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SCIENZA
2 marzo 2008
IL CROGIOLO - 14 - Mario Pennetta, Come le grandi e astute banche tosano i piccoli e ingenui risparmiatori. (Titoli obbligazionari e crisi finanziaria internazionale)
I dati previsionali sulla crescita dell’economia mondiale segnalano una crisi della crescita del Prodotto interno lordo (Pil) o un suo rallentamento. Negli Usa è prevista una crescita del Pil dello 0,4% annuo nei primi tre mesi del 2008 e dell’ 1% annuo nel secondo trimestre. Alan Greenspan, ex Presidente della Fed, ha previsto per l’anno in corso una crescita zero, anticamera di una sicura recessione. La situazione di crisi viene confermata dal calo della compravendita di case negli Usa pari a 4,89 milioni di unità.
La crisi finanziaria blocca la crescita dell’economia reale. Nel post precedente del 10 febbraio 2008 abbiamo analizzato alcune delle cause che l’hanno determinata ed illustrato alcuni dei meccanismi, come i mutui subprime, che ne sono alla base. Abbiamo descritto la difficoltà per le banche, le società finanziarie ed assicurative di valutare, con margini di errore apprezzabile, le perdite effettive.
Gli strumenti finanziari sono molteplici. Oggi analizzeremo le obbligazioni strutturate, prodotti complessi venduti sul mercato retail ad inconsapevoli risparmiatori. Vediamone le caratteristiche.
Trattandosi di prodotti complessi ne analizzeremo solo la struttura di base, evitando le complessità appositamente inserite dagli architetti finanziari per nascondere il rischio ai risparmiatori, sufficiente però a farci comprendere il loro funzionamento.
Un’impresa per finanziarsi sul mercato emette dei titoli di debito denominati ‘titoli obbligazionari’, con scadenza - ad esempio - 7 anni e con un tasso di interesse annuo pari al 4%. Questo titolo è di semplice valutazione per un risparmiatore in quanto presta all’impresa del denaro sapendo che ogni anno riceverà una cedola pari al 4% e che alla scadenza, alla fine del settimo anno, vedrà restituito il capitale che ha prestato.
L’obbligazione strutturata ha come base l’obbligazione precedentemente descritta ma introduce un elemento che ne complica la valutazione ed incrementa il rischio per il risparmiatore. L’elemento in più è il seguente: il rendimento dell’obbligazione è anche legato (oltre che al tasso di interesse, come detto prima)  all’andamento di due indici azionari, ad esempio il Cac 40, che varia a seconda delle quotazioni delle maggiori azioni quotate alla borsa di Parigi, e l’indice S&P/Mib dei maggiori 40 titoli quotati alla Borsa di Milano. Questi indici vengono quotati giornalmente e variano a seconda dell’andamento dei prezzi delle azioni sottostanti, le 40 azioni per Parigi e le 40 azioni per Milano. Il contratto prevede per questa obbligazione strutturata che se il prezzo di acquisto sarà di 100 il tasso di interesse non sarà del 4% come la precedente obbligazione semplice illustrata ma del 2% annuo. Tale tasso aumenterà a condizione che i 2 indici azionari abbiano una rivalutazione al termine del settimo anno del 20% ciascuno. In tal caso il tasso di interesse aumenterà del 2%, mentre se vi sarà una rivalutazione del 30% dei due indici aumenterà del 3%. Importante è che ambedue gli indici si rivalutino almeno in quella percentuale minima. Se invece uno  si rivaluta e l’altro no il tasso di interesse sarà quello originale del 2%. Fermiamoci a questa costruzione semplice dato che le costruzioni finanziarie di questi prodotti prevedono indici più numerosi direttamente o inversamente correlati, che complicherebbero la spiegazione senza aggiungere molto alla comprensione.
E’ intuitivo che gli andamenti futuri di questi indici introducano a valutazioni complesse incentrate sul calcolo delle probabilità. Come dovrebbe essere intuitivo che la società che costruisce e vende questi prodotti effettua studi sulle serie storiche del valore di questi indici in modo da scegliere indici che con una probabilità elevata avranno rivalutazioni inferiori, nei 7 anni di vita dell’obbligazione, a quelle minime inserite nel contratto e che farebbero guadagnare il risparmiatore.
Il risparmiatore che ha pagato 100 questa obbligazione e vuole rivenderla ad esempio sul mercato dopo un anno avrà un brutta sorpresa: il suo titolo è valutato a 80, con una perdita secca in conto capitale del 20% e cioè se ha sottoscritto 100 mila euro ne riceverà in cambio 80 mila. Perché questo prezzo? La Banca che compra fa questo ragionamento: una obbligazione semplice ha un interesse del 4% annuo, l’obbligazione che compro invece ha un interesse certo del 2% annuo ed un interesse probabilisticamente legato agli incrementi dei due indici azionari. La Banca, che è un operatore professionale, valuta che la probabilità di rivalutazione dei due indici è molto bassa, per esempio siamo alla fine del ciclo di crescita delle Borse, per cui i prossimi anni vedranno un decremento dei valori e pertanto il rischio di avere solo il 2% di interesse annuo è elevato. Quota pertanto il titolo con un prezzo del 20% inferiore a quello di emissione.
Queste obbligazioni strutturate hanno al loro interno non solo indici complessi e di difficile valutazione ma possono anche essere legate al rendimento dei titoli emessi dai prestiti subprime. Il tutto rende di difficilissima valutazione le obbligazione strutturate. Il metodo per il calcolo del prezzo dell’obbligazione deve considerare molte variabili statistiche, le volatilità, le correlazioni, gli andamenti dei prezzi ecc. e non a caso tale metodo è stato denominato Montecarlo, città del gioco d’azzardo per antonomasia, a significare la casualità e l’imprevedibilità del rendimento futuro del titolo strutturato.
Questa realtà rende ancora più incerta la comprensione della profondità della crisi finanziaria, in quanto le istituzioni finanziarie che hanno in patrimonio queste obbligazioni evitano di dare al mercato l’esatto ammontare delle perdite, motivandolo con la difficoltà di valutazione. Agenzie specializzate parlano di centinaia di miliardi di dollari. Questi titoli sono stati ceduti sul mercato a risparmiatori privati e ad altri investitori istituzionali come fondi pensione, compagnie di assicurazioni, hedge fund. Li si considera già titoli spazzatura. Il mercato internazionale è attraversato dalla paura che grandi banche grandi compagnie di assicurazioni o società finanziarie possano fallire.
Infatti recentemente il Governo tedesco ha salvato dal fallimento due grandi banche, la Ikb e la Sachsen Lb, attraverso il finanziamento concesso da banche pubbliche. La banca pubblica Kfm ha rilasciato una garanzia di 9 miliardi di euro a favore della Ikb, mentre un gruppo di banche regionali (Landensbanken) ha concesso alla Sachsen una linea di credito per 17 miliardi. La Commissione UE sta indagando per verificare se le misure attuate dallo Stato tedesco sono compatibili  con le norme che regolano il mercato europeo.
Il mercato attende la imminente pubblicazione dei bilanci per avere una prima valutazione delle perdite complessive del sistema finanziario.

Mario Pennetta

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SCIENZA
22 febbraio 2008
IL CROGIOLO - 13 - Mario Pennetta, Il Partito Democratico e la sinistra massimalista
L'Italia è l'unico tra i paesi avanzati ad avere un sistema politico istituzionale maggioritario ma senza due partiti egemoni nei due schieramenti. Ciò determina ancora oggi instabilità  nei governi ed inefficienza nella loro azione. Le cause sono da ricercare nella storia politica istituzionale del paese dal secondo dopoguerra.

La ‘Prima Repubblica’, infatti, fu caratterizzata da una grande anomalia, la presenza di un solo grande partito di massa, la Democrazia Cristiana, abilitato a governare, mentre l'altro grande partito popolare di massa, il Partito Comunista Italiano, ne era escluso perché legato a Mosca e perché, in quanto partito comunista prevedeva nel suo programma politico l'abbattimento del sistema capitalistico. L'Italia dovette subire 50 anni di governi ad egemonia DC, un regime lungo e che come tutti i regimi portò ad  una corruzione profonda nella vita pubblica. L'assenza di un ricambio nel governo del paese determinò una situazione di corruzione diffusa in tutti gli atti che venivano compiuti: operazioni economiche, assegnazioni di gare di appalto, ricerca di un lavoro. Questo degrado ebbe un'accelerazione a partire dagli anni '80 e l'azione della Magistratura con l'inchiesta Mani pulite oggettivamente assunse un ruolo di supplenza politica a causa del mancato ricambio nei governi  del paese.

La ‘Seconda Repubblica’ nacque nel 1992, dopo il crollo del Muro di Berlino, e si pose come obiettivo quello di avviare una riforma elettorale che portasse ad un sistema istituzionale maggioritario. Tale riforma ha portato, però, non alla nascita di due partiti egemoni tra loro alternativi, ma a due poli costituiti da differenti partiti, fragili in quanto impegnati in una continua e defatigante opera di mediazione con i rispettivi partiti alleati.

L’operazione compiuta da Veltroni di costituzione del Partito Democratico e di rottura delle alleanze con i partiti della ‘sinistra massimalista’, si pone appunto l’obiettivo di semplificare il quadro politico. Il Partito Democratico è il tentativo di costituire un partito riformista e di governo in Italia e  nasce dall'incontro di politiche e culture differenti, la cattolico-democratica, la liberalsocialista e la socialdemocratica.

La nascita di un partito riformista egemone, con un programma di governo coerente ed attuabile in Italia rappresenta una condizione necessaria ma ancora non sufficiente per governare. La seconda condizione è rappresentata dalla rottura delle alleanze con quei partiti della sinistra massimalista che per storia e cultura ancora oggi presentano programmi volti ad esasperare le contraddizioni del sistema economico per arrivare ad un suo superamento piuttosto che porsi come fine la modernizzazione del sistema. Vi è, pertanto, un'ambiguità di fondo nei programmi e nelle proposte concrete di politica economica da parte di partiti come Rifondazione Comunista ed il Partito dei Comunisti Italiani.

Entrambi si richiamano nel nome al comunismo e allora chiediamo: fanno riferimento ad un modello di società  storicamente esistita o esistente? Attualmente i paesi dove vige un sistema comunista sono la Corea del Nord e Cuba, vorrebbero i dirigenti di questi partiti proporre per l'Italia un simile modello? Pensiamo di no.

Domandiamo allora: quale organizzazione economica-sociale  vogliono per l'Italia. Accettano l'esistenza di imprese private? Pensano di mantenere l'attuale sistema ad economia mista con la presenza  dello Stato in economia accanto all'impresa privata? Se questo fosse il loro programma si tratterebbe allora di definire concretamente il rapporto tra Stato e Mercato. Ma questi sono i programmi delle socialdemocrazie e sono i problemi che lo stesso PD si trova ad affrontare oggi. In tal caso, se questa fosse la base teorica del loro programma sarebbe opportuno che lo esplicitassero, collocando le singole richieste di politica economica in un quadro di compatibilità di sistema.

Chiedere oggi incrementi salariali e stipendiali è giusto - dopo anni di perdita di potere di acquisto da parte di soggetti a reddito fisso e dei pensionati, ma in un sistema economico dove i prezzi vengono stabiliti prevalentemente dal settore privato, non è indifferente se questi aumenti vengono realizzati attingendo solo a quelle risorse costituite dalla lotta all'evasione fiscale (l'ormai famoso ‘tesoretto’) oppure da un mix comprendente anche la contrattazione aziendale, legando parte degli incrementi alla crescita della produttività  media del sistema economico o della produttività  aziendale. La politica economica di un governo deve favorire lo sviluppo economico ma deve anche evitare che si determini un incremento del tasso di inflazione - vanificando così gli aumenti concessi.

Fare richieste settoriali senza tener conto delle reazioni che si innescano nel sistema, può portare ad un danneggiamento degli interessi delle categorie che si vogliono favorire. Questo successe, infatti, negli anni '70 con l'accordo tra Lama e Agnelli sulla scala mobile ed il punto unico di contingenza. Il recupero del potere di acquisto dei salari attraverso la scala mobile innescò un meccanismo perverso dove ad un aumento dei prezzi seguiva un incremento dei salari a cui seguiva un incremento dei prezzi con una rincorsa senza fine. Il risultato fu un tasso di inflazione il più alto d'Europa, continue svalutazioni della lira, indebolimento complessivo del sistema economico 'Italia' nonché salari reali che solo in percentuale minima recuperavano l'inflazione.

Una parte della sinistra italiana oggi si pone l'obiettivo di darsi una cultura di governo e la costituzione del PD ne è la sua attuazione. La sinistra massimalista resta con una cultura di opposizione che rifiuta di misurarsi con i problemi connessi col governo di un paese occidentale.

Una sinistra che per la prima volta arriva al governo di un paese si trova spesso nella situazione di dover modificare il programma economico presentato in campagna elettorale. Ciò accade in quanto una cultura di governo non è di facile acquisizione per un partito di opposizione.

Fu quanto accadde nel 1981 al primo governo socialista della V Repubblica di Francia che presentò un programma elettorale frutto di una mediazione con il Partito Comunista Francese e che fu puntualmente applicato una volta al governo sotto la presidenza di  Mitterand. Furono nazionalizzate alcune grandi società strategiche nei settori della chimica, dell’energia e della finanza, furono aumentati gli stipendi ed i salari, fu incrementata la spesa pubblica. L'economia mondiale era però in recessione e questo non venne preso in considerazione nel momento della stesura del programma, a seguito del secondo consistente incremento del prezzo del petrolio, mentre la Francia con la sua politica si poneva come l'unico paese con una politica economica espansiva. I risultati ben presto furono: aumento dell'inflazione a seguito dell'incremento dei consumi privati e del prezzo del petrolio, incremento del deficit pubblico a causa dell'incremento della spesa statale, deficit della bilancia commerciale, fuga dei capitali all'estero a seguito della nazionalizzazione di alcune grandi banche. La prima esperienza di governo socialista in Francia dopo il primo anno stava fallendo, Mitterand, col pragmatismo che lo caratterizzava, sciolse il governo Mauroy e chiamò il riformista Fabius  come primo ministro, cambiando radicalmente programma ed emarginando il PCF che allora aveva il 10% del consenso elettorale mentre nelle ultime presidenziali del 2007 ha ottenuto il 2%.

L'ultimo governo di centro-sinistra in Italia  ha confermato l'impossibilità  di costituire maggioranze con partiti aventi culture politiche opposte.

Già nel corso della penultima campagna elettorale, pur avendo sottoscritto un programma unitario di 281 pagine,  i differenti partiti di centro-sinistra si contrastavano su punti significativi. L'ultima settimana di campagna elettorale vide Berlusconi riconquistare molti consensi su temi come le tasse di successione e la tassazione delle rendite finanziarie. I partititi del centro-destra attaccavano e la coalizione del centro-sinistra non rispondeva, bloccata dalle contraddizioni interne. E ancora durante la legislazione sul voto per il rifinanziamento della missione in Afghanistan, quando la sinistra massimalista tese un'imboscata al governo - che si salvò con i voti dell'Udc. Ma tutti e due anni di legislatura sono stati caratterizzati da veti incrociati che hanno portato ad un blocco dell'attività di governo. Ne sono prova i tanti Disegni di Legge che si sono arenati nelle Commissioni parlamentari e che non sono mai giunti in aula per la discussione e l’approvazione.

Questa sinistra massimalista non ha una cultura di governo e coerentemente con la sua storia non vuole darsela, resta una sinistra che con il suo programma generico di richieste è punto di riferimento di una cultura contestataria fine a se stessa, diretta ed incentivata da funzionari di partito e sindacali che nei giochi interni di apparato, per fini di potere personale, lavorano per ritardare e rendere più debole la vita politica di un partito riformista in Italia.

Mario Pennetta
SCIENZA
13 febbraio 2008
IL CROGIOLO - 12 - Padoa-Schioppa, il tesoretto, la scienza della comunicazione
In conversazioni private con alcuni suoi collaboratori (ascoltate, non si sa quanto furtivamente, da alcuni giornalisti) Padoa-Schioppa Ministro dell'Economia del Governo dimissionario, argomentava della inesistenza del ‘tesoretto’ - di quelle risorse cioè  pari a 7-8 miliardi di euro, frutto della lotta all'evasione e di altre misure virtuose di finanza pubblica.

La pubblicazione della notizia ha scatenato le reazioni più diverse. I sindacati, a ragione, vedono minacciata la promessa fatta dal Governo dimissionario di redistribuire a salari e stipendi tali risorse. Il costituito polo delle sinistre insieme al Pdl di Berlusconi attaccano il governo uscente, i primi sostenendo che il tesoretto esiste, i secondi accusandolo di essere totalmente inaffidabile sui conti pubblici presentati e sul risanamento attuato.

Il Pd, che ha impostato la campagna elettorale sulla valorizzazione della politica di risanamento attuata dal governo Prodi e dallo stesso Padoa-Schioppa, che ha permesso di accantonare risorse da iniziare a distribuire a favore dei salari e degli stipendi già a partire da questa finanziaria, è oggettivamente in difficoltà. Infatti, sostiene che solo la prematura caduta del governo Prodi ha impedito il varo di un apposito provvedimento di legge per destinare ai consumi parte considerevole di queste risorse tesaurizzate.

Il nostro Ministro dell’Economia, a cui andrebbe assegnato un Master in comunicazione, (alcune sue perle vanno ricordate: ‘i bamboccioni’, ‘pagare le tasse è bello’) ha compreso di essersi cacciato in un ginepraio. Forse qualcuno alla fine del suo mandato gli ha fatto capire che il ruolo di funzionario pubblico di altissimo livello è differente dal ruolo svolto come Ministro, sovraesposto mediaticamente e le cui confidenze possono essere utilizzate e distorte, soprattutto oggi che siamo in campagna elettorale.

Cosa ancora più grave sono poi i suoi tentennamenti senza fine. In queste ultime ore rilascia interviste nelle quali afferma che per essere certi dell'esistenza o meno del tesoretto occorra attendere la relazione trimestrale di cassa della fine di marzo. E allora, prima di mettere in moto questa bagarre, non sarebbbe stato prudente da parte sua attendere silenzioso la trimestrale di cassa senza avventurarsi in previsioni?

Un risultato comunque lo ha ottenuto; sarà uno dei bersagli preferiti in campagna elettorale sia di Berlusconi che di Bertinotti -con danni irreversibili alla sua tanto curata e malcurata immagine.

Mario Pennetta

SCIENZA
10 febbraio 2008
IL CROGIOLO - 11 - Mario Pennetta, La crisi finanziaria internazionale
Si teme per le prossime settimane un aggravamento della crisi finanziaria internazionale, con il rischio di fallimenti e perdite economiche rilevanti. L'analisi di alcuni parametri, infatti, come il continuo calo generalizzato delle Borse mondiali, la diminuzione dei prezzi delle azioni delle più grandi banche nel mondo, la crisi di alcune società assicurative che hanno coperto il rischio di fallimento delle società che avevano sottoscritto prestiti sub prime, fanno temere questa eventualità.

Le istituzioni finanziarie e le Banche centrali sembrano attendere impotenti il manifestarsi della crisi, la cui entità ad oggi nessuno riesce a  quantificare. Il non riuscire a quantificare le perdite è uno degli aspetti nuovi e negativi di questa crisi. Per la natura dei prodotti non sono solo gli organismi di controllo internazionale a non riuscire a valutarne i prezzi, ma le stesse banche che li hanno in patrimonio hanno difficoltà a calcolarne le effettive perdite.

La crisi è scoppiata l'estate scorsa quando un numero crescente di cittadini americani ai quali le banche avevano concesso mutui per l'acquisto della casa senza chiedere garanzie, iniziarono a non pagare le rate del loro debito. Venne così alla luce una realtà conosciuta dagli esperti, ma non completamente per quanto attiene la molteplicità dei soggetti coinvolti nonché  l’ammontare delle perdite potenziali.

La fantasia finanziaria non ha limiti. Le banche che avevano concesso i mutui, invece di aspettare i classici 10, 15 o 30 anni per vedersi restituire il prestito concesso, decisero di vendere questi mutui ad altre società appositamente costituite, società veicolo, ricevendo in cambio un ammontare di denaro, naturalmente inferiore ma da subito utilizzabile per altri investimenti. Le società veicolo a loro volta, per dare questi capitali alle banche, hanno emesso dei titoli di debito - chiamate obbligazioni - e le hanno vendute sui mercati internazionali ad altre banche, fondi pensione ecc. Ma ancora non siamo alla fine del processo. Le grandi banche internazionali, a loro volta, hanno pensato bene di creare un nuovo prodotto. Hanno preso un parte di obbligazioni sub prime, una parte di azioni di differenti società, un po' di fondi comuni, altri prodotti, li hanno confezionati, impacchettati e li hanno chiamati con un acronimo Cdo, o titoli salsiccia. Questi nuovi prodotti sono stati venduti sul mercato e acquistati da fondi pensione, altre banche, fondi comuni d'investimento ecc.

Si potrebbe pensare, giunti a questo punto dell'analisi, che il processo sia così terminato. Purtroppo non è così. Le società che avevano acquistato i Cdo, i titoli salsiccia, ottenendone un alto rendimento, hanno pensato bene di assicurarsi contro il rischio di fallimento delle società che avevano venduto questi prodotti. Entrano così in gioco le grandi società assicurative americane, specializzate appunto nel coprire i rischi di fallimento (credit default swap si chiamano tecnicamente tali coperture) dei venditori di questi prodotti. In cambio le assicurazioni ricevevano premi bassi in quanto calcolati su statistiche grezze carenti di serie storiche, dato che il fenomeno che dovevano prezzare era poco conosciuto. Ora queste compagnie di assicurazioni americane rischiano di vedersi richiedere la copertura di questi rischi in quanto si teme un fallimento di molte società che avevano venduto questi titoli E queste società  di assicurazione non hanno i capitali sufficienti per pagare i loro impegni rischiando a loro volta il fallimento.

Si ode avanzare sui mercati finanziari internazionali, un rombo minaccioso che fa prevedere un terremoto dalle conseguenze imprevedibili. Si attendono perdite per miliardi di dollari con rischio di fallimenti a catena di società appartenenti a settori ed ad aree economiche differenti. Dovranno intervenire ancora una volta le Banche centrali immettendo liquidità nel circuito finanziario per scongiurare un arresto nelle transazioni finanziarie con i rischi di una caduta verticale della produzione mondiale.

Mario Pennetta

SCIENZA
8 febbraio 2008
IL CROGIOLO - 10 - Mario Pennetta, Congiuntura economica internazionale
La Banca centrale americana, la Fed, è intervenuta nuovamente sui  tassi d'interesse portando quello del Fed Fund al 3%. I fondi federali son prestiti interbancari a breve che le banche si scambiano e che appena 4 mesi fa erano al 5,25%. E' la risposta della Banca centrale alla recessione in atto dell'economia americana. Lo statuto della Fed, infatti, prevede che la stessa debba vigilare non solo sulla stabilità della moneta ma anche sulla stabiltà dei mercati finanziari e pertanto sullo sviluppo dell'economia. Coerentemente quindi il Governatore Bernake da mesi attua una ripetuta discesa dei tassi al fine di rilanciare l'economia.

Al contrario la Banca Centrale Europea, la BCE, che per statuto deve solo salvaguardare la stabilità del valore dell'euro e prevenire un crescita dell'inflazione, ha lasciato il tasso di riferimento al 4% dal giugno 2007 - quando lo innalzò di un quarto di punto.

In Gran Bretagna il tasso interbancario è stato portato al 5,5%  il 6 dicembre 2007 con un taglio dello 0,25%.

La Banca del Giappone ha portato il tasso di riferimento allo 0,75% a febbraio 2007.

Le ultime previsioni effettuate dagli organismi internazionali confermano l'arresto della crescita americana. Il Pil, il Prodotto interno lordo, infatti, nel 2007 in USA è aumentato del 2,2%. Le componenti positive della crescita sono stati: i consumi  privati, l'export e la spesa pubblica. In negativo hanno giocato le scorte in quanto gli industriali americani invece di produrre hanno venduto quello che avevano in magazzino con una diminuzione della produzione e quindi del Pil. Le previsioni per il 2008 sono negative infatti si stima una crescita del solo 1,5%.
Le previsioni di crescita del Fmi per Eurolandia per il 2008 sono state ribassate all’1,6% dal 2,1%.
Per l’Italia la crescita del 2007 è prevista dell’1,7% mentre la stima della crescita per il 2008 è stata portata allo 0,8% dall’1,3%.
Si prevede per il 2008 un rallentamento generalizzato dell'economia internazionale che le borse mondiali, da mesi in calo verticale, hanno anticipato.
Secondo stime Eurostat, a gennaio la media dei paesi dell'area euro ha raggiunto il 3,2% di inflazione, le cause sono da attribuire al prezzo del petrolio e alla spesa alimentare.

Stime di crescita, variazioni percentuale annua

Pil

Stime 2007

Proiezione 2008

Variazioni

Stati Uniti

2,2

1,5

- 0,7

Eurozona (a 15)

2,6

1,6

- 1,0

Italia

1,7

0,8

- 0,9

Giappone

1,9

1,5

- 0,4

Mercati emergenti

7,8

6,9

- 0,9

Africa

6,0

7,0

1,0

Europa centro-orientale

5,5

4,6

- 0,9

Mondo

4,9

4,1

- 0,8

                                                                              Fonte. Fmi

L’economia mondiale crescerà del 4,1% nel 2008 mentre nel 2007 l’incremento era stato del 4,9%. Il rallentamento è stato causato dagli USA epicentro della crisi finanziaria. Analizzereno nel prossimo articolo le cause che hanno determinato la crisi negli USA ed i meccanismi di trasmissione, di carattere prevalentemente finanziario in Europa, di questa crisi. Il rallentamento dello sviluppo in Cina, India, Brasile e Russia fanno riferimento ad altre cause che hanno origine nell'economia reale che andranno indagate al fine anche di comprendere se, nella fase attuale del loro sviluppo, potranno sostituire come locomotiva l'economia americana, evitando o rendendo meno grave le crisi che ciclicamente toccano il sistema economico internazionale.

Mario Pennetta

 

SCIENZA
30 gennaio 2008
IL CROGIOLO - 9 - Mario Pennetta, La crisi irreversibile del centro sinistra.
Cade il Governo Prodi per la prevista implosione della maggioranza di centro sinistra. La causa è da attribuire alla vicenda Mastella ma sarebbe riduttivo fermare l'analisi a questo livello. Paradosso italiano è rappresentato dal fatto che già a partire dalla fase costituente di questa maggioranza, in sede di definizione di quel maestoso programma di governo, onnicomprensivo e che proprio per queste ambigue caratteristiche venne accettato da tutte le forze politiche,  che andavano da Mastella, appunto, a Dini, per arrivare a Bertinotti passando per Pecoraro Scanio, si vedevano le crepe di quella alleanza e già si prevedeva che la legislatura sarebbe stata a termine. Maggioranza quotidianamente litigiosa, i cui esponenti avevano come obiettivo principale quello di apparire, farsi notare, con dichiarazioni che spesso anticipavano in forma distorta prese di posizioni o provvedimenti del governo e la cui vera motivazione era quella di parlare al proprio elettorato. Ne discendeva una occupazione militare dei mass media in una campagna elettorale continua mai interrotta che dall’alba fino a notte inoltrata vedeva i politici presenti nelle varie televisioni e nei più disparati programmi, fenomeno unico nell’occidente dove la politica prevalentemente amministra e occupa i palinsesti solo nelle giornate che precedono e seguono una scadenza elettorale.

Crisi annunciata inevitabile del centro sinistra. E ora? E' indubbio che per la prima volta la sinistra riformista italiana deve porsi il problema della governabilità. La storia della sinistra italiana è la storia di partiti, il PCI in passato,  di opposizione la cui cultura prevalente era caratterizzata dal dare voce alle  istanze, ai bisogni, alle domande sociali che provenivano dal proletariato agricolo ed industriale prima ed in seguito anche dalla piccola borghesia. Ma come partito dell'opposizione, che per la nota situazione politica internazionale tale doveva restare, poteva prescindere dal farsi carico di quelle compatibilità di sistema che sono essenziali per governare. La nuova forza di una sinistra riformista deve porre al centro del suo programma il tema della governabilità.
 
La proposta di Walter Veltroni, andare alle elezioni come PD senza alleati forti della sola proposta politica da sottoporre agli elettori, va in questa direzione ed è rivoluzionaria per il contesto politico italiano, mentre nei paesi di antica tradizione democratica viene praticata da secoli. Le reazioni infatti da parte dei partiti collocati alla “sinistra” del PD sono state di una violenza direttamente proporzionale al rischio di vedere ridimensionata in un prossimo futuro la propria forza elettorale o addirittura di scomparire dalla scena politica nazionale.

Da tale impostazione è scaturita la proposta fatta a Berlusconi, come leader del partito più grande dell’opposizione, di avviare un dialogo sulla riforma del sistema elettorale e più in generale per una riforma istituzionale incentrata su pochi qualificati punti da attuare prima dello scioglimento delle camere da parte di un governo “tecnico” o “istituzionale” sostenuto in Parlamento da quei partiti che si riconoscono in questo programma minimo.

Lo “statista” Berlusconi, però, fugge dalle responsabilità, avverte nell’aria una facile vittoria elettorale, con la possibilità di ritornare al governo per azzerare innanzitutto quel disegno di legge Gentiloni che si era posto il rivoluzionario compito di avvicinare il sistema dei mass media italiano a quello europeo ridimensionando le risorse pubblicitarie che vengono a confluire sul duopolio rai - mediaset per indirizzarne una quota verso le televisioni minori ed i giornali. Questo Disegno di Legge fu tacciato da Berlusconi come liberticida, criminale; facile prevedere che sarà azzerato il primo giorno del suo purtroppo possibile insediamento a  Palazzo Chigi.
 
Veltroni ha riproposto al Capo dello Stato nelle consultazioni del 9 gennaio, il varo di un Governo in grado di porre mano alla riforma della legge elettorale, di attuare una riforma istituzionale da concordare con le forze politiche che si dichiarano disponibili a sostenere questo nuovo Governo e di fissare la data delle prossime elezioni.

Difficilmente questa proposta troverà una maggioranza.  Contro infatti sono Berlusconi, Fini e Bossi con Casini che si dichiara disponibile per un Governo di responsabilità a patto che anche Berlusconi lo appoggi. La paura di Casini è quella di offrire il fianco ad una campagna elettorale da parte di Berlusconi incentrata su tematiche anti comuniste , cui gran parte dell’elettorato dell’UDC sarebbe sensibile. La posizione attuale di Casini è quella di distinguere le sue posizioni da quelle degli alleati della CDL ma senza rompere l’alleanza ed infatti, notizia dell’ultima ora, è corso ad allinearsi alle posizioni di Berlusconi.

Anche i partiti alla sinistra  del PD sono diffidenti in quanto la strategia proposta da Veltroni opera una scissione definitiva dell’alleanza nei confronti di partiti come la Sinistra Democratica di Mussi, Rifondazione Comunista, Il Partito dei Comunisti Italiani. Accetterebbero solo se fosse varata una legge elettorale proporzionale con una soglia di sbarramento che permetta la sopravvivenza ad alcuni di essi o ad una loro coalizione.

E siamo nuovamente in pieno caos. La proposta di semplificazione del quadro politico fatta da Veltroni a Berlusconi è stata respinta al mittente per ragioni di opportunismo da parte di quest’ultimo. La proposta di un Governo a termine per il varo di un Governo delle riforme ha bisogno del sostegno dei partiti della sinistra massimalista. Ma questi chiedono garanzie per la loro sopravvivenza politica nel momento in cui la strategia del PD non li vede più come possibili alleati.

La probabilità di elezioni anticipate è sempre più realistica.

Mario Pennetta

   
SCIENZA
22 gennaio 2008
IL CROGIOLO - 8 - Mario Pennetta, L'euro sostituirà il dollaro come moneta di riserva internazionale? (2)
Nel post precedente abbiamo sostenuto che l’euro progressivamente affiancherà il dollaro come moneta di riserva internazionale, in quanto gli investitori istituzionali e le banche centrali hanno fiducia nella Banca Centrale Europea (BCE), nel suo Statuto che prevede come compito principale la salvaguardia della stabilità della moneta. L’euro però non sostituirà il dollaro in quanto  moneta  di un paese egemone (gli Stati Uniti – USA - del secondo dopoguerra), dato che l’Unione Europea (UE) oggi versa in una profonda crisi politica che sta portando i singoli paesi europei sempre più a definire una propria politica industriale, fiscale ecc.

Un esempio è rappresentato dal viaggio del presidente francese Sarkozy in Cina nel mese di novembre. Al seguito erano presenti ministri economici ed industriali i quali hanno stipulato, con la Cina, una serie di contratti che hanno premiato la grande industria francese: fornitura di 160 Airbus alle compagnie aeree cinesi per un totale di 10 miliardi di euro, vendita da parte della  multinazionale Areva di due reattori nucleari all’ente energetico China Guangdong Nuclear Power per 8 miliardi di euro, stipula di accordi tra Alcatel  con China Mobile per una fornitura da 750 milioni di euro.

Anche la Germania è riuscita a crearsi un ruolo di primario fornitore di beni complessi d’investimento per l’industria cinese; una complementarietà che le impedisce di fare la voce grossa contro la politica della Cina e che fa sì che una percentuale alta delle esportazioni tedesche dipendano dall’incremento del PIL di questo paese.

Nello stesso periodo era presente in Cina  anche una delegazione ad alto livello istituzionale europeo composta da Jean Claude Trichet, presidente della BCE, da Jean Claude Juncker, presidente dell’euro gruppo e da Joaquin Almunia commissario UE agli Affari economici e monetari. La delegazione ha incontrato i vertici economici e politici cinesi con lo scopo di concordare un progressivo apprezzamento dello yuan, la moneta cinese. La risposta è stata interlocutoria, hanno concordato sulla necessità di un apprezzamento ma non si sono impegnati a favorirlo come gli interessi dei paesi UE vorrebbero. I cinesi hanno anzi sottolineato che dal luglio 2005, anno dell’abbandono del cambio fisso, la moneta cinese ha continuato ad apprezzarsi e hanno ribadito che se lo yuan si è deprezzato nei confronti dell’euro la colpa principale è del dollaro e della sua debolezza (ciò avviene perché chi è in possesso di dollari per il timore di un suo deprezzamento futuro li vende acquistando euro che si rivalutano). Inoltre poco o niente la delegazione europea ha ottenuto per quanto concerne la lotta alla contraffazione di merci che l’industria cinese pratica contravvenendo a tutte le norme che regolano il commercio internazionale.
Debolezza politica dell’UE e forza della sua moneta, debolezza del dollaro e dell’economia statunitense, sviluppo dell’economia cinese ed indiana e crescente ruolo delle loro monete, prefigurano un cambiamento di ruoli in un futuro non tanto remoto, dove la Cina occuperà un posto di rilievo, se non egemonico, nell’economia internazionale. Ma la Cina occuperà anche un ruolo di egemonia politica e militare soppiantando gli USA? O per la prima volta nella storia avremo una diarchia e cioè un paese egemone come potenza politico-miltare, gli USA e un paese egemone in campo economico, la Cina? (2 Fine)

Mario Pennetta

SCIENZA
21 dicembre 2007
IL CROGIOLO - 7 - Mario Pennetta, L'euro sostituirà il dollaro come moneta di riserva internazionale? (1)
Sono mesi ormai che il dollaro si deprezza nei confronti dell’euro e ciò pone una serie di interrogativi che interessano non solo il valore della moneta ma anche il ruolo che l’economia statunitense andrà ad occupare nel futuro. Ci si domanda se il deprezzamento del dollaro  prefigura una perdita progressiva del potere economico e politico degli USA, se il dollaro perderà il ruolo di valuta di riserva internazionale e quale sarà la valuta che potrebbe sostituirlo, se l’euro potrebbe essere questa valuta.

Nel corso degli ultimi cinquanta anni il dollaro ha avuto modo di deprezzarsi nei confronti delle altre valute forti come il Marco tedesco, lo Yen, la Sterlina inglese ecc. ma ciò accadeva quando l’economia americana entrava in recessione o il deficit commerciale ed il deficit del bilancio pubblico raggiungevano percentuali alte se rapportate al Pil  USA. La svalutazione faceva incrementare le esportazioni, le restanti economie occidentali accettavano tale politica economica in quanto il riequilibrio del conti esteri ed  interni americani erano il presupposto per un nuovo rilancio dell’economia mondiale. Il deprezzamento era voluto e favorito dalle autorità statunitensi ed accettato dagli altri paesi.

Il ruolo del dollaro come moneta di riserva internazionale non veniva però messo in discussione in quanto il ruolo egemone, di ‘economia-mondo’ nell’accezione coniata dallo storico francese Fernand Braudel, veniva accettata in quanto portava ad uno sviluppo del reddito  e dell’occupazione negli altri paesi occidentali - anche se gli USA in questo modo potevano spendere all’estero più di quanto veniva guadagnato con le esportazioni vivendo al di sopra delle proprie risorse.

La crisi attuale del dollaro si colloca in un contesto di cambiamenti strutturali nell’economia mondiale. Lo sviluppo di economie come la Cina e l’India con oltre 2 miliardi di persone stanno portando ad un cambiamento degli equilibri geo-politici  oggi esistenti. Molti economisti prevedono per il 2008  un crollo del Pil USA che passerà dal 3 all’1,5% mentre il Pil mondiale subirà un leggero decremento, dal 6 al 5,6%, vedendo in ciò la conferma della perdita di peso dell’economia statunitense nel contesto mondiale.

L’euro potrà sostituire il dollaro come moneta di riserva internazionale? Noi riteniamo di no. Vediamone in breve i motivi.

L’euro oggi ha un vantaggio su valute come lo Yen e lo Yuan e tutte le altre monete asiatiche in quanto è l’unica moneta oltre il dollaro che può essere liberamente contrattata sui mercati internazionali trovando così il proprio prezzo, mentre le monete asiatiche sono controllate dalle autorità nazionali che ne restringono la fluttuazione verso l’apprezzamento. Manca però una politica economica unitaria nella UE e cioè una politica fiscale e della spesa pubblica tale da creare i presupposti per uno sviluppo simultaneo di tutti i paesi europei ed una politica industriale che sposti gli investimenti verso i settori avanzati ed ad alto valore aggiunto. La politica economica è la politica monetaria attuata dalla Banca Centrale Europea che, in applicazione a quanto previsto dal suo Statuto, è volta a salvaguardare il valore dell’euro ponendo una attenzione ossessiva sul controllo del solo tasso di inflazione. Esula dalle sue competenze, infatti, l’utilizzo delle leve monetarie, quantità di moneta e tasso di interesse, in funzione dello sviluppo dell’economia.

Questa politica di salvaguardia del valore dell’euro ha creato fiducia negli investitori istituzionali di tutto il mondo, ma ciò non sarà sufficiente per portare l’insieme dell’economia europea a sostituire quella americana come ‘economia-mondo’. (Continua)

Mario Pennetta

POLITICA
15 dicembre 2007
IL CROGIOLO - 6 - Mario Pennetta, Tutti contro tutti (La crisi politica del centro-destra)

[I NOSTRI INVIATI - 49 - Leonardo Ancillotto, Salto, 2007]

Berlusconi fonda un nuovo partito politico annunciandolo in modo estemporaneo dal predellino di una macchina. Fini rompe in modo traumatico l’alleanza politica con Berlusconi. Cinismo di un Berlusconi che va a presenziare alla costituzione del nuovo partito politico di Storace nato dalla scissione con Alleanza Nazionale. Fini indebolito. Leader di un partito ideologizzato, nonostante la Fiuggi di tanti anni fa, i cui iscritti ed elettori non hanno mai abbandonato l’avversione violenta per i sistemi democratici. Fini che con questa scissione vede indebolirsi il suo ruolo politico. Ma ancora più grave, si chiede e teme che  questo primo deflusso potrebbe essere l’inizio di un costante esodo degli iscritti ed elettori di AN più vicini all’ideologia di Storace.

Fini credeva di essere l’erede politico di Berlusconi, anche se quest’ultimo il testamento non lo ha mai redatto. Fini aspetta da anni, è il leader della destra che ha i consensi maggiori dopo Berlusconi, aspetta e non fa politica, riduce AN ad un partito subalterno a Forza Italia, sa che il suo partito ideologizzato non potrà crescere in consensi, la storia dice che i partiti anti sistema, di destra e di sinistra, in paesi industrializzati e post industrializzati tendono a vedere ridotti i propri consensi. Fini per le sue fortune politiche ha bisogno di essere investito come leader di tutta la destra. E Berlusconi và da Storace colpendolo alle spalle nel momento della sua massima debolezza politica. Fini reagisce in modo violento e scomposto. I colonnelli del suo partito, opportunisticamente de-ideologizzati dopo Fiuggi, lo sostengono. Fini ha bisogno di inserirsi in un’altra alleanza. Si ricorda di guidare un partito di destra che guarda al centro e là vede Casini che da tempo da solo ha trasmigrato allontanandosi dall’alleato ingombrante Berlusconi.

Casini sta lavorando da tempo nel creare un blocco sociale formato dai cattolici (rapporti con le gerarchie ecclesiastiche), dagli industriali (la Confindustria di Montezemolo), dal mondo sindacale (Pezzotta). Impresa ardua. Ha un consenso elettorale modesto rispetto a quello di Berlusconi, ma in crescita. E la crescita gli dà coraggio. Accentua la critica verso Forza Italia, si allontana, ma non rompe l’alleanza. Ora arriva Fini. Ma sarà un arrivo senza ritorno verso la sponda berlusconiana? Casini non si fida. Fini dal centro guarda a destra e nello stesso giorno, la mattina attacca Berlusconi la sera dichiara le sue buone intenzioni per un incontro.

Bossi guarda perplesso tutto questo movimento. Ma non era lui il politico che anticipava, radicalizzava le posizioni per una questione di visibilità? Occorre riprendersi la scena. Ecco allora la Padania di nuovo in guerra con l’Italia. La secessione deve essere attuata in tempi brevi. Roma ladrona sta rialzando la testa. Si annullano le cene del lunedì in casa Berlusconi. Tutti in campo, tutti contro tutti, ma per fare cosa?

Mario Pennetta

ECONOMIA
22 agosto 2007
IL CROGIOLO 5 - La crisi della finanza internazionale avrà conseguenze negative sull'economia reale?
Da alcune settimane è all’attenzione pubblica la crisi che sta interessando i mercati finanziari mondiali e, come sempre succede in questi casi, i mass media sono schierati massicciamente in prima fila nell’informare/disinformare, comunque nel determinare nel risparmiatore medio un crescente stato di paura. La psicologia del risparmiatore evolve, in situazioni come l’attuale, nel senso che la fiducia nel sistema decresce e pertanto cresce la percentuale di investitori che vendono i propri titoli in perdita. Si conferma, anche per questa crisi, ciò che storicamente è sempre accaduto: il piccolo – medio risparmiatore compra quando il valore dei titoli sono alti, e vende quando sono in discesa; è questo uno dei modi per spostare valore dal risparmio privato verso le istituzioni finanziarie facendo perdere ricchezza ai primi a favore dei secondi.

La crisi in atto ci porta a sviluppare una serie di considerazioni utili per comprendere, almeno per grandi linee, il funzionamento di un meccanismo, comunque complesso, come il mercato finanziario internazionale.

Questa crisi sembrerebbe avere origine dai mutui cosiddetti ‘subprime’ concessi da banche americane a cittadini che non avevano da presentare garanzie patrimoniali o reddituali sufficienti da permettere loro di accedere ad un finanziamento per l’acquisto di una casa.

La quantità eccessiva di liquidità ed i tassi di interesse bassi spingevano le stesse banche americane a cercare sul mercato clienti a cui concedere mutui. Le banche, consapevoli di aver creato un eccessivo volume di debiti, hanno preso una decisione per loro vantaggiosa: hanno venduto a società finanziarie questi mutui, accontentandosi di importi inferiori a quelli che avrebbero ricevuto se avessero atteso la restituzione del capitale e degli interessi da parte dei clienti. Facciamo un semplice esempio solo per capire. La banca A ha concesso mutui per 100 e avrebbe ricevuto 120, come restituzione del capitale e degli interessi, nel corso dei 20 anni di durata di questi mutui. La banca A vende questi mutui alla società finanziaria B, chiamata ‘società veicolo’, per un valore di 80 (i valori sono ipotetici) da incassare subito - così operando sposta il rischio di non restituzione del capitale e degli interessi su un’altra società. La società B che ha comprato mutui pagando 80 e ne avrà 120, a scadenza “cartolarizza” questi mutui e cioè emette delle obbligazioni che può collocare sul mercato ad un tasso di interesse più alto rispetto ai tassi presenti sul mercato monetario. Il meccanismo funziona se i clienti che hanno originariamente preso il mutuo restituiscono alla società B il capitale e gli interessi. Ma se la restituzione delle rate si arresta perché nel frattempo i tassi di interesse sono saliti e il valore delle case è sceso tanto che una eventuale vendita non restituisce il capitale e gli interessi del mutuo, il meccanismo si inceppa e la società che ha emesso i titoli obbligazionari non ha a sua volta le risorse per pagare gli interessi e restituire il capitale a chi ha comprato le obbligazioni.

Volutamente tralasciamo di scendere in un tecnicismo più spinto. Ci sono sufficienti questi concetti per comprendere che le istituzioni finanziarie che oggi hanno in bilancio questi titoli non riescono a prezzarli per eventualmente venderli e conseguentemente la loro illiquidità blocca l’operatività del mercato finanziario. Possiamo dire che sta accadendo quello che i teorici della teoria delle catastrofi affermano e cioè che il battere delle ali di una farfalla nei cieli della Groenlandia causa un uragano in Cina.

Ma l’entità delle perdite che si registrano oggi sui mercati è solo da attribuire ai mutui ‘subprime’ americani? La spiegazione monocausale della crisi dei mercati e del crollo dei prezzi di alcune attività non convince e può risultare fuorviante. Per la comprensione dell’evoluzione e del possibile esito di questa crisi vanno inseriti nel modello i comportamenti di altri soggetti economici che stanno spingendo il sistema delle quotazioni dei titoli verso il basso accentuandone la caduta. Mi riferisco a quella speculazione ribassista che guadagna in quanto investe scommettendo sulla discesa futura del prezzo dei titoli, e che in questi anni di crescita continua delle borse mondiali aveva perduto moltissimo.

La crisi finanziaria si arresterà se i capitali forniti di volta in volta dalle Banche centrali saranno sufficienti a ripristinare il funzionamento dei mercati, se i fallimenti, che inevitabilmente vi saranno, di società finanziarie, non saranno così estesi da compromettere il funzionamento dei mercati, se la speculazione comprenderà che spingere oltre certi livelli la propria operatività può compromettere i guadagni acquisiti.

La crisi finanziaria avrà delle conseguenze negative sull’economia reale? Questo dipenderà dal persistere o meno della “fiducia” che i differenti operatori economici manterranno nelle possibilità di crescita dell’economia mondiale. Se i progetti d’investimento nelle differenti aree del mondo: asiatica, americana (Usa e Brasile), europea, saranno realizzati anche dopo questa crisi finanziaria, e il costo delle risorse finanziarie e delle materie prime non subirà incrementi tali da ridurne il rendimento, l’economia mondiale non si arresterà ed assisteremo ad una ripresa della crescita del Pil mondiale. Se, al contrario, verrà ad essere intaccata la “fiducia” sulle possibilità di crescita, gli investimenti e conseguentemente anche i consumi diminuiranno e l’economia mondiale si avviterà in una recessione sistemica sicuramente più estesa e profonda di quelle conosciute proprio a causa dell’estensione della globalizzazione dei mercati. In tal caso l’abbondanza di capitali ed il loro basso costo non saranno sufficienti per una ripresa economica.

                                               Mario Pennetta

ECONOMIA
17 luglio 2007
IL CROGIOLO 4 - Unipol, Banca Popolare Italiana - Banca Antonveneta, Rizzoli - Corriere della Sera
Si è scatenata nuovamente, dopo l’estate del 2005, un attacco del centro-destra contro i riformisti dei DS (D’Alema, Fassino, Bersani) per l’affare UNIPOL BNL. Per ricordare brevemente - si trattava del tentativo di acquisto, da parte di una compagnia di assicurazioni, di una banca con un patrimonio il doppio della società acquirente. Su questa operazione esistono delle registrazioni di colloqui intercorsi tra Consorte (Amministratore di Unipol) con esponenti dei DS che si dichiaravano d’accordo sull’operazione. La destra da due anni in varie occasioni ha scatenato una campagna mediatica accusando la sinistra di connivenza con il mondo economico. Ma ne ha i titoli? Nel 2005 erano in corso altre operazioni economiche.
La Banca Popolare Italiana intendeva acquistare La Banca Antonveneta: operazione appoggiata dall’ex Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, da deputati di Forza Italia, dalla Lega Nord. La magistratura ha indagato, Fiorani Amministratore della Banca è andato in prigione, Fazio si è dimesso, l’operazione non è riuscita.
Terza operazione tentata e non riuscita, l’acquisto di RCS - società che controlla il Corriere della Sera, operazione favorita da gruppi che si rifacevano al centro-destra con l’aiuto di editori - finanzieri spagnoli e francesi di destra. Il fine era quello di spostare la linea editoriale del giornale a destra appoggiando il governo Berlusconi. I referenti politici di queste operazioni erano di destra e di sinistra, alcuni dei protagonisti hanno avuto un ruolo in tutte e tre le operazioni (Ricucci) altri in due (Consorte).
Questa vicenda segnala un degrado delle istituzioni democratiche. La trasversalità di queste operazioni, e cioè la presenza di esponenti di destra e di sinistra nella stessa operazione, fa capire come i confini programmatici, di cultura politica, tra i due schieramenti sono solo proclamati: la gestione del potere (ASL, Province, Regione, Banche, Giornali) viene praticata attraverso accordi segreti tra tutti i partiti. Questo operare senza principi porterà il fragile sistema democratico italiano ad assumere forme proprie dei sistemi istituzionali dei paesi sud-americani. Il post che segue tenta di individuare alcune delle cause che hanno determinato questa situazione.


In questa già calda primavera-estate 2007, sono ritornate prepotentemente alla ribalta le vicende delle operazioni effettuate dai cosiddetti “furbetti del quartierino” nell’estate 2005. Le pubblicazioni dei verbali degli interrogatori, con annesse registrazioni delle telefonate, evidenziano in modo sempre più chiaro il coinvolgimento di tutto il sistema politico italiano col mondo degli affari. Tale coinvolgimento pone una prima riflessione: vi è la consapevolezza che l’alleanza di un politico o di un partito politico con un’impresa può portare all’esclusione arbitraria dal mercato di altre imprese o di altri gruppi economici e che tale comportamento di fatto altera il corretto funzionamento del mercato? I metodi e i soggetti che possono determinare un funzionamento anomalo del mercato sono differenti; il Governatore Fazio ergendosi a difensore del principio dell’italianità delle banche, i politici scendendo in campo e giocando a favore di un impresa contro altre imprese. Ma il punto di domanda principale è questo: è presente nella cultura istituzionale e tra le forze politiche italiane il principio che limiti il ruolo del Parlamento e del Governo alla elaborazione delle leggi che abbiano come fine il corretto funzionamento del mercato? Le vicende di questi ultimi anni, con le annesse registrazioni telefoniche, hanno dimostrato che i legislatori non sono neutrali e si schierano di volta in volta con questo o quel gruppo economico.
Viene dunque a cadere uno dei principi cardine della democrazia rappresentativa.
Uno dei dibattiti storicamente significativi all'Assemblea costituente francese, da cui nacque la costituzione del 1791, fu quello che vide il trionfo di coloro che sostennero che il deputato una volta eletto, diventava il rappresentante della nazione e non era più il rappresentante degli elettori e/o degli interessi economici costituiti. Questo è uno dei principi meno conosciuti e più disattesi in Italia.
Il secondo aspetto, che caratterizza in modo negativo l’andamento del mercato economico -finanziario italiano, è rappresentato dal ruolo delle Authority. In passato molti dei controlli, non solo sul mercato finanziario, ma anche su quello dell’energia, dell’antitrust, per le garanzie delle comunicazioni, venivano svolti presso le Direzioni dei vari Ministeri competenti pertanto con un controllo diretto della politica. Il governo di centro sinistra nel 1996 iniziò ad introdurre nel mercato e nell’ordinamento italiano le Authority indipendenti. Queste dovevano svolgere un ruolo di controllo del mercato e delle società ma per ottemperare a questo i vertici di queste Autorità dovevano essere indipendenti sia dal livello politico che dai soggetti economici controllati. La traduzione italiana di queste strutture, a differenza di quanto avviene nei mercati anglo-sassoni da cui sono state mutuate, è stata di subire un condizionamento sia dalle lobby politiche che dai soggetti economici che avrebbero dovuto controllare. La perdita ad esempio, dei risparmi investiti nelle azioni Parmalat, Cirio, nei Bond argentini sono da addebitare ai mancati controlli di Banca d’Italia e di Consob sul sistema bancario che ha permesso a quest’ultimo di scaricare sul risparmiatore finale titoli con rischio elevato.
Abbiamo delineato solo alcuni elementi che determinano una irregolarità di funzionamento del mercato economico italiano la cui soluzione porterebbe ad un aumento della fiducia del risparmiatore italiano nei confronti del sistema finanziario e ad un incremento degli investimenti  stranieri in Italia finalmente certi nell’esistenza di uno Stato di diritto. Il nascente Partito Democratico dovrebbe porre alla base del suo programma tali punti. Ciò costituirebbe una vera rivoluzione in Italia, infatti, siamo consapevoli che statuti, programmi, abbondino di dichiarazioni e affermazioni sui principi e i valori della democrazia, del libero mercato e sull’importanza della costruzione di uno stato liberale, ma sono i comportamenti che smentiscono tali affermazioni di principio. La causa vera profonda della progressiva deriva istituzionale è rappresentata dal fatto che i partiti politici storicamente in Italia non hanno avuto e non hanno una cultura liberal-democratica (da non confondere con il liberismo). Il PCI era un partito che teorizzava la fuoriuscita dal sistema capitalistico, la DC è progressivamente diventata un partito statalista, il MSI era un partito antisistema, Forza Italia è un partito azienda, i politici che militano oggi nei due ex partiti antisistema prima citati, in assenza di una coerente cultura democratica, si vanno spaccando in due tronconi, chi ritorna a rifugiarsi nelle ideologie e chi si propone come fiancheggiatore di soggetti economici o si mette direttamente in affari per favorire il proprio gruppo di appartenenza. E così ritorniamo agli interrogativi posti all’inizio di questo post.

                                                                Mario Pennetta




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politica interna
28 giugno 2007
IL CROGIOLO 3 - Chi è Veltroni e qual è il suo progetto
Walter Veltroni ha lanciato la sua candidatura a segretario del Partito Democratico. La costruzione del PD ha rappresentato l’obiettivo strategico cui ha uniformato tutto il suo agire politico. Tale obiettivo serviva alla costruzione di un partito della sinistra riformatore capace di governare un paese post-industriale come l’Italia. Era un modo per superare il limite storico dei partiti socialisti e comunisti dell’area del mediterraneo, caratterizzati dall’avere come fondamento teorico la fuoriuscita dal sistema capitalistico. Oggi un partito riformista, dopo la crisi dello Stato sociale keynesiano, non può non porsi la domanda del ruolo dello Stato e del mercato e dei loro reciproci rapporti al fine di sviluppare un’economia specializzata in settori ad alta tecnologia e produttività. In tal modo l’aumento occupazionale non avrà come concorrenti i paesi in via di sviluppo caratterizzati da costi bassi.
Altro aspetto fondamentale dell’analisi e del progetto di Veltroni, che lo ha differenziato da D’Alema, almeno a partire dagli anni ’90, è rappresentato dalla lettura socio-culturale della società italiana, una società moderata che ha sempre rifiutato di schierarsi a sinistra a causa di programmi e alleanze politiche con la  sinistra massimalista.
Sorprende il passo indietro fatto da quasi tutti i leaders politici dell'Ulivo, dandogli via libera. Quali i motivi di questa ritirata tattica? Intanto la consapevolezza che la costruzione del PD si era impantanata nelle secche dei giochi di potere, dei veti incrociati dei vari leaders  dell’Ulivo. E’ subentrata la paura del ripetersi di quanto avvenne nel 1992 con la delegittimazione di una intera classe dirigente. Ma vi è anche il disegno furbo di fare un passo indietro nascondendosi dietro gli incarichi istituzionali ora ricoperti, ministri, sottosegretari, parlamentari, per poter condizionare la natura del nascente partito.
Veltroni adolescente già ricopriva ruoli di dirigente nel Partito Comunista; segretario nazionale della FGCI, poi nella segreteria della Federazione romana, poi responsabile di Stampa e Propaganda nella Direzione Nazionale del PCI. Questo incarico segnò un cambiamento culturale del funzionario di partito Veltroni. Iniziò uno studio sistematico dei mass media, del loro ruolo nelle società avanzate, si pose il problema della necessità di una legge che desse una sistemazione democratica razionale al sistema televisivo nazionale. Entrò subito in rotta di collisione con Craxi e Berlusconi. Egualmente importante fu, in questa fase della sua vita politica, il nuovo modo di fare politica che il giovane Veltroni introduceva nell’ormai obsoleto apparato del PCI, rivolto ai saperi positivi, alle conoscenze tecniche e giuridiche, superando quella visione del dirigente politico come mero organizzatore di uomini.
Questa preparazione tecnica gli ha permesso di ben operare in tutti gli incarichi istituzionali ricoperti; come Ministro, come Vice Presidente del Consiglio e da ultimo come Sindaco di Roma. Veltroni ha una innata capacità politica di muoversi tra le correnti riuscendo a ricompattare sui programmi e a far lavorare insieme componenti riformiste ed estremiste.
Alla base programmatica del PD vi saranno i valori della solidarietà tra i vari gruppi sociali e, aspetto oggi trascurato dal sindacato, attenzione verso le nuove generazioni penalizzate da uno sviluppo economico globalizzato.
Veltroni dovrà dare una struttura ed un’anima al PD, ne ha le capacità e le motivazioni, ma poco potrà fare se la società civile che si riconosce nei valori della democrazia e della solidarietà non si organizza per sostenere un’operazione che potrà cambiare nel profondo il nostro paese.

Mario Pennetta
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finanza
23 giugno 2007
IL CROGIOLO 2 - Banca d'Italia: aspetti positivi della gestione Draghi
Il capitalismo italiano è un ‘capitalismo senza capitali’, e pertanto il ruolo del sistema bancario, come finanziatore o azionista di minoranza, è strategico.
La recente relazione del nuovo governatore della Banca d’Italia Draghi tocca differenti punti, come è giusto che sia, e continua una tradizione che ha visto questo Istituto operare una supplenza in anni in cui la politica era incapace di elaborare una politica economica per il paese, e la politica economica era rappresentata dalla politica monetaria e creditizia elaborata dalla Banca d’Italia, appunto.
Merito precipuo di Draghi è di aver modificato quanto previsto in passato nelle istruzioni di vigilanza e cioè l’obbligo in capo alle banche di informare la Banca d'Italia, in caso di aggregazioni bancarie, prima delle riunioni del Consiglio di Amministrazione. Ciò era in contrasto con le norme del Testo Unico della Finanza e dava un potere enorme al Governatore, tanto che l’ex governatore Fazio se ne è servito per impedire fusioni tra grandi banche, impedendo così al nostro sistema di crescere e diventare più efficiente. La nuova linea Draghi ha consentito la realizzazione delle due grandi aggregazioni bancarie italiane, Banca Intesa – S.Paolo e Unicredit – Capitalia,  che per la prima volta ha portato due banche italiane a poter competere su scala internazionale.
Al contrario, durante il governatorato Fazio, la limitazione delle aggregazioni prevalentemente tra imprese di medie dimensioni è stata la causa principale dei tentativi di scalata subiti dalle banche italiane da parte di quelle europee. Infatti in Francia, Spagna e Inghilterra i processi di aggregazione sono partiti negli anni '80 ed il settore bancario di quei paesi ha raggiunto per tempo dimensioni talmente grandi che hanno permesso di attaccare banche la cui capitalizzazione di borsa era contenuta.

Mario Pennetta
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ECONOMIA
5 giugno 2007
IL CROGIOLO 1 - La fusione Unicredit / Capitalia
[Nasce oggi una nuova rubrica – IL CROGIOLO di Mario Pennetta – che indaga i rapporti tra economia, finanza, politica.]
LA RISTRUTTURAZIONE DEL SISTEMA BANCARIO ITALIANO PORTERA' AD UNA PROGRESSIVA DIPENDENZA DEL MONDO POLITICO DAL SETTORE FINANZIARIO.
Fusione Unicredit - Capitalia ovvero i cambiamenti strutturali nel sistema economico-finanziario italiano.
Continua il processo di aggregazione nel sistema bancario italiano. Dopo la fusione Banca Intesa - S.Paolo è la volta di Unicredit Capitalia. Il sistema si aggrega costruendo dei campioni nazionali, processo questo che in altri paesi europei, Francia ed Inghilterra ad esempio, era partito già nella seconda metà degli anni ottanta. Senza le ultime due fusioni, probabilmente oggi il S.Paolo di Torino potrebbe essere controllato dalla banca spagnola Santander, Banca Intesa dalla banca francese  Credit Agricole e Capitalia dalla banca olandese Abn Amro.
Uno dei risultati di queste due operazioni è che si sono costituite in Italia due banche che per capitalizzazione sono ai primi posti a livello mondiale ed europeo. Unicredit - Capitalia, infatti, con i circa cento miliardi di euro di capitalizzazione occupa il sesto posto tra le banche mondiali ed il secondo in Europa.
L’operazione di fusione di Unicredit – Capitalia intacca gli equilibri oggi esistenti nel sistema finanziario bancario assicurativo italiano, in special modo lungo la filiera Mediobanca-Generali. Infatti Unicredit possiede l’8,82% di Mediobanca mentre Capitalia il 9,6% che sommati porta al 18,5% , percentuale rilevante se consideriamo che a sua volta Mediobanca partecipa Generali al 14,13% ed è l’azionista di riferimento all’interno del patto di sindacato della compagnia di assicurazioni. Uno degli accordi alla base della fusione è di distribuire agli altri azionisti il pacchetto di azioni Mediobanca possedute da Capitalia. Altro impegno preso è quello di cedere le partecipazioni direttamente possedute in Generali, il 2,69% da Capitalia e il 3,76% da Unicredit.
I processi di aggregazione che si stanno attuando sul mercato bancario porteranno alla costituzione di veri e propri conglomerati e determineranno un cambiamento nei rapporti di forza tra finanza politica ed impresa. La storica carenza di capitali privati nell’economia del paese, aveva in passato indotto il sistema ad elaborare forme di finanziamento alle imprese, pubbliche e private, peculiari ed al di fuori dalle logiche di mercato. Le banche pubbliche controllate direttamente dallo Stato fornivano finanziamenti alle grandi imprese pubbliche che rispondevano più a logiche clientelari e/o elettorali che a quelle proprie del mercato. I rapporti di forza in questo caso erano a favore della politica e la finanza (banchieri di nomina prevalentemente politica) ne era solo l’esecutrice.
Il sistema che ruotava intorno alla Mediobanca di Enrico Cuccia era rappresentato dal grande capitalismo delle grandi famiglie fondatrici di gruppi industriali (Agnelli, Pirelli, Falk, ecc.). La crescita nel tempo di queste realtà industriali richiedeva capitali sempre più grandi, che le famiglie non possedevano e che alla lunga avrebbe portato alla perdita del controllo economico delle imprese. Fondamentale fu il ruolo di Mediobanca non solo nel finanziamento a questi gruppi, ma anche e soprattutto nell’invenzione di una architettura finanziaria rappresentata dal sistema delle partecipazioni incrociate, dal controllo a cascata, dal gruppo piramidale nel quale un unico soggetto economico controllava una pluralità di società. Su queste realtà economiche egemone era il ruolo del banchiere Enrico Cuccia mentre subalterno era il ruolo dell’impresa industriale e del tutto assente, come influenza, il sistema partitico.
Modifiche importanti sono state apportate nella governance della struttura del sistema bancario. Nel 1990, infatti, la riforma Amato ha introdotto una nuova figura proprietaria, quella delle fondazioni. Gli istituti di credito furono trasformati in S.p.A. ed il pacchetto azionario fu conferito alle fondazioni. Finalità della norma era quella di avviare un processo che portasse alla completa privatizzazione delle aziende di credito e avviasse un processo di concentrazione. Le fondazioni in effetti hanno favorito nel corso degli anni le aggregazioni nel settore bancario accettando di veder diluire la loro quota nell’azionariato. Infatti appena due anni fa i tre grandi azionisti di Unicredit (le Fondazioni di Verona, Fondazioni Cassa di Risparmio di Torino e Carimonte Holding) detenevano complessivamente il 25% della banca oggi tale partecipazione è scesa al di sotto del 10%. Conseguenza di tali nuovi assetti è dato dal progressivo potere che vanno assumendo i manager nella gestione delle imprese. I managers infatti, stanno emergendo come la nuova figura forte della corporate governance aziendale in grado di esprimere una strategia unitaria per l’impresa e il gruppo. Emergeranno pertanto quei managers esecutivi come Corrado Passera ed Alessandro Profumo, a scapito di figure come Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi che ad oggi hanno interpretato un ruolo politico nella gestione delle banche. L’azionariato diffuso dei grandi gruppi bancari, non ancora configura una public company, ma verso tale assetto la struttura può evolvere anche grazie ai nascenti fondi pensione ed all’industria del risparmio gestito nel suo insieme. Tali processi inoltre sono favoriti anche dall’internalizzazione del lavoro di queste banche, Unicredit infatti, fin dalla fusione con Hypo Vereinsbank nel 2005, è attiva in quattro mercati: Italia, Austria, Germania ed Europa Centro Orientale, in tutto 20 paesi con oltre il 50% del giro di affari generati fuori dall’Italia. Questa nuova configurazione porterà, in un futuro prossimo, ad una progressiva dipendenza del mondo politico dal settore finanziario. Le forme, i tempi e le modalità di tale evoluzione e la configurazione che andrà assumendo il sistema economico - finanziario italiano nel suo complesso, saranno oggetto di analisi nei prossimi mesi.        
Mario Pennetta
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Questo blog-rivista è una relazione telematica fondata sull’amicizia, un sentimento vivo e reciproco, una benevola disposizione intellettuale e morale.

Questo è un intreccio di lettura e scrittura, un luogo aperto di incontro, conversazione, partecipazione elaborativa, composto dalle rubriche minuscole di 'Fulmini' [autore] e dalle rubriche MAIUSCOLE di 'Saette' [co-autori]:

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