scadente e Christian De Sica). Brokeback Mountain riuscì a essere un successo di pubblico non solo per il tema affrontato, ma anche perché era ben narrato e spettacolare. Lo stesso film fu in grado di catturare l’attenzione della giuria a Venezia perché per la qualità formale esibita oltrepassava la nozione di semplice prodotto industriale.

Ang Lee dunque è in grado di girare un blockbuster come Hulk, ma nello stesso tempo è capace di inserire una serie di piccoli indizi che spingono il pubblico a interrogarsi sullo senso filosofico delle immagini che stanno vedendo. Ang Lee è un cineasta «medio»: aggettivo che non coincide con mediocre, ma sottolinea l’ambito di produzione e ricezione che il cineasta taiwanese si è scelto per i suoi raffinati esperimenti. Il vincitore di Venezia 2006, Jia Zhang Ke, invece si è scelto un ambito di sperimentazione più elitario, meno legato a schemi narrativi consueti, ma la differenza è solo nel ramo dell’industria cinematografica prescelto dall’autore come campo di lavoro: la sostanza autoriale non muta.

Esiste un ambito produttivo di cinema alto, pensato per addetti ai lavori e frequentatori di festival più che per un pubblico di massa, ma esiste anche un ambito produttivo medio, in cui la raffinatezza d’autore deve sposarsi con una spiccata esigenza comunicativa. Sia il regista elitario che quello comunicativo puntano a curare le immagini in modo da procurare allo spettatore un’esperienza estetica e questo al di là dei contenuti nobili da veicolare. In entrambi i casi non può essere messa in discussione la conoscenza da parte dell’autore del cinema in tutte le sue sfumature formali e produttive. Se il cinema europeo (e scrivo apposta europeo e non solo italiano) saprà tenere presente questa lezione dei maestri asiatici (che pure spesso premia), potrà forse un giorno tornare a occupare un ruolo attivo nel dibattito internazionale sull’audio-visivo.

Fabio Benincasa

cinema
20 ottobre 2007
EYES WIDE OPEN _ 4 - Crisi del cinema italiano (parte 2 BIS)
Il buon Fulmini mi ha contestato un abuso di polisillabi nel post di un mese fa e mi ha instillato il timore di non essere stato chiaro verso tutti. Facciamo perciò un passo indietro. Erase and rewind.

Il cinema italiano entra in crisi e sparisce per tanti motivi assortiti fra il 1975 e il 1980. Sono anni nei quali la società cambia a livello globale. Se volete sapere quanto erano diversi gli anni Settanta dagli Ottanta in Italia basta guardare la differenza di concezione fra una Fiat 127 e una Fiat Uno. In tutto l’Occidente si verificano dei cambiamenti di mentalità profondi i cui effetti si stanno ancora dispiegando davanti a noi.

Nel campo dell’audiovisivo assistiamo alla maturazione di una  nuova coscienza fra i registi, ma anche fra gli spettatori. Dopo aver passato tutti gli anni Settanta a fare sperimentazioni di ogni tipo, nel tentativo di smontare il cinema commerciale per arrivare al cinema «puro» (qualunque cosa fosse), molti registi capiscono che si può giocare all’infinito con le forme cinematografiche, per esempio con il cinema di genere, e che questo non è un limite, ma un vantaggio. Le sperimentazioni cominciano a ricomprendere la narrazione. Gli spettatori, d’altra parte, dopo anni di bombardamento visuale da parte della TV, ma anche dei fumetti, della pubblicità, della fotografia, cominciano a comprendere molto meglio il linguaggio parlato dai registi. Se da una parte è più difficile sorprendere il pubblico, dall’altra si può invece contare sulla sua complicità nel gioco.

Esempio pratico: nel 1960 Hitchcock ammazzava la protagonista del suo film 'Psycho' a circa un terzo dall’inizio del film. Grave violazione degli schemi del genere thriller: il pubblico si affeziona al personaggio e non si aspetta che questi muoia subito. Nel 1977 Lucas gira 'Guerre Stellari', un’avventura iper-tradizionale, ma con effetti speciali mai visti prima. Stavolta non c’è bisogno di violare le leggi del genere per sorprendere il pubblico, perché pubblico e regista si strizzano l’occhio a vicenda: hanno letto gli stessi fumetti, sanno benissimo che è tutto falso, ma si beano della bravura di Lucas che fa sembrare tutto vero.

Come abbiamo già detto, in Italia (ma a dire il vero quasi dappertutto in Europa) questo fenomeno è stato respinto, nonostante negli anni Settanta ci fossero registi che lavoravano coscienziosamente nella direzione giusta: Fellini, Antonioni, Bertolucci, Leone, Argento, Fulci, Bava. In un modo o nell’altro tutti questi registi sono rientrati nell’ordine oppure sono morti. Quando si parla di rinascita del cinema italiano perché qualche film con Benigni o Nicolas Vaporidis ha tenuto la top-ten per una settimana, si dimentica che il nostro cinema non ha mai risolto l’impasse estetica, economica e critica nella quale è entrato tanti anni fa.

Se oggi il cinema italiano ha qualche speranza di riprendersi è certamente svincolandosi dalla ristretta visione nazionale. Parlare di cinema italiano equivale a parlare di cinema molisano (con tutto il rispetto dovuto a questa regione). Il cinema dovrebbe acquisire una dimensione almeno europea per potersi rivolgere a un bacino di pubblico sufficiente per competere con Hollywood e con la Cina (presto o tardi vi accorgerete di come fanno bene i film i cinesi). Se entrassero più soldi in cassa e l’apparato industriale fosse più resistente i soldi di finanziamento statale potrebbero andare veramente a progetti meritevoli e sperimentali, i film avrebbero maggior respiro e finalmente forse non cercherebbero più di eliminare da se stessi ogni ambiguità. (Fine – Prossimamente: Lo straordinario mondo del cinema asiatico)

Fabio Benincasa

cinema
20 settembre 2007
EYES WIDE OPEN 3 - parte 2 La crisi del cinema italiano
Come ho accennato nel post del 20 agosto, il cinema italiano si accartoccia su sé stesso e sparisce per un “insieme” di motivi, in pochi anni. Che cosa è successo in questi pochi anni? E’ ora di introdurre una parolaccia detestata dai più: postmoderno. Ora come ora  non cerchiamo di dare una definizione del fenomeno, seguendo un po’ Lyotard diciamo che è avvenuta la fine delle “grandi narrazioni”. Il concetto è arduo, ma riassumiamolo in una semplificazione. Da un lato gli artisti a forza di tentare di smontare il dispositivo, si trovano di fronte non alla fine delle forme in nome del cinema “puro”, ma alla loro continua e virtuosistica proliferazione. Dall’altro lato il pubblico diventa sempre più esperto e smaliziato, l’esatto opposto del consumatore passivo paventato da Horkheimer e Adorno. In questo modo i cineasti hanno potuto saltare le tappe contando sulla complicità di un pubblico competente e compiacente.

Per esempio la trama di “Guerre stellari” è zeppa di banalità e stereotipi, a cominciare dall’incipit favolistico “In una galassia lontana, lontana”. Lucas, in questo modo, strizza l’occhio al pubblico: è un‘avventura vecchio stile con effetti speciali e immagini mai visti prima. Il gioco felliniano con il pubblico viene oltrepassato. Fellini aveva ancora bisogno di mostrare uno spettatore commosso di fronte a quel cinema che lui stesso aveva amato da bambino. Il metacinema si materializzava attraverso il filtro autobiografico del ricordo. Lucas non ha bisogno di segnalare apertamente che da bambino leggeva i fumetti di Flash Gordon. Gli basta mostrarli in grande, ed è già metanarrazione per chi abbia un minimo di dimestichezza con quel genere di avventura. Un altro strato del pubblico si lascerà semplicemente ammaliare dal flusso fantasmagorico delle immagini e dei colpi di scena. [continua - il 20 ottobre prossimo]

Fabio Benincasa

cinema
20 agosto 2007
EYES WIDE OPEN 2 - I perché di un rifiuto - parte 1 La crisi del cinema
Nel mio intervento di un mese fa [vedi post del 20 luglio 2007] stigmatizzavo l’imbarazzato rapporto con l’audiovisivo che mostra la TV italiana, cioè un ambito che dovrebbe fare dell’utilizzo delle immagini montate con audio la propria forza principale. A dire la verità lo stesso imbarazzo si manifesta in diversi ambiti e in diversi luoghi, ma per lo più si sente molto forte in Europa, mentre gli USA e soprattutto l’Asia sembrano gestire il loro rapporto con le immagini in maniera molto più naturale (naturale, ho detto e non spontanea). A questo stato di fatto non è estranea una forte componente ideologica che in Italia viene alla luce in maniera ancora più eclatante che in Francia e in Germania proprio a causa del ripiegamento culturale nel quale il paese è immerso dalla metà degli anni Settanta.

Cerco di essere più concreto, ma sono costretto a un lungo preambolo. Fra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta partono le prime riflessioni teoriche sul cinema. L’audiovisivo, grazie alla televisione, sta muovendo i primi passi, ma ancora nessuno se n’è accorto. La riflessione dei critici raccolti attorno a Bazin e alla rivista Cahiers du Cinéma evidenzia qualcosa che fino ad allora era stato implicito o poco chiaro. Non esiste una netta differenza fra cinema commerciale e cinema artistico. Il cinema commerciale può avere valore autoriale e infatti i giovani della Nouvelle Vague scelgono come loro miti non solo registi volutamente «autoriali» come Orson Welles, ma anche registi che erano considerati disdicevolmente commerciali, come Ford, che faceva western, o Hitchcock, che girava thriller. E fin qui si tratta di un lampo di genio. I giovani come Truffaut, Godard o Rohmer rivendicano la possibilità di ispirarsi al cinema tout-court, pescando da Rossellini come da Hitchcock e ottenendo comunque un prodotto autoriale. L’obiettivo, quello tipico di tutti i movimenti che si vogliono organizzare come avanguardia, è quello di rivelare al pubblico la convenzionalità del dispositivo, usando i mezzi del dispositivo stesso. Ed è qui che cominciano i guai.

L’idea di alcuni registi fra gli anni Sessanta e Settanta è che Hitchcock e Ford siano stati grandi registi «nonostante» dovessero produrre cinema commerciale. Eliminando la commercialità del cinema se ne libererà la vera, pura essenza artistica. Così si cerca di smontare la narratività, si abolisce il dialogo, si usano tecniche di ogni tipo per straniare il rapporto con lo spettatore e in più si favorisce un cinema povero, autonomo, in diretta contestazione con il modo di produzione industriale. L’idea non funzionò perché immediatamente il cinema si impadronì di queste tecniche. Se si guarda il cinema di genere degli anni Settanta, per esempio gli horror di Bava e Fulci, ci si vede dentro tutta l’influenza di queste teorizzazioni, ma messa ancora una volta al servizio della narrazione. Così lentamente l’idea di smontare i meccanismi industriali va in crisi. Ma non tanto in Europa e men che meno in Italia, piuttosto negli USA. Quando escono uno dietro l’altro Lo Squalo (’75), Guerre Stellari (’77), Apocalypse Now (’79) e Shining (’80) è chiaro che il cinema ha in realtà imboccato un’altra direzione. In Italia, per un insieme di fattori, questa direzione non è stata accettata.

L’eredità dei Cahiers è stata anzi pericolosamente miscelata con una versione marxisteggiante di Croce. Bisogna uscire dalle logiche industriali tramite un prodotto autoriale. L’autorialità deve essere evidente e deve servire a guidare il pubblico verso il «bene». In questa maniera si è rifiutata di netto la possibile ambiguità delle immagini che andava anzi corretta da dialoghi apodittici, che non lasciassero dubbi nello spettatore sulla «presa di coscienza dei personaggi». In questa maniera il prodotto autoriale in Italia è diventato a sua volta un genere, mentre l’apparato industriale ha perso colpi sia per motivi esterni (crisi del petrolio, concorrenza estera, miopia negli investimenti) sia per motivi interni (l’idea che quelli che lavorano nel cinema dovessero rifiutarsi di assecondare i meccanismi produttivi). Come risultato fra il 1975 e il 1980 il cinema italiano è sparito e non è mai più ritornato (checché ne dicano sulle pagine Cultura e Spettacolo de 'la Repubblica'). [Continua il mese prossimo - il 20 settembre]

Fabio Benincasa

cinema
20 luglio 2007
EYES WIDE OPEN 1 - An-Estetica: la televisione che si guarda ad occhi chiusi (e russando)
[Nasce oggi una nuova rubrica, EYES WIDE OPEN, che ha per tema l’arcipelago audiovisivo, ed è firmata da Fabio Benincasa.
Domanda: Ma non vi riposate mai? Risposta: ‘Mai’ è una parola grossa. Diciamo che a nostro superbo avviso “Riposare stanca”.]


An-Estetica: la televisione che si guarda ad occhi chiusi (e russando)

Il caro Fulmini mi ha proposto di occuparmi di audiovisivo di tanto in tanto sul suo blog. E’ una proposta che accetto con entusiasmo. Più o meno tutti noi sappiamo che cos’è l’audiovisivo, anche se è difficile darne una definizione precisa. Le immagini parlanti (o suonanti) sono un ambito unitario, articolato ma in qualche modo percepito come omogeneo, specialmente dai più giovani, che sono cresciuti in un mondo pienamente audiovisuale. Potrei spendere qualche parola in più per espandere il concetto, ma vorrei attenermi ad un discorso concreto.
In realtà l’ambito della riflessione teorica e quello dell’applicazione concreta sono qui strettamente connessi. Facciamo qualche esempio. La televisione italiana da anni non riflette più teoreticamente sul mezzo e questo incide anche sulla concreta efficacia della produzione audiovisuale. Se leviamo dal palinsesto serial e telefilm di produzione americana, prodotti di un’estetica molto raffinata, la maggior parte delle trasmissioni che rimangono potrebbero essere fruite con gli occhi chiusi o con le spalle voltate allo schermo.


[fotografie 248 - Nicosia (Cipro), 22 maggio 2006]

Questa specie di radio con le immagini è lo stigma rivelatore di un pessimo rapporto con l’audiovisivo. La TV italiana è fatta di chiacchiere che dovrebbero veicolare i supposti contenuti, mentre le immagini scorrono come i campi di patate fuori dai finestrini di un treno in marcia: lente, costanti e senza significato specifico. Siccome poi le chiacchiere finiscono per non veicolare alcunché, si produce lo straniante effetto di avere fiumi di parole vuote che subissano flussi di immagini piatte. Un esempio lampante di questo fenomeno è Porta a Porta, dove decine di politici con gambetta accavallata distendono una moquette di chiacchiere, commentato da elaborati montaggi di zumate sul pubblico in studio (o sui calzini del politico di turno).
Avendo vissuto per lungo tempo all’estero mi sembra che uno dei punti più deboli della TV nostrana sia proprio il telegiornale. La novità del videogiornalismo, quando fu introdotto, era rappresentata dal fatto di mostrare le cose mentre succedevano (o quasi). Lo sbarco sulla Luna, l’agguato di Via Fani o il nuovo Papa che si affaccia alla finestra.
All’estero è ancora quasi sempre così. Se c’è qualche immagine da mostrare ci sarà un collegamento con un giornalista sul posto che ci inquadra e commenta la casa in fiamme, il presidente che fa un discorso o i morti stesi per terra. Se non ci sono immagini da mostrare due giornalisti in studio commentano la notizia o intervistano qualcuno che può approfondirla. In Italia ovviamente no.
Il giornalista parla della riforma delle pensioni e la sua voce fuori campo viene sommersa da immagini irrelate di repertorio. Vecchietti che fanno la fila alla posta, vecchietti che danno da mangiare ai piccioni, vecchietti che vanno al centro anziani. Se parla del ministro Tal-de-Tali per un attimo si vedrà il ministro che sale o scende da un’auto blu. Se parla di Roma si vedrà il Colosseo, etc.
Questi montaggi non «mostrano» niente, valgono più o meno come la musica che si sente in ascensore. Si possono dunque dare le spalle allo schermo e ascoltare solo il giornalista che legge la notizia. Magari così ci si concentra di più e si riesce a capire se sta dicendo sciocchezze (di solito è così).
La parola d’ordine dovrebbe essere «uso del mezzo», ma è evidente che proprio alla TV c’è invece una fortissima sfiducia nelle immagini e un’eccessiva fiducia nelle parole che fa il paio con l’eccessiva fiducia nei dialoghi esibita dal cinema italiota. A che cosa può essere dovuta questa sfiducia? Nei prossimi mesi cercheremo di dare una risposta a questa domanda…

Fabio Benincasa




permalink | inviato da fulmini il 20/7/2007 alle 8:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
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blog-rivista

Questo blog-rivista è una relazione telematica fondata sull’amicizia, un sentimento vivo e reciproco, una benevola disposizione intellettuale e morale.

Questo è un intreccio di lettura e scrittura, un luogo aperto di incontro, conversazione, partecipazione elaborativa, composto dalle rubriche minuscole di 'Fulmini' [autore] e dalle rubriche MAIUSCOLE di 'Saette' [co-autori]:

Dialoghi e Monologhi. IL LEGAME di Venises - che significa Venezie (in francese e in italiano: 22. 'Lezioni di Etica' ovvero LA TESI DI LAUREA DI EINSTEIN, 11 marzo 2008)

Foto e Grafie. I NOSTRI INVIATI di AlfaZita, Leonardo Ancillotto, Lorenzo Levrini, Valerio Magistro, Mara Misuraca, Khùtspe - che in lingua yiddish vuol dire 'faccia tosta', Luigi Russo, Syrah - che è il nome di un vino fruttato bilanciato e secco con note di visciola, ioJulia (64. AlfaZita - Ferrara, 12 marzo 2008, 17 marzo 2008)

PROVE DI DISCUSSIONE (15. Un viaggiatore, 'Il punto di vista di Un viaggiatore' ovvero IL SOGNO DI UNA COSA, 5 marzo 2008)

Poesia e Pittura. LO SPACCO di Umit Inatci (16. 'Auto Critica' ovvero PROFESSORE, SI TOLGA GLI OCCHIALI-BICICLO! IO STESSO RACCONTERO' DEL TEMPO, E DI ME, 14 febbraio 2008)

Racconti e Resoconti. AGATHOTOPIA - 'un buon posto per vivere' in greco antico - di Un viaggiatore (11. 'L'occasione di Ciccio' ovvero L'UOMO DI VETRO, 7 marzo 2008)

Minima moralia. A QUATTRO MANI di Fulmini e Tuoni, @lbelù, AlfaZita e Fulmini [12. AlfaZita e Fulmini, 'Kavafis per noi' ovvero E' FINITA, 4 marzo 2008]

Condivisioni di bloggers: l'evento più importante del mese nell'universo mondo. L'ULTIMOGIORNODELMESE (10. Febbraio 2008. AlfaZita, CIPRO; Claudio Ricci, COLORI; ioJulia, VARSAVIA; Khùtspe, GENOVA, 29 febbraio 2008)

Economia e Politica. IL CROGIOLO di Mario Pennetta (13. 'Il Partito Democratico e la sinistra massimalista' ovvero RIFORMISTI SUL SERIO E COMUNISTI A PAROLE - 22 febbraio 2008)

Audio e Visivo. EYES WIDE OPEN di Fabio Benincasa (8. 'Totò Riina contro Gregory House' ovvero RACCONTARE STORIE E MOSTRARE LA REALTA' SONO DUE COSE DIVERSE, 20 febbraio 2008)

Musica e Spazio. BRICIOLE MUSICALI di Venises, Ponchielli: Danza delle Ore
, 16 marzo 2008.

E' questa la musica che stai, state ascoltando.


Suono e Suoni. IL FONOGRAFO DI EDISON di Lorenzo Levrini (in inglese e in italiano - 3. 'Tecnologia e Musica' ovvero LA MUSICA DIGITALE HA UNIFORMATO IL NOSTRO TEMPO, 29 dicembre 2007)

Scienza e Religione. ZONE DI SOVRAPPOSIZIONE di Petilino (6. 'Dove si domanda se la religione necessita della divinità?' ovvero LA RELIGIONE E' UNA COSA, LA CHIESA UN'ALTRA, 16 marzo 2008)

Conti e Racconti. PROFILI di Mario DG (7. 'Uomini e lupi' ovvero LEI NON SA CHI SIAMO NOI, 19 marzo 2008)

Architetture e architetti. EDIFICI CONTEMPORANEI di Guido Aragona (5. 'Intervista al 'Sacro Volto' di Mario Botta' ovvero NON SETTE MA SETTANTA VOLTE SETTE, 29 febbraio 2008)

Poesie in lingua padre. LA LINGUA RUBATA di AlfaZita (7. 'più su' ovvero SPOSTAMENTI PROGRESSIVI DELLO SGUARDO
, 28 febbraio 2008)

Politica e società. SOCIOGRAFIE di Pietro Pacelli (6. 'Il rivoluzionario di professione' ovvero L'INCUBO DI UNA COSA, 3 marzo 2008)

Cose dell'altro mondo. PURE SCULTURE di Mimmo Pesce (6. 'Torso di Frankenstein', 1981, ANCHE IL MOSTRO HA UNA SUA BELLEZZA, 17 febbraio 2008)

Voci di ragazzi. TEMI MARIANI, ovvero temi in classe degli allievi di Maria Ruggiero (classe II B della Scuola Media Statale 'Caffaro' di Genova-Certosa) 5. Giulia, Una lettera aperta, 17 marzo 2008.

Invito all'Arte. PUNTI DI FUGA di Stefania Mola (4. 'Dall'Oriente con Passione' ovvero  LA PASSIONE E' NEGLI OCCHI DI CHI LA VEDE, 1 marzo 2008)

Davanti alla Legge. DIRITTO E ROVESCIO di 'Giuseppe' (3. 'Pensieri passeggeri sui fondamenti del diritto penale' ovvero E' DIFFICILE COMPIERE IL MALE SE SI HA COSCIENZA DI CIO' CHE SI STA FACENDO, 8 febbraio 2008)

Stato e Contro-Stato. LO STATO DEL MERIDIONE di Filippo Piccione (3. 'I numeri di Mafia + ’Ndrangheta + Camorra' ovvero 18.200 UOMINI DISPOSTI A TUTTO, 10 marzo 2008)

Musica sì ma leggera. LA COLONNA SONORA di Mario DG (2. 'Da Woody Guthrie a Bob Dylan' ovvero IL PRIMO DYLAN NON SI SCORDA MAI, 15 febbraio 2008)

A difesa del prossimo. APOLOGETICA di Giuseppe Nenna (2. 'Knowledge sharing' ovvero ISTRUITEVI, PERCHE' AVREMO BISOGNO DI TUTTA LA VOSTRA INTELLIGENZA, 18 febbraio 2008)

La nuova economia. ECONOMIA DI SOLIDARIETA' di Luis Razeto M. (1. 'Il prezzo giusto' ovvero OLTRE L'ECONOMICISMO (E IL RAZIONALISMO), OLTRE L'ETICISMO (E IL VOLONTARISMO), 21 gennaio 2008)

Sequenze fotografiche. THE LONDON EYE di Lorenzo Levrini (1. 'Cominciamo dall'ovvio' ovvero AVETE GLI OCCHI E VEDETE, AVETE LE ORECCHIE E SENTITE - 25 gennaio 2008)



 
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