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e saette
CULTURA
2 febbraio 2008
Eftimios 49/42 (fiori/poesie 7)
Fotografia di trastevere
[fotografie 396 - Fulmini, Roma, quartiere Trastevere, 11 aprile 2007]

I fiori che durano più a lungo sono i fiori-di-parole. Ecco ancora un fiore-poesia per Eftimios.

Viaggio a Montevideo

Io vidi dal ponte della nave
I colli di Spagna
Svanire, nel verde
Dentro il crepuscolo d'oro la bruna terra celando
Come una melodia:
D'ignota scena fanciulla sola
Come una melodia
Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola...
Illanguidiva la sera celeste sul mare:
Pure i dorati silenzii ad ora ad ora dell'ale
Varcaron lentamente in un azzurreggiare: ...
Lontani tinti dei varii colori
Dai più lontani silenzii
Ne la celeste sera varcaron gli uccelli d'oro: la nave
Già cieca varcando battendo la tenebra
Coi nostri naufraghi cuori
Battendo la tenebra l'ale celeste sul mare.
Ma un giorno
Salirono sopra la nave le gravi matrone di Spagna
Da gli occhi torbidi e angelici
Dai seni gravidi di vertigine. Quando
In una baia profonda di un'isola equatoriale
In una baia tranquilla e profonda assai più del cielo notturno
Noi vedemmo sorgere nella luce incantata
Una bianca città addormentata
Ai piedi dei picchi altissimi dei vulcani spenti
Nel soffio torbido dell'equatore: finché
Dopo molte grida e molte ombre di un paese ignoto,
Dopo molto cigolìo di catene e molto acceso fervore
Noi lasciammo la città equatoriale
Verso l'inquieto mare notturno.
Andavamo andavamo, per giorni e per giorni: le navi
gravi di vele molli di caldi soffi incontro passavano lente:
Sì presso di sul cassero a noi ne appariva bronzina
Una fanciulla della razza nuova,
Occhi lucenti e le vesti al vento!
ed ecco: selvaggia a la fine di un giorno che apparve
La riva selvaggia là giù sopra la sconfinata marina:
E vidi come cavalle
Vertiginose che si scioglievano le dune
Verso la prateria senza fine
Deserta senza le case umane
E noi volgemmo fuggendo le dune che apparve
Su un mare giallo de la portentosa dovizia del fiume,
Del continente nuovo la capitale marina.
Limpido fresco ed elettrico era il lume
Della sera e là le alte case parevan deserte
Laggiù sul mar del pirata
De la città abbandonata
Tra il mare giallo e le dune...

Dino Campana

Per l’antologia poetica italiana di tutti i tempi che vado componendo, ho scelto questa poesia di Campana “poeta selvaggio” (come lo chiamava Pasolini) per la ragione generale che  mostra come “la vita” (questo mondo)  e “l’arte” (il mondo parallelo a questo) a volte felicemente s’incontrino, come felicemente si sono incontrate nel corso di tutta la breve esistenza di Eftimios.

Secondo poi c’è una ragione particolare: mostra – ‘Viaggio a Montevideo’ - come l’eco (di parole, di frasi, di rime, di città, di colori, di fanciulle, di deserti) non sia mai ritorno dell’identico - niente ritorna, niente ci può consolare – e che tutto produce un’eco – che non è ripetizione attenuata, ma variazione incantata. I poeti servono a ricordarci spietatamente e dolcemente questa triste e allegra verità.

Fulmini

letteratura
2 gennaio 2008
Eftimios 48/42 (fiori/poesie 6)

[fotografie 370 - Roma, Piazzale Flaminio, dicembre 2007]

 

I fiori che durano più a lungo tra i fiori della terra sono i fiori-di-parole, i fiori-poesie. Ecco oggi fiorire nel cielo di Eftimios

 

La Morte co la coda

 

Qua nun ze n’esce: o semo giacubbini (1),
o credemo a la lègge der Signore.
Si ce credemo, o minenti o paini
(2),
la morte è un passo che ve gela er core.

Se curre a le commedie, a li festini,

se va pe l’ostarie, se fa l’amore,

se trafica, s’impozzeno quadrino (3),

se fa d’ogn’erba un fascio… eppoi se more!

 

E doppo? doppo viengheno li guai.

Doppo c’è l’antra vita, un antro monno,

che dura sempre e nun finisce mai!

 

È un penziere que mai, che te squinterna (4)!

Eppuro, o bene o male, o a galla o a fonno,

sta cana (5) eternità dev’èsse eterna!

 

Giuseppe Gioacchino Belli

 

(1) atei

(2) popolani o signori

(3) s’accumulano soldi

(4) ti sgomenta

(5) crudele, nemica, barbara

 

Ho scelto questo tra i duemila sonetti del Belli per la ragione generale che – per usare le parole sante di un amico di nome Emerico Giachery (‘Belli e Roma. Tra Carnevale e Quaresima, Edizioni Studium . Roma, 2007) qui come sempre il Belli “apre, anzi spalanca le porte al ‘linguaggio della piazza’”. Il linguaggio del Belli, la materia prima dei suoi sonetti, la ‘farina del suo sacco’ non è tutta sua, insomma, ma anche del popolo romano, della ‘plebe’. Belli poeta è della razza di Bartòk musicista. Chissà quando Venises ci farà sentire, e capire, una musica di Bartòk. Speriamo presto, e preghiamo Apollo che sia l’Allegro Barbaro.

 

Secondo poi c’è una ragione particolare: una certa visione tragica della vita, e della morte come liberazione, che condivido col poeta romanesco.

 

 

Fulmini

letteratura
2 dicembre 2007
Eftimios 47/42 (fiori/poesie 5)
Il fiore che dura più a lungo tra i fiori della terra è il fiore di parole, il fiore-poesia, perciò oggi pianto nel cielo di Eftimios

Fratelli

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità

fratelli

Giuseppe Ungaretti

La ragione generale per cui prediligo questa fra altre poesie del nostro poeta alessandrino è che l’ha riscritta migliorandola (questa è la redazione finale, del 1943) – operazione difficile, e pericolosa: come rientrare in una antica tempesta intellettuale-emotiva-creativa e uscirne vittoriosi?

Secondo poi, in particolare nota - ti prego – lettore/ lettrice che parla del sentimento della fraternità, e noi stiamo provando a fare insieme un blog-rivista fondato sulla fraternità. Non – badate, bada bene – sulla fraternità della famiglia biologica, ma del gruppo amicale. Anche in questo Gesù di  Nazareth ha aperto la strada.

Fulmini

letteratura
25 novembre 2007
Eftimios 46/42 (fiori/poesie 4)
Il fiore/poesia che oggi pianto tra il cielo e la terra di Eftimios è una canzone di Paolo Conte, nata nell’anno in cui Eftimios scompariva ai nostri occhi velati:

HESITATION

Io li sentivo parlare
dietro la porta del pomeriggio
chiusa a chiave
naturalmente dalla mia parte,
si capiva molto poco, quasi niente,
ma qualcosa si intuiva,
si indovinava una specie di salto
nei loro pensieri…

Hesitation,
con una gamba per volta,
hesitation in love…

Sotto la porta il tappeto
sembrava come elettrizzato,
le rose donate erano lì
in attesa di venire capite,
era una scena d’amore
e di esitazione stupenda,
io avrei voluto dare una mano
non so bene se a lei o lui…

La ragione generale per cui scelgo un testo parlato di Paolo Conte sta nel fatto che questo cantore scrive i versi sempre dopo la musica, dentro la musica. E oggi c’è troppa poesia che non cammina sulla musica, troppa poesia di sole parole.

In particolare, nota – ti prego – lettore, lettrice, quei due ultimi versi, sublimi - ci vuole molta intelligenza e molto amore per essere sublimi – e pensa che Eftimios continua a voler dare una mano, a te che leggi ed a me che scrivo.

Fulmini

CULTURA
18 novembre 2007
Diario della Sera - 88 - Eftimios e IL SUGGERITORE
EFTIMIOS 45/42 (fiori-poesie)

   I’ vegno ‘l giorno a te ‘nfinite volte
e trovoti pensar troppo vilmente:
molto mi dol della gentil tua mente
e d’assai tue vertù che ti son tolte.

   Solevati spiacer persone molte;
tuttor fuggivi l’annoiosa gente;
di me parlavi sì coralemente (1),
che tutte le tue rime avie ricolte.

   Or non ardisco, per la vil tua vita,
far mostramento che tu’ dir (2) mi piaccia,
né ‘n guisa vegno a te, che tu mi veggi.

   Se ‘l presente sonetto spesso leggi,
lo spirito noioso che ti caccia
si partirà da l’anima invilita.

Guido Cavalcanti

Note a piè di pagina
(1)    sì coralemente = con tale amichevolezza
(2)    tu’ dir = la tua produzione poetica



Continuo a parlarvi, a parlarti di Eftimios, oltre la sua vita breve, pubblicando e commentando fiori intorno a lui, non fiori recisi, agonizzanti, e nemmeno fiori piantine, moriture, bensì fiori di carta, fiori di parole sempreverdi, fiori-poesie. Lo faccio con i fiori della poesia italiana di tutti i tempi. Un poeta, un fiore-poesia.

Continuo con I’ VEGNO ‘L GIORNO A TE… di Guido Cavalcanti, un sonetto. Perché pubblico e commento un sonetto? Perché è una poesia dalla chiara forma pre-ordinata. Lo faccio insomma in polemica aperta con la confusa forma post-ordinata dominante l’arte contemporanea.

Questo in generale. In particolare, nota – ti prego – lettore, lettrice, che questo sonetto è un rimprovero, un richiamo, un’esortazione, un incitamento – franchi, chiari, diretti, amichevoli. Di Guido Cavalcanti a Dante Alighieri scombussolato e traviato dalla scomparsa di Beatrice. Che i rapporti amicali producano opere come questa rallegra tutti noi del blog-rivista, questa officina telematica fondata su rapporti amicali, appunto.

Fulmini


IL SUGGERITORE

il Post
che ho scelto fra tutti è ‘L’Arancio delle Nuvole’ e si trova nel blog http://www.ildottoredeipazzi.ilcannocchiale.it/
Ecco un bel post che cuce insieme una foto e un pensiero. Chi di voi indovina quale professione si stia preparando a fare quest’uomo delicato vincerà qualcosa. Non so cosa ma so che vincerà.

la Messa in Scena
Roma, Teatro Tordinona, “Il Filo e le Ombre – Kipria Caterina” di Alexandra Zambà. Fino a domenica 18 novembre, cioè oggi, alle diciotto, tra due ore – a due passi da Piazza Navona. Metti le ali ai piedi.

la CiclOfficina
Nel centro sociale Ex Snia, sulla via Prenestina numero 173, sì, sto parlando di Roma, proprio all’inizio, e passando si vede subito - all’ingresso, in alto, c’è una bicicletta - c’è una CiclOfficina. Ci lavorano amichevolmente due giovani uomini, con questa calma.


[fotografie 339 – Roma, Centro sociale Ex Snia, 11 novembre 2007 18:44:20]

il Kebab
Di fronte al centro sociale Ex Snia, dall’altra parte della via Prenestina, de soslayo, con la coda dell’occhio, ho colto ieri un kebab ‘curdo e turco’. Con i tempi che corrono, chi può, chi la fretta non se lo porta via, chi non ha smesso di sognare il sogno di una cosa, si fermi a rinfrancarsi da quelle parti.

la Locanda

È nata a Roma dalla volontà di alcuni genitori di ragazzi con la sindrome di Down - che ci lavorano come camerieri - la Locanda dei Girasoli. La pizza è buona, il locale è simpatico, i prezzi economici, il resto fatelo voi. L'indirizzo è: Locanda dei Girasoli / Via dei Sulpici, 117 (zona Quadraro), il telefono: 06/7610194, il sito: www.lalocandadeigirasoli.it



CULTURA
11 novembre 2007
Eftimios 44/42 - fiori/poesie 2

Un tordo vive in ozio
nell’orto di mio zio:
appena fa uno zirlo
mio zio corre a zittirlo.

Toti Scialoja

Continuo a parlarvi, a parlarti di Eftimios, oltre la sua vita breve, pubblicando e commentando fiori intorno a lui, ma non fiori recisi, agonizzanti, e nemmeno fiori piantine, moriture, bensì fiori di carta, fiori di parole sempreverdi, fiori-poesie. Lo faccio con i fiori della poesia italiana di tutti i tempi. Un poeta, una poesia.

Continuo, dopo ‘Novembre’ di Giovanni Pascoli, con 'Un tordo vive in ozio' di Toti Scialoja, una poesia che amavamo e amiamo, ricordavamo e ricordiamo a memoria, una poesia rimata. Lo faccio con una poesia rimata perché troppi oggi pensano che la poesia moderna debba essere, per essere ‘moderna’, ‘libera’ nel senso di ‘non rimata’, perché la rima sarebbe un impaccio, una mania, una superstizione. No, no. Gramsci ricordava nel suo linguaggio sarcasticamente appassionato un Tizio che si autodefiniva nel biglietto da visita ‘Contemporaneo’. Contemporaneo a chi?

Questo in generale. In particolare, nota – ti prego – lettore, lettrice, che questa poesia è un racconto pieno di surrealtà e realtà. Surrealtà del poeta in rapporto alla realtà del mondo.

Toti Scialoja è stato pittore, poeta, scenografo, docente, critico d’arte: un pentatleta anche lui. L’ho incontrato nell’autunno del 1997 e gli ho proposto di realizzare con lui, per lui, un ritratto-autoritratto, un documentario in soggettiva della sua vita d’artista raccontata da lui medesimo e figurata dall’insieme variegato delle sue opere – sul modello de ‘Le ceneri di Pasolini’ che avevo realizzato qualche anno prima. Mi ascoltò attentamente guardandomi da sotto in su – era simpaticamente basso come un folletto – e mi rispose sorridendo infine “Sì, nella prossima primavera però – aggiunse – ora l’artrite mi angustia troppo, in primavera starò certamente meglio”. Infatti, nella primavera seguente, nel marzo del 1998, morì.

Fulmini


CULTURA
4 novembre 2007
Eftimios - 43 - fiori/poesie in cielo e in terra
Continuo a parlarvi, a parlarti di Eftimios, oltre il racconto-testimonianza della sua vita breve che ho pubblicato fin qui.

Vorrei ora costellarlo intorno, Eftimios - nel suo cielo, e seminarci sopra - alla sua terra, un po’ di fiori, ma non fiori recisi, agonizzanti, e nemmeno fiori piantine, moriture, bensì fiori di carta, fiori di parole, fiori-poesie insomma, sempreverdi. Lo farò con i fiori della poesia italiana di tutti i tempi. Un poeta, una poesia.

Comincio con 'Novembre' di Giovanni Pascoli, una poesia che amavamo, che amiamo, una poesia perfetta. E comincio con la perfezione perché troppi ancora pensano che ‘la perfezione non è di questo mondo’. Amico mio peccatore, amica mia peccatrice, se hai occhi per vedere e orecchie per sentire, leggi e senti questa poesia, e convertiti.

Questo in generale. In particolare, nota – ti prego - che la prima parola di questa poesia suona “gèmmea” con l’accento sulla prima e. Viene da "gemma", da “gemmare”. Memorabile il fatto che Pascoli parli d’autunno e scriva di primavera, no?

Fulmini

Novembre

Gèmmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore…

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini e orti,
di foglie un cader fragile. È l’estate,
fredda, dei morti.

Giovanni Pascoli


[fotografie 324 - Poppi, nel Casentino (da casa di Nicola e Doretta), 17 marzo 2007 07:42:01]
CULTURA
28 ottobre 2007
Eftimios 42/42 - Si è alzato e cammina.
Una mattina di sole sulla casa tra gli alberi al lago.

Sofia non è ancora nata. Alexandra è incinta, ma non ancora tonda. Il sole fresco d’autunno, sì, autunno. Silenzio intorno, sui Monti Sabatini, intorno e dentro la casa. Nefeli? E’ già a scuola, al liceo, a Viterbo. Alexandra è al piano di sotto. Eftimios a letto, nella sua stanza del piano di sopra. Da diverse settimane non può più alzarsi da solo.

Mi preparo a uscire, a scendere. Devo prendere farmaci a Bassano Romano? Devo andare a Roma? Sono al piano di sotto, davanti al portico colonnato di grandi pali di castagno. Vado alla quercia, sotto la quercia c’è l’auto, salgo, arrivo al cancello, lo apro, sposto fuori l’auto ma non richiudo il cancello dietro di me e non parto. Torno verso la casa, mi sono dimenticato qualcosa. Entro dal piano di sopra, nell’atrio, poi nello studio che guarda a sinistra Monte Guerrano e Rocca Romana, davanti il Lago di Anguillara.

Cerco qualcosa, sposto cartelle, la sedia, apro cassetti della scrivania. Sento improvvisamente passi rapidi salire dal piano di sotto, dalla scala interna. Mi fermo. Appare sulla soglia dello studio Alexandra. Ansimante, gli occhi sbarrati, lucidi, brillanti di una luce subito strozzata da un’ombra di dolore, di delusione, di follia. “Che c’è?” - le chiedo senza capire. Abbassa gli occhi e china il capo. “Niente...” - risponde a voce bassa e rialzando gli occhi, attraversati da un lungo lampo soffocato, aggiunge “... credevo fosse Eftimios...”

Aveva sentito rumori al piano di sopra, e aveva sperato: “Si è alzato e cammina”. Era la fine di maggio del 1987, oggi è la fine di maggio del 2002. Il tempo è passato, il tempo non è passato.


[Nella seconda metà del mese di maggio 2002 (l'anno palindromo, "che corre indietro") ho scritto di getto questa “Vita breve di Eftimios”. Senza un piano, senza uno schema, sono venute fuori queste 42 pagine strutturate fin dal primo momento e dalla prima all’ultima come canti.

In realtà era dal 1987 che ci provavo, a raccontarlo, Eftimios. In tutte le opere che ho realizzato da allora, film, documentari, corti, e libri, saggi, articoli, e programmi televisivi e poesie e racconti, insomma in tutto. In quei quindici anni avevo fatto di me stesso un uomo teso a restituirlo, Eftimios, a chi non lo aveva ancora conosciuto.

Questo racconto, questa testimonianza, questa cronaca, questa storia, continueranno in altre opere. Finché vivo. Ma adesso posso morire.]


Fulmini
CULTURA
21 ottobre 2007
Eftimios 41/42 - Il cappuccino si freddava in silenzio
[Pubblico qui, unitamente alla penultima pagina di Vita breve di Eftimios, la riproduzione fotografica di uno dei disegni-dipinti di Eftimios, volutamente sovraimpresso alla mia immagine riflessa, per ricordarvi, per ricordarti che questa è una cronaca e una testimonianza (come i Vangeli tutti), un resoconto e un racconto (come La guerra del Peloponneso di Tucidide).]



Non chiedeva mai nulla, Eftimios.

Mai diceva voglio questo, voglio quest’altro, mi compri, mi regali, mi passi il sale, niente. Gli bastava niente per vivere. Gli bastava vivere. Vivere e scrivere. Passava lunghe ore alla sua scrivania. Leggeva, scriveva. Scriveva con le parole, scriveva soprattutto con quei segni che stanno tra le cose e le parole, i disegni. Come Gesù: ricordate, ricordi i suoi segni?

Non dirò una parola sui suoi disegni. Spero che evitino di parlare i medici specialisti sui suoi disegni, e soprattutto i critici estetici. I disegni non hanno bisogno di parole. E disegni Eftimios ne faceva di mille generi. Disegnava disegnando, disegnava vivendo.

Camminava e disegnava. Osservava e disegnava. Pensava e disegnava. Tutte le volte che andavamo in riva al mare, la sua attività preferita era quella di disegnare sulla battigia, dove non si capisce dove finisce la terra e comincia il mare. Con un rametto, con un dito, tracciava linee, costruiva forme, che le onde del mare subito cancellavano, e lui ne faceva altre e altre ancora, senza fine, senza altro fine che disegnare. Ci sono evidentemente cose che non si possono dire, e si devono disegnare.

Certi pomeriggi, nella casa di Colli Aniene prima e poi nella casa tra gli alberi al lago, andavo a trovarlo nella sua camera e lo trovavo alla scrivania. Arrivavo con un cappuccino caldo, non me lo aveva chiesto, non chiedeva mai nulla, ma sapevo che gli piaceva il cappuccino, forse perché, come diceva Cesare Zavattini, non si capisce dove finisce il latte e dove comincia il caffé. Poggiavo il cappuccino al suo fianco e mi ritiravo in punta di piedi. Tornavo dopo un’ora, due ore, lui disegnava, il cappuccino era al suo fianco, ormai freddo. Il cappuccino era freddato in silenzio. Lui disegnava e il resto del mondo freddava in silenzio, stupito.

Fulmini

CULTURA
14 ottobre 2007
Eftimios 40/42 - Da dove sei sbucato fuori, dall'Inferno?

[fotografie 297 - da Lenola a Pastena (Ciociaria), 5 ottobre 2007 21:13:18]

Eftimios 40/42

Tornammo in pullman, quella sera.

“Lo prendiamo, il pullman, o ci facciamo prendere da lui?” - gli chiesi, per farlo pensare e sorridere insieme. Ed Eftimios sorrise e pensò insieme. Il posto lo trovammo a stento, il pullman fu assalito da uno sciame di militarini gracchianti e turbolenti tanto che dovetti alzare il volume della voce, e ringhiare. “Mostra i denti il pescecane e si vede che li ha” - sussurrai a Eftimios, strizzandogli un occhio.

È notte ormai. Scendiamo al bivio sulla Cassia, buio intorno, il pullman seguita verso Viterbo, noi due ci incamminiamo per il breve tratto di strada che ci divide dall’automobile posteggiata ad aspettarci. Io all’interno della strada, lui all’esterno: perché non sono sempre attento e non penso tutto? Eftimios cade, dietro di me, e batte la testa. Mi volto e nella oscurità di una notte senza luna intravedo Eftimios a terra e di lato a lui un motorino rovesciato e un’ombra di ragazzo. Sollevo Eftimios, lo guardo in volto, è smarrito, si tiene la tempia, nel punto in cui ha subito l’operazione. Con una mano lo reggo, con l’altra afferro l’ombra che si è avvicinata a noi.

“Da dove sei sbucato fuori, dall’Inferno?” - urlo. “I fari non mi funzionano al motorino…” “Dove abiti?” “Qui dietro, abito qui dietro…” e indica con la mano. Quattro passi e siamo all’automobile. Faccio salire Eftimios davanti, al mio fianco, il ragazzo dietro. “Dimmi la strada.” - gli intimo. Eftimios non parla. Mi osserva, guarda il coetaneo che guidava il motorino nella notte senza luna e senza fari. Nemmeno duecento metri, due curve, una salita breve e posteggio davanti ad una villa. I cani, richiamati da una donna. Chiedo del padre del ragazzo, lei ci accompagna precedendoci, dando un’occhiata spenta al figlio.

Sdraiato in poltrona, un uomo di mezza età, con gli occhiali, un tono di voce piatto, disanimato. Dice qualche parola sprezzante in direzione del figlio, senza guardarlo, chiede scusa dell’incidente, si informa se c’è bisogno dell’ambulanza. Lui in poltrona, il figlio in piedi, la donna di lato alla porta. Ci guardiamo, Eftimios ed io, ed usciamo all’unisono, senza dire una parola. Sì, dall’Inferno era sbucato quel ragazzo.

Fulmini


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CULTURA
8 ottobre 2007
Eftimios 39/42 - Un'estate degli anni Settanta andammo verso il mare
Ho una foto sulla scrivania di lato alla finestra.



In bianco e grigio e nero, alta e stretta. A sinistra, Nefeli, le guance pesche, gli occhietti sorridenti, la boccuccia atteggiata a un sorriso dolce, il naso a patatina, la fronte tonda incorniciata da due trecce raccolte a coroncina dietro la nuca, una striscia di pelle che regge qualcosa forse una borsetta girata sui fianchi, una camicetta appena scollata e sbuffata, bianca sparata dal sole che risparmia solo fiorellini ricamati da una mano leggera e sicura, un braccio e la mano scorciati, i pantaloncini retti da un fiocco fine che echeggia l’infinito. Guarda Eftimios.

Di profilo, Eftimios è di profilo. Indossa una maglietta a strisce orizzontali di tutti i bianchi, tutti i grigi, tutti i neri, ordinatamente abbottonata fino in cima. Dalle mezze maniche scendono le sue braccia, scolpite come colonne doriche complete di éntasis, le mani sono fuori campo, pantaloni bianchi, non si vede se corti o lunghi, ma so che sono lunghi. I giocatori di tennis del tempo del pane non giocavano soltanto e sempre in pantaloni lunghi e bianchi?

Al mio fianco come sempre discreta, come sempre, Alexandra. Dietro, il mare Ionio, il mare di mille onde ricce crespe vibranti che sfumano nel cielo grigio chiaro. L’orizzonte è inclinato. Da sinistra a destra. Perché è inclinato? La foto l’ho scattata io, non mi inclino mai, non sono un uomo inclinato. Sembra inclinato da un profondo pensiero silenzioso. Di chi? Guardo, guardo e vedo, infine.

Vedo l’espressione di Eftimios. Ricordi, ricordate l’espressione di quel vitello scolpito da Fidia nel fregio del Partendone, quell’altro giovane condotto senza peccato senza ragione verso la fine prossima? È rapito, non si sa da cosa, come un bambino cullato da una madre, una madre che lo abbraccia piegata d’amore. Dal volto di Eftimios, salgo all’estremità superiore della foto alta e stretta, e trovo il margine inferiore di una nuvola grigio ferro. Già, la nuvola grigio ferro. E la piega della bocca di Eftimios, verso l’alto, ma non sorride, stringe i denti.

Fulmini


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CULTURA
1 ottobre 2007
Eftimios 38/42 - Tre volte ho rivisto Eftimios fuori di me

La seconda, era Peso. La prima? Allevavo colombi, liberi sui Monti Sabatini.

Al principio erano i colombi che conosci tu, che conoscete voi, grigi e blu e macchie di viola e di bianco delle città. Me ne aveva regalato due coppie un ragazzo della scuola media di Settevene, quando insegnavo Educazione Artistica sulla Tiburtina. Li avevo portati sulla terra tra gli alberi al lago, avevo costruito una voliera per fargli fare i primi nidi. Così erano restati di seguito, liberi, nella zona. Dove fai il tuo nido è la tua casa. No?

Dopo qualche mese avevo cominciato a incrociarli con colombi bianchi, mi piacciono i colombi bianchi. Il primo, un maschio, lo avevo trovato ai piedi del mulino di Capranica, dove compravamo la farina fresca di grano. Aspettavo il mio turno, dietro una famigliola, e lui scende, a cercare qualche chicco di grano sfuggito. Si poggia a terra, fa due passetti e m’accorgo che è zoppo, no, non zoppo, ha un filo di canna da lenza attorcigliato alla zampa. Sta tra il muro e me. Lo guardo e mi ricordo che da ragazzo sono stato portiere, portiere di calcio, “termatofìlakas” dicono i parlanti greco, e vuol dire “il difensore dell’ultima linea”. Mi avvicino, vola, mi tuffo, lo paro.

Ad un certo punto, Eftimios non c’era più, i colombi bianchi erano tanti, non tutti, e fra i tanti noto uno, più bello, più aggraziato, più coraggioso: quando capitavo vicino a lui non volava via spaventato come tutti gli altri. Che voli, nel vasto cielo Sabatino! Solo, solitario, grandi giri, lunghe picchiate, arrivava sfrecciando, saliva aquilando. Maestoso come un colombaccio, bianco come un fantasma, leggero come un raggio.

Un pomeriggio stavo seduto di fianco al tavolo di marmo grigio piantato sotto la quercia, a pochi passi dalla casa. Brezza dal mare e dal lago, poggio il braccio sul marmo. Arriva lui, il grande colombo bianco, e si poggia ad un palmo dalla mia mano destra. Mi guarda, fermo, calmo. Poi, stende l’ala destra sul marmo, vi si sdraia sopra, e muore. Ecco. La prima volta. La seconda è stata con Peso. La terza? Avete gli occhi e non vedete? Avete le orecchie e non sentite? Non ricordate la ‘cerimonia del tu’?

Fulmini

CULTURA
23 settembre 2007
Eftimios 37/42 - La storia come storia delle persone e dei personaggi
Prendi, prendete la vita o la letteratura, è la stessa cosa.

Ci sono persone, ci sono scrittori che pensano ci sia la storia da prima e dentro poi ci mettono le persone e i personaggi. Insomma, i Tizi, i Semproni, i cristiani, i marxisti, eccetera. C’è un disegno, da prima, tutto è scritto, le cose vanno come devono andare, e se non c’era Napoleone ci sarebbe stato un altro con altro nome che avrebbe agito nello stesso modo, e tu, voi adesso capite perché Dio o l'Evoluzione piano piano ha creato o ha determinato le condizioni per capire eccetera.

Le altre persone si sposano, e loro persone - i Tizi e i Semproni  - si sposano. I personaggi devono inserirsi in una trama e loro scrittori  - i cristiani e i marxisti - ce li inseriscono. La storia detta persone e personaggi, loro eseguono, si fanno vivere e scrivere dalla storia. Tronchi trascinati da un fiume, rotelle articolate da un ingranaggio, insomma carni degli spiriti dei loro tempi. Prendete, prendi un cineasta meccanico e la sua storia ricevuta, ci sistema dentro i personaggi, sceglie gli attori che li impersonino, i critici che li promuovano. E la storia del conformismo, no?

E poi ci sono altre persone, altri scrittori che partono da loro stessi e dai personaggi, e la storia che inventano è la storia propria di queste persone e di questi personaggi. La storia di Eftimios che sto scrivendo è proprio la storia di Eftimios, come la storia che lui ha vissuto è la sua propria storia. Perciò non paragonatelo, non paragonarlo meccanicamente ad altre persone, ad altri personaggi. Eftimios è Eftimios, tu sei tu.

Certo, si può rivivere la storia di una persona e si può riscrivere la storia di un personaggio, ma non è la sua stessa storia di vita e la medesima sua storia di fantasia. Sono una variazione a partire da un modello e una invenzione a cominciare da un’idea. Ma sono appunto altre storie. Possiamo somigliare quanto vogliamo, puoi scrivere quanto vuoi, siamo sempre tu e io. Certo, ognuno di noi può comprendere gli altri. Se li comprende tutti è raro. Mi viene in mente Gesù, mi viene in mente Eftimios.

Fulmini


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CULTURA
16 settembre 2007
Eftimios 36/42 - Peso si frappone tra me ed Igor
Peso era il nome di un cane lupo bellissimo e autonomo.

Gli avevamo dato quel nome perché da cucciolo mangiava più dei suoi nove fratelli ed era tondo tondo come un uovo, un peso massimo. Crescendo, si era affilato, non era il più grande, non era il più forte, ma i fratelli le sorelle la madre gli obbedivano. Da dove traeva la sua autorevolezza?

Erano rimasti a noi, regalati gli altri e altre, liberi sul vasto terreno della casa tra gli alberi al lago, lui, Peso, la madre, Sascia, e Igor, un fratello, un gregario. Igor era più grande, più robusto, più forte, ma gli era secondo. Sempre, anche quando mangiavano. Portavo fuori, levandola fumante dal camino, la grande pentola di zinco, piena di pezzi di carne ben cotta, la ponevo a terra, mi volgevo ai due e dicevo loro: “E’ ancora troppo calda. Aspettate un po’.” Peso non si muoveva, fino al momento giusto, Igor non riusciva a trattenersi, più d’una volta ogni volta si avvicinava furtivo, per rubarne un pezzo.

Al momento giusto, Peso si sollevava e col suo passo alla John Wayne si accostava alla pentola, sceglieva un bel pezzo, lo portava ai piedi dell’albicocco, tornava, ne sceglieva un altro, lo portava col collo eretto accanto al primo, si accucciava e mangiava, calmo, lento, regale. Igor invece infilava il muso dentro la pentola e non lo levava più fino a che aveva non era pulita, leccata, lavata. Giocavano tra di loro, a volte, Igor per prepararsi alla vita, Peso per giocare. Eftimios li comandava con gli occhi.

Un giorno, di ritorno da un breve viaggio, troviamo la rete del pollaio sfondata, piume di galline faraone sparse dintorno, Peso sotto la quercia, e Igor? Igor era rintanato lontano, il muso nell’erba, due piume di gallina faraona ancora attaccate al naso umido. Era pentito, lo diceva con gli occhi, col collo basso, con la coda tra le gambe, canaglia. Decisi di dargli la giusta punizione. Andai a prendere una canna, la canna è flessibile e non fa troppo male sulla schiena, mi avvicinai e gli comminai una cannata, due, tre. Prima che lo colpissi  per la quarta volta, Peso, sbucato dal nulla, si frappose fra me e lui. Aveva deciso che era giusta di tre, la punizione. Era già morto, Eftimios. Peso aveva preso il suo posto.

Fulmini


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letteratura
9 settembre 2007
EFTIMIOS 35/42 - Il pettirosso, il camino acceso, il salto nella luce.
Il pettirosso è un uccello coraggioso.

Protegge il suo territorio da tutti gli altri pettirossi con una decisione da non crederci. Ce n’era uno che aveva conquistato i dintorni della nostra casa tra gli alberi al lago. Due briciole, uno sguardo, ed era contento. Dove riposasse la notte non si sapeva. All’imbrunire scompariva, ciao a domattina, presto, s’intende. L’indomani era lì ad aspettarci, l’occhio girato verso noi, la coda puntata in alto, il petto gonfio.

L’ottantuno, o l’ottantadue, la casa non era ancora finita. Mancavano le imposte delle finestre e delle porte, gli intonaci, gli impianti, ma il tetto c’era. Arrivarono le imposte, il giorno dopo i muratori dovevano montarle e decidemmo di restare la notte, Eftimios ed io, per evitare che qualcuno li rubasse. Accendemmo un grande fuoco nel camino, che era grande di suo. I ciocchi di castagno scoppiettavano nella caverna, il fuoco ballava in cima, sulle punte che s’infilavano nella cappa, rosa e rosse, ma al centro bianco, d’un bagliore folgorante.

Di solito le persone, tu, io, voi, guardiamo rapiti il fuoco. Sono le fiamme sempre variate che ci attirano, le punte, il movimento, la distruzione. Il centro del fuoco è insostenibile, troppo bianco, troppo fermo, troppo. Eftimios amava il centro. Il centro del fuoco, il centro delle cose, l’essenza, l’anima, il troppo bianco. Stavamo lì, io a guardare le fiamme, lui il centro, e penetra dalla finestra il pettirosso. Si mette a due passi da noi, sul tavolo ancora apparecchiato, come non ci fossimo. Cosa guardava? Il fuoco. Le fiamme?

Eftimios si girò lentamente verso di lui. Si guardarono in silenzio. Tornarono a guardare all’unisono il fuoco. Il pettirosso strinse gli occhi per vedere meglio, sempre meglio, vide, si gonfiò tutto, spiccò il volo verso il fuoco e s’infilò dritto al suo centro, nel bianco incandescente. Subito divenne un punto nero e subito ridiventò tutto bianco. Eftimios strinse gli occhi.

Fulmini


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letteratura
2 settembre 2007
Eftimios 34/42 - Il fringuello. Nero, grigio, verde chiaro, giallo scuro.
Figlio di cacciatore, anche Eftimios ha cacciato, una volta.

Mio padre si chiamava Lucrezio, l’ho seppellito in collina di fronte al mare Ionio e sulla sua tomba ho fatto scrivere ciò che era stato: “cacciatore e scrittore”. Immenso cacciatore, discreto scrittore. Nel tempo in cui cacciare la selvaggina era un’arte, cani addestrati, un colpo solo in canna, ferma, acconsentimento, via! fucilata, riporto, le viscere ai cani, la selvaggina nel carniere.

Ad Eftimios ho insegnato qualcosa, lui mi ha insegnato il resto del mondo, e di me. Lui imparava e insegnava sempre, insieme. Parlare o mostrare e vederlo o sentirlo accanto! Comprendeva ciò che volevi dentro, ciò che dovevi fare, aveva appena già imparato e già insegnava. A Nefeli insegnava a suonare il pianoforte, ad Alexandra il domani, a me lui. Lo stai, lo state imparando? Lo state, lo stai insegnando?

Ogni tanto prendevo il fucile, portavo un fagiano. Avevamo anche una carabina. Un pomeriggio abbiamo fatto il tiro al barattolo, con gli amici venuti a trovarci in cima al mondo. Partecipò anche Eftimios. Sbagliava il bersaglio di poco, ma sempre nella stessa direzione, nel medesimo punto. “Questo è il segno chiaro che sei un grande tiratore in erba.” - gli dissi. “I tiratori veri sbagliano sempre, in principio, sempre nella stessa direzione e colpiscono lo stesso punto.”

Un giorno, di fronte alla finestra dello studio della casa tra gli alberi al lago, a una ventina di passi, arrivò un fringuello, si sistemò in cima a un cardo e si mise ad aspettare. Eftimios stava davanti a me, gli feci un cenno, in punta di piedi andammo a prendere il fucile, gli mostrai come si carica, lo fece e tenendo la canna sempre rivolta in alto come mi aveva visto fare, uscimmo piano, fece pochi passi, lo vide il fringuello, il fringuello vide lui, Eftimios lo puntò e fece fuoco. Colpito! Mi diede il fucile e corse a prenderlo. Tornò camminando piano, col fringuello nelle due palme aperte delle mani. Lo disegnai ancora caldo, nero, grigio, verde chiaro, giallo scuro. Glielo mostrai: “E’ lui, no?” - gli domandai. “Il suo disegno” - rispose.

Fulmini

letteratura
26 agosto 2007
Eftimios 33/42 - La paperella piumino giallo cenerino
L’avevamo comperata in un mercatino rionale.

Aveva il piumaggio dello stesso colore dei capelli di Eftimios. Stava in una scatola di cartone con altre paperelle, ma non si muoveva, non pigolava, piegato il capo ti guardava, vi guardava, pensierosa. Eftimios piegò il capo come lei, dall’altro lato lei lo imitò, poi lui dall’altra, e come lui lei.

La portammo in auto, e fuori faceva freddo, era inverno, era il millenovecentosettantacinque. Eftimios preparò con me una minuscola scatola di cartone, sul fondo un panno, accanto una ciotolina per l’acqua. Lui camminava per le poche stanze dell’appartamento, lei dietro, lui si sedeva alla scrivania, lei gli si sdraiava accanto e poggiava il capo sulle sue scarpe. Le scarpe scamosciate, i pantaloni di velluto a coste morbide e larghe, una camicia col colletto sempre abbottonato, un maglione. Così l’abbiamo vestito alla fine, e messo nella cassa.

Se ne vanno i migliori, si dice. Perché se ne vanno proprio i migliori, quelli che ci servono come il pane, come l’acqua, come il sole? Dove vanno non importa, purché vadano a vivere da qualche parte. Perché non è partito, di notte, Eftimios, per le lontane Americhe, su una nave grande e bianca? Oggi avrebbe trentuno anni, sarebbe grande, alto, bello tra le indiane, o le cilene, con un grande cappello sui riccioli, seguito da tanti figli e figlie come la paperella del settantacinque. Dove allora?

Le bastava niente per vivere, un po’ d’acqua, un pezzettino di pane bagnato, meglio se bagnato, altrimenti – asciutto - lo seguiva e lo spingeva per tutta la stanza ticche ticche ticche, un po’ di sole, poco, e ogni tanto il bagno nella bacinella. Eftimios prendeva la bacinella e lei panoramicava subito, si sollevava di scatto e gli correva dietro. Lui apriva il rubinetto della fontanella del giardinetto e lei saltava saltava gioiosamente. Lui poggiava la bacinella a terra, anzi prima ancora di poggiarla lei si tuffava, e immersioni, spruzzamenti, sorrisi, nuotatine corte, perle di sole, perle di vento, perle di lacrime. Un giorno io distratto le misi un piede sopra, le uscì un filo di sangue color malva, la misi nella busta della spazzatura. C’è qualcuno da qualche parte dell’universo che mette il piede distratto sugli innocenti di questo mondo? Eftimios osservò tutto e tacque tutto.

Fulmini

letteratura
19 agosto 2007
EFTIMIOS 32/42 - Filava come una locomotiva a vapore
A Viterbo, c’erano le gare di atletica degli adolescenti.

Il millenovecentottantaquattro. Primavera? Autunno? Si somigliano le stagioni di passaggio, verso il caldo, verso il freddo. Un campo pieno di ragazzi e ragazze, sorrisi, grida, gambe, capelli. Eftimios non doveva partecipare, ma Giuseppe il Subacqueo, quello che scende in fondo al mare, sta, aspetta che i pesci curiosi si avvicinino e zac!, il mio fratello sportivo, il terzo, sportivo come il quarto, Edoardo il Bello, lui però tiro con l’arco e lotta greco-romana, Giuseppe lo coinvolge e lui si mette i pantaloncini, la maglietta, corre davanti a tutti, vince.

Una locomotiva col fumo bianco sotto il cielo azzurro, una scheggia - come dicono da queste parti. E gli altri? Il campioncino etrusco non credeva potesse perdere. Gli scarpini chiodati, il babbo e la mamma sicuri, le amichette veneranti. Agli stacchi di partenza s’inginocchia, scalcia come ha visto fare in televisione, come gli ha detto l’allenatore, per sciogliere i muscoli, ma in realtà perché è un puledro, un cervo, c’è il sole, le ragazze e deve vincere. Ma non vince, corre, spinge, si agita, s’impalla, ed Eftimios fila via come un treno leggero, col fumo in testa.

Arriva con la coppa di latta bagnata d’oro. Aveva vinto i campionati regionali senza sforzo. E poi, il tumore al cervello, che non gli farà vivere l'estate. Eftimios ha detto mai una parola su Dio? No. Nelle chiese entrava solo per vedere i quadri, gli affreschi, gli stucchi, le sculture.

L’ultima visita fu - come si chiama quella chiesa di fianco al fontanone della mostra dell’Acqua Felice a Roma, col Mosé gonfio come un tacchino? Insomma, dentro, c’è la Santa Teresa del Bernini. Ci andiamo lui ed io in una mattinata dell'ottantasei, luce grigia, echi di voci. Entriamo, avanziamo e appare. Il volto di Teresa in estasi, gli occhi sono aperti o chiusi?, il volto dell’Angelo che la punta, la freccia sospesa con due dita, il sorriso rapito di lui ragazzo, il rantolo di lei più grande, donna, e il manto di lei, spezzato, rifrangente, lamelle di luce fredda, una cascata di ghiaccio, tutta espressiva, tutta contenuto, tutta falsa, tutta vera, un mare, una tempesta. Eftimios osserva e non dice. Gli luccicano gli occhi, aveva gli occhi lucenti.


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letteratura
12 agosto 2007
Eftimios 31/42 - Quando bambino, mangiava la terra col cucchiaio
L’appartamento era al piano terra, e aveva un giardinetto.
Quei giardinetti delle periferie romane, una striscia di terra larga e profonda un palmo e mezzo, inverdita da piante comuni e infiorata da uno stendino, uno stendino di panni comuni della metà degli anni Settanta. Terra scura, nera. Più d’una volta l’abbiamo pescato, Eftimios, con un cucchiaio in mano e la bocca già piena, di quella terra.
I bambini bambini assaggiano tutto, come i disperati di fame, toccano tutto, come i pescatori i contadini gli artigiani gli operai. Eftimios tutto assaggiava, tutto toccava, tutto guardava, tutto annusava, tutto sentiva. Nefeli era una cinepresa, Eftimios un radar. Nefeli, quando avevamo ospiti nuovi a cena, si sistemava in fondo alla sala e li osservava entrare, piano a figura intera, primo piano, panoramica, primissimi piani, li accompagnava con lo sguardo fino alle sedie, alle poltrone, poi ricominciava con un altro, un’altra. Come Ford, come Pasolini.
Eftimios li sondava intorno, dentro. Per tutto il tempo che ha avuto. Per tutta la sua vita breve. Dall’alto, da lontano, da vicino, dal basso, come un condor, come una talpa. Non aveva nemmeno bisogno di guardarli. Non importunava con lo sguardo, passava intorno e dentro alle cose e agli umani come i venti sui boschi e i pensieri nei libri.
Perché mangiava la terra, quella terra, Eftimios? Voleva comprendere, voleva sentire, voleva sapere di che materia erano fatti gli uomini e le donne, le piante e gli animali delle periferie. Di cosa sa ha la terra dei giardinetti delle periferie? Di rassegnazione, della mancanza di prospettive, del passato terricolo che non si ricorda più e del futuro fuggitivo che non si spera più, delle vestaglie a fiori delle donne, dei caffé al vetro degli uomini, dei lecca lecca dei bambini, dei sigari dei vecchi, dei capelli sfioriti delle vecchie, degli orti intorno alle marane, e cani, gatti, qualche criceto che rumina in silenzio in gabbia, qualche pappagallo libero, in alto, come una freccia, che grida ma non sa più perché.

Fulmini





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letteratura
5 agosto 2007
Eftimios 30/42 - Un pugno sul muro, sì, qualche volta s'arrabbiava anche lui.
Era una sera dell’ottantacinque, ero furibondo.
"Il Direttore Democristiano di una Rete Televisiva Pubblica mi ha convocato per dirmi che quel film non lo finanziava, un film contro il partito al quale si onorava di appartenere. Non lo finanziava e per sovrappiù mi avrebbe impedito di farlo, Angelus Novus." A Eftimios riferivo tutto ciò che desiderava sapere del lavoro creativo e di me.
"E prima di incontrare il Direttore - continuavo arretrando nel resoconto - ho incontrato, lungo il corridoio che portava a lui, il Regista Comunista, il quale prendendomi sottobraccio m’aveva pregato di non impuntarmi, ché il Direttore mi avrebbe fatto una buona proposta, insomma d’essere ragionevole, urbano, politico." “E cosa ti ha proposto e hai rifiutato?” - mi domandò con un sorriso Eftimios. “Di scrivere una delle sceneggiature per una serie di film televisivi, intitolata “Feeling”, nella quale erano impegnati altri Cineasti Comunisti. “Che gli hai risposto precisamente? - incalzò Eftimios che andava sempre in fondo, come il Piccolo Principe. “Lo faccia fare agli altri. Di 'feeling' non me ne intendo.”
“E dopo, papà?” “Dopo, scendendo le scale salate, era venuto incontro a me il Vicedirettore Comunista della Rete Democristiana. E gli avevo riferito che il Direttore mi aveva avvertito di stare in ogni caso tranquillo, che tanto le decisioni le prendeva lui: 'il vicedirettore non contava un cazzo'.” “Ah sì?” dice il Vicedirettore Comunista “Lascia fare a me.” “E… - mi invitò Eftimios a dire. “E mi ha telefonato un paio d’ore dopo, per dirmi che il Direttore lo aveva rassicurato: lui, il Vicedirettore, contava, contava moltissimo.”
Si sollevò annuvolandosi dalla panca della cucina, mi girò intorno, fece tre passi, tornò indietro, si avvicinò al muro della cucina e vi batté forte il pugno chiuso.




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letteratura
22 luglio 2007
Eftimios 29/ 42 - Tanto, restano gli occhi.
Se vi cambiano i pezzi, cosa non dovete mai cambiare?
Cominciano a cambiarci i pezzi che non funzionano - dobbiamo funzionare, che non ci piacciono -  dobbiamo piacere. Il cuore, il naso, le mani, i reni. Fate pure, fai pure, ma gli occhi no. Gli occhi sei tu. Anche se sei cieco sei tu. Non hai gli occhi di dentro, forse?
Prima le cure della leucemia, poi le cure del tumore, avevano cambiato Eftimios. Il cortisone. Il cortisone lo gonfiava. La cobaltoterapia gli sfarinava i capelli. I farmaci in polvere, i liquidi nelle vene, le iniezioni nel midollo, lo cambiavano. Di fuori. Una delle caratteristiche proprie di Eftimios era che non era influenzabile, condizionabile, conformabile. L’essere umano autonomo, che si dà le regole da solo, e le osserva, rinnovandole continuamente, tenendo in conto gli altri, tutti gli altri, la loro felicità, il loro bene. Autonomo, ho scritto, non indipendente: il rovescio di un ente non è il suo contrario, no?
Le persone si fanno le opinioni imitando gli altri, o contrapponendosi agli altri: “distinguersi per apparire”, no? Eftimios era diverso, costruiva il suo pensiero senza appigli, senza stampelle, senza note a pie’ di pagina. Quando incontrava un problema o un altro essere, partiva dal problema e dall’altro, trovava la sua soluzione, il suo altro. Cominciando sempre, incessantemente, dal principio, sempre di nuovo, sempre nuovo.
Il corpo no. Quello va per conto suo, come una casa, che tende a cadere, a corrompersi, come una nota del pianoforte, che tende a diminuire per quanto si batta forte sulla tastiera. Gli cambiavano il corpo, la natura, i farmaci, i dottori e le dottoresse, lo gonfiavano, lo impallidivano, lo invecchiavano, il tumore è una accelerazione mostruosa del tempo, no? Ma gli occhi? Gli occhi no. Restano sempre gli stessi, sempre uguali al principio. Tu apri gli occhi e hai il tuo sguardo, solo tuo. Il mondo fa bene a rassegnarsi a quel tuo sguardo. Dietro la faccia, dietro le palpebre, gli occhi di Eftimios sono rimasti sempre gli stessi, fino alla fine, e oltre.




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letteratura
15 luglio 2007
Eftimios 28/42 - Non si potano tutti gli alberi, papà?
Sofia abbracciava gli alberi, da piccola.
Gli alberi che Eftimios ha piantato, Sofia ha abbracciato. Lui non c’era più. Dov’era? Dentro gli alberi, credo. Per questo lei abbracciava gli alberi, tenendoli stretti, ché non volassero via.
Eftimios l’aveva tenuta fra le sue braccia Sofia. Si erano dati presto il cambio, il testimone. Sofia ha lo stesso suo portamento, il suo medesimo odore. Per ciò scrivo questa testimonianza, Sofia, per fartelo conoscere, e per farlo conoscere un po’ a te che leggi a voce muta, a voi che leggete a voce alta, a turno, gli uni alle altre, nelle serate della nostra terra che ruota intorno al nostro sole.
Gli alberi. Gli alberi sono diversi. Uno dice “gli alberi”, ma dire “gli alberi” è come dire “i cinesi”, che sembrano tutti uguali e sono tutti diversi. Prendete Susy che fa la cameriera in un ristorante cinese sulla Casilina, e poi prendete Li, che anche lei fa la cameriera nello stesso ristorante. Una principessa ed una schiava. Susy sa e intima, Li tentenna e china il capo.  Susy ha occhi per tutti e per te, Li gli occhi li punta a terra o verso se stessa. Diversi, specie da specie, individuo da individuo. Ma fermiamoci un momento sulle specie.
Se potate un pruno come un ulivo, lo uccidete. Il pruno va potato poco, l’ulivo poco o molto non importa. Il pruno vive qualche anno, l’ulivo qualche secolo. E la quercia? E il melo? A ciascuno il suo taglio. Ma potare bisogna. Tutti gli alberi, come tutti gli uomini e tutte le donne: l’educazione è una potatura. Se non poti, l’albero si inselvatichisce.
Prendi, prendete i figli del Sessantotto: non li hanno potati e si sono inselvatichiti. L’ho capito subito, un’alba del Sessantasette. Fuoriesco di mattina presto dalla Facoltà di Architettura (di Roma) che occupavamo, e vedo un gruppetto di ragazzi e ragazze che ballano, senza regole, senza grazia. Pensavano bastasse liberarsi delle regole, per raggiungere la grazia. Ho capito che era finita prima di cominciare. Regolare bisogna, potare bisogna. Con una sola eccezione: i fichi. I fichi non hanno bisogno di niente, di concime, di acqua, di niente, tanto meno di potatura. Stanno bene come stanno.




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letteratura
8 luglio 2007
Eftimios 27/42 - L'ultima partita mi concesse la patta
Su un cavalletto da pittore avevo posto una scacchiera magnetica.
Le partite a scacchi le facevamo da qualche tempo così. Dal letto lui decideva la sua mossa, io spostavo il suo pezzo, poi facevo la mia mossa. Osservava, rifletteva, indicava la sua nuova mossa. Matisse, così dipingeva Matisse alla fine, dal letto, con l’aiuto di un assistente. Pochi pittori hanno dipinto la gioia. Fra gli occidentali, sopra tutti Matisse. Anche alla fine, anche sdraiato, anche attraverso gli altri.
Il gioco è il gioco. Si gioca non tanto per vincere, come nella vita, ma per giocare bene, per offrire all’altro, all’altra la possibilità di una buona e bella mossa. Non si innervosiva mai Eftimios, giocando. A meno che tu non giocassi male, impedendogli così di giocare bene. Qui dovrebbe entrare in campo Alekhin, il maestro delle combinazioni, che una volta schiaffeggiò un suo avversario di gioco, per la semplice ragione che questi, facendo una mossa deforme, gli aveva tolto la possibilità di concludere la sua meravigliosa combinazione.
Eftimios non ha mai schiaffeggiato nessuno, ma qualche volta me lo sarei meritato, qualche volta ce lo meritiamo, no? E quella volta? Quella volta giocavamo alla pari, volevo batterlo a tutti i costi, perché dovesse continuare a tutti i costi, a vivere, a chiedermi la rivincita. I pezzi danzavano sulla scacchiera, come certe donne di prima mattina. Le mosse, diceva Eftimios, non dovevano essere soltanto buone - utili, funzionali, razionali - dovevano essere buone e belle. La scacchiera era come un quadro, è come un quadro, no?
Ma non c’era niente da fare, vinceva lui. Aveva deciso di chiudere la partita. Ma a modo suo: qualche mossa prima della sua certa vittoria, prima della morte del mio Re, girò gli occhi lucenti mi guardò e mi concesse la patta.
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letteratura
1 luglio 2007
Eftimios 26/42 - Come un pesce nell'acqua
Eftimios era lento.
La prima volta che l’ho visto era retto dalle braccia e dal camice bianco di un’infermiera senza testa. La testa di lei è fuori campo, anche le mani a guardare bene. Come in una natura morta di Cèzanne spiccano sul panno bianco mosso da un po’ di grigio e segni blu le mele colorate, sul camice dell’infermiera sta allungato, sospeso come la Vergine morta affogata del Caravaggio, Eftimios vivo. Devo guardarlo a lungo per convincermi che sia vivo, si muove ma lentamente, come le lucertole al primo sole.
Non è orizzontale, retto dal camice pieghettato, è appena un po’ inclinato, al principio penso ad una statuina di bronzo pescata in un mare mediterraneo, mi sorprende un movimento lento, ecco perché ho pensato al mare, è un pesce nell’acqua. Ha vissuto tutta la sua vita come un pesce nell’acqua, con la lentezza dei pesci, con la leggerezza dei pesci, con la fluidità dei pesci, sospesi nel liquido materno, anche lui senza testa e senza braccia. Pensando bene ad Eftimios si capisce che gli esseri umani prima erano pesci.
Io sono dei Pesci, ma aggiungo sempre alla risposta dovuta a chi mi domanda il segno zodiacale (nove volte su dieci una donna) che sono dei pesci fuor d’acqua. Ho vissuto tutta la vita fuor d’acqua, boccheggiando: hai visto, avete mai visto un pesce boccheggiare morendo? Respira, ma non è l’aria che gli serve, è l’acqua. Dov’è l’acqua? - pensa con gli occhi disperati, ma sdraiato com’è non riesce a vedere dove. Ho tentato di trovare l’acqua tutta la vita, per questo scrivo, è una specie di acqua la scrittura, no?
Eftimios invece viveva nell’acqua. Se lo mettevi nel mare, dovevi afferrargli subito il tallone, stava prendendo il largo, il fondo, spinto da un vento che non vedevi. Un giorno vincemmo in una festa dell’Unità un pesciolino rosso, lo portammo a casa, dalle parti di Forte Braschi allora, e lo sistemammo in una boccia tonda. Che un giorno seguente cadde e si ruppe. Il pesciolino saltava, Eftimios lo guardava come un fratello, lo confortava muovendo le branchie, i pesci parlano tra loro muovendo le branchie, non ve l'avevo detto, non te l'avevo detto che lui al posto delle orecchie aveva le branchie?
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letteratura
24 giugno 2007
Eftimios 25/42 - Il castagno più bello e più generoso
La stradina era interrotta da un pugno di uomini armati.
Impugnavano seghe meccaniche, roncole, accette, ma sembravano una banda di briganti intenti ad un assalto. Contadini e villeggianti invece erano, di solito in contrasto tra di loro, ora finalmente uniti nel bene comune. Stroncavano il castagno più bello e più generoso di tutta la zona.
Eftimios ed io scendevamo verso Bassano, lungo via del Pertuso. Ci siamo dovuti fermare, avanti non si andava, i rami già tagliati e spezzati ostruivano la carreggiata, indietro neppure, aveva piovuto da poco, c’era fango dappertutto. Così ci siamo disposti ad aspettare, dentro l’auto, e capire. Perché? Quel giovane castagno non dava fastidio a nessuno, né con le radici né con le fronde. In primavera avvolgeva i dintorni col profumo dei suoi calici di fiorellini bianchi ocra nocciola. D’estate svettava. In autunno, grandi castagne saporite, le migliori, i ‘marroni’. In inverno, foglie alla terra e agli occhi uno scheletro degno di Pieter Brueghel il Vecchio. E allora?
Ci siamo scambiati lo sguardo. Abbiamo rivolto questo sguardo agli armati ed abbiamo capito, insieme. Eccoli, sudati, allegri, urlanti, spietati. Più tagliavano, più spezzavano e più si eccitavano, come una muta di cani dietro una volpe dalla coda ondeggiante, dietro una lepre dalle lunghe zampe a molla, dietro una gazzella, una donna… Era la sua bellezza, la sua generosità, non richiesta, gratuita, magnanima, leggera, a irritarli e armarli.
E tutto questo accadeva sotto i nostri occhi in via del Pertuso. “Che vuol dire ‘pertuso’, papà?” “Vuol dire buco, Eftimios.” “Buco… e ‘buco’ viene da bocca in latino, vero?” “Sì…” “Com’era quella definizione dell’uomo comune che mi hai letto venerdì, papà, quella di Leonardo… ‘transito di cibo’… è così?” “Esattamente.” “Lo divorano, vero papà? Lo spezzano, lo frantumano, lo divorano - sono come vermi solo bocca stomaco e buco… ” - disse, e restò per tutto il giorno sovrappensiero.
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letteratura
17 giugno 2007
Eftimios 24/42 - Non poteva vedere i cardi.
“Andiamo a fare una passeggiata, Eftimios?”

Aveva sempre tempo, per sé e per gli altri. Non diceva “subito” e poi ti faceva aspettare, o “un momento solo” o ancora “due telefonate e vengo”. Veniva. La prima cosa di cui si provvedeva era una canna o un bastone. Andavamo, lungo i sentieri, sui prati, nei boschi, in silenzio, o scambiavamo una parola due tre. Ragazzo di poche parole, quelle tonde e vissute.

A che gli servivano la canna o il bastone? A distruggere i cardi che incontrava sul suo cammino. I cardi non li sopportava. Achille in battaglia, il feroce Saladino, Gesù… sì Gesù. Ricordi, ricordate la parabola del fico? Se la prende, il Nazareno, con un fico che non dava fichi. Debole di nervi, Gesù? Un caratteraccio? Perché Gesù di Nazareth inveisce contro il fico sterile e lo maledice?

Cosa state facendo in questi giorni, cosa stai facendo in queste notti? Siete sterili dentro? Siete alberi di fico e non date ai passanti i fichi per cui siete nati e vissuti? Avete gli occhi e non vedete? Avete le orecchie e non sentite? Avete il cuore e non amate? Siete alberi? Date fiori e frutti dunque, e fiori e frutti insieme se siete fichi. Siete uomini e donne? Date donne e uomini. Date, datevi.

I cardi hanno e non danno. Dentro si tengono il frutto e la polpa dolcissimi, fuori mostrano i denti, ergono le spine. Non così i carciofi. Foglia dietro foglia si spendono per tutti, fino al cuore, tenero, pulsante, se andate fino in fondo, se vai fino in fondo vedrai che pulsa ancora.
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letteratura
10 giugno 2007
Eftimios 23/42 - Il chirurgo si diverte, si vanta, ma è solo un tecnico
La natura del chirurgo è misurare, mirare, tastare, tagliare.
Il chirurgo di cui vi parlo si è salvato dalla mia ira solo perché denunciandolo avrei turbato i giorni di Alexandra e Nefeli, ed Eftimios nei suoi ultimi giorni. Chi starà frugando e tagliando ora? “C’è un tumore? Bene. Individuare, aprire, incidere, asportare, ecco. Semplice perché razionale, razionale perché tecnicamente solubile. Io sono un tecnico: risolvo problemi.” Tecnico: un essere umano che riduce i problemi della vita e della morte altrui a mezzi della propria esibizione professionale.
In una clinica affacciata su Viale Regina Elena a Roma, Eftimios restò ricoverato per diverse settimane. In una lunga doppia tripla sala, dentro la quale di giorno e di notte, col sole e con la pioggia, tutti i pazienti gridavano a turno e tutte le dottoresse verdi ticchettavano sugli zoccoli bianchi, Eftimios aspettava le analisi, le lastre, le visite mattutine, le flebo ad ogni ora.
“Affidatevi a me. So quello che faccio. Qui, vedete la lastra, qui c’è un’ombra, è questo. Bisogna operare. So quello che faccio.” Perché l’ho lasciato fare, non una ma due volte? La scienza. La fiducia nella scienza. Ma la scienza nelle mani degli scienziati desiderosi si curare l’altro è una mano santa, una mano diabolica è negli artigli dei tecnici vogliosi di esibirsi.
Per finirla presto, ché l’ira ancora non è tutta sfumata, il chirurgo di cui ti parlo legge, misura, calcola, affila, addormenta, apre, incide, non trova, strano, non trova l’ombra, richiude, cuce, riapre, riincide, non trova, strano, l’ombra c’era sulle lastre, non capisco, è la prima volta che mi capita… “ “La seconda.” “La seconda?” “Sì, la seconda.” “Ah… vi assicuro che… strano c’era l’ombra... strano non l’abbia trovata…” Sulla tempia di Eftimios, in alto a sinistra restò per qualche settimana, per qualche mese la doppia ferita, la doppia sacrilega cucitura. Poi niente.
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letteratura
3 giugno 2007
Eftimios 22/42 - Le partite a scacchi, dove tutti sono in Paradiso.
Il suo gioco preferito era il gioco degli scacchi.
I grandi, quando i bambini giocano, siccome hanno visto le trasmissioni di Piero Angela, il giornalista televisivo che ti dà le soluzioni e ti fa dimenticare i problemi, quando i bambini giocano i grandi sorridono comprensivi e dicono: “Serve a prepararli alla vita.” Le cose, oggi, servono a qualcos’altro da quello che sono. Giocare serve a imparare a vivere. Sì? E vivere, a che serve?
Il gioco è il Paradiso. Dove tutti sono leggeri come gli uccelli e non come le piume, dove tutte e tutti hanno le medesime possibilità e non le medesime idee, gli stessi occhi e non gli stessi corpi, sono uguali e diversi nello stesso tempo e nello stesso luogo. Finalmente. Bianchi e neri, rossi e gialli, uomini e donne, bambini e vecchi, pari e dispari, Tutti e Tutte in Paradiso.
Che partite di scacchi! Lunghe, fulminee, un minuto, un pomeriggio, una settimana. O delizia delle partite con Eftimios figlio mio amico mio padre mio! Murphy. Murphy sopra tutti, secondo lui. Quel giocatore che ti faceva mangiare i suoi pezzi migliori, persino la Regina, e tu rimanevi con tutto, tutto inutile, non sapevi più che farci dei tuoi pezzi, sovrastanti per numero e peso, niente. Lui ti aveva portato all’inferno del troppo. Voleva farmi capire, Eftimios, farci capire, farti capire che tante cose non bastano, per vivere, e poche sono sufficienti per giocare?
Le nostre partite a volte duravano settimane. Una mossa, la sera. L’altro ci pensava, andava a dormire e la mattina dopo appena alzato il primo pensiero era la mossa. Eftimios tornava da scuola, passava a controllare se avevo fatto la mia mossa nel corso della mattinata, no, veniva al tavolo, mangiavamo. Per provocarlo, qualche volta mi alzavo nel bel mezzo del pranzo, andavo nel salone, dove troneggiava la scacchiera con i pezzi ben disposti alla battaglia, tornavo in silenzio, mi sedevo, continuavo a mangiare. Non passava molto tempo, si alzava, andava a osservare la scacchiera, tornava con un sorriso. La tua prossima mossa, la tua prossima mossa, Eftimios, quale sarà?




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letteratura
27 maggio 2007
Eftimios 21/42 - Che te ne pare, Eftimios? "Continuate."

Costruivamo un portico in faccia al lago.

Il sole batte forte con l’aria pura a cinquecento metri d’altitudine, se la casa è esposta come la casa tra gli alberi al lago a mezzogiorno. Prendemmo in assemblea la decisione di costruire un portico, di castagno stagionato in mezzo ai boschi di castagni fioriti. Arrivarono i pali grandi colonne quadrate, buone, ma un po’ interstiziate. Sergio, che ho conosciuto meglio dopo, per troppo poco tempo (che fretta c’era di andarsene, anche lui?) si scoprì amico del venditore di pali, gli domandò dei pali imperfetti e l’altro: “A qualcuno dovevo darli, no?”

Stefano, l’amico che non ha mai finito la facoltà di Architettura ma i muratori lo chiamano comunque “Archité”, venne a trovarci un pomeriggio, era l’ottantasette. Eftimios era ora mai bloccato nel letto della sua camera ombrata tra l’Appennino e il Tirreno. “Mi dai due mani, Stefano?” “Certo. Che facciamo?” - rispose subito Stefano il buono. “Vieni.”

Presi una delle sedie svedesi con i braccioli, quelle portate da Cipro, dalla villetta all’inglese di Alexandra completa a suo tempo di nascondiglio per i partigiani ciprioti anti-inglesi, e vi intronammo Eftimios. Lo sollevammo a quattro mani e lo portammo sul montarozzo spianato fra il portico in costruzione e il lago. Eftimios era allegro dentro, allegro fuori, come sempre. Avanzava in cielo, in alto a sinistra, come un principe orientale con occhi grandi e lunghi, protetti da immense ciglia paraboliche. Guardò.

“Che te ne pare?” - gli domandai dopo un po’. Eftimios iniziò una lenta panoramica circolare, di quelle che Pier Paolo Pasolini ha scritto che sono la manifestazione palpabile della divinità, che sono tecnicamente divine. Il bosco con tutti gli alberi, uno ad uno, Rocca Romana piramide etrusca, il lago da un lato all’altro con tutte le onde crespe e tutti i pesci affioranti, Monte Termine e i suoi alberi d’alto fusto, le ginestre, i cardi, le allodole che salgono salgono quando decidono di morire, guardò me, e disse: “Continuate”.




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letteratura
20 maggio 2007
Eftimios 20/42 - Vita morte e miracoli di un nespolo bonsai
Vivevamo in un appartamento, ho tentato un bonsai.
Un amico teneva un nespolino in un vaso sul suo balcone e me lo regalò. Lo portai sul mio di balcone, il vaso era piccolo, il balcone era stretto, e mi venne in mente la pratica orientale del bonsai. Si fa così, mi disse qualcuno o qualcuna, gli tagli torno torno la corteccia, gli incidi l’anima con un punteruolo, poca acqua, niente e di rado, e lui cresce poco, si adatta, sopravvive in minuscolo.
Detto, fatto. Taglio, incido, nego, sorveglio, osservo. Cresceva poco, infatti. Se ne stava lì, silenzioso, rattrappito, come un cane che aspetta ad occhi chiusi una bastonata e si fa piccolo piccolo, ma faceva spuntare qualche fogliolina, qualche fiore, l’anno dopo fece persino un nespolo, nespolo giapponese, i nespoli nostri sono in realtà nespoli giapponesi, i nostri, i nespoli italiani, sono più tondi e schiacciati ai poli, più scuri, marrone scuro, lo sapevate, lo sapevi?
Ma quando fu pronta la terra per gli alberi, lo trasportammo in campagna, in collina, e lo sistemammo dentro una grande e bella buca. Acqua, luce, sole, aria, gli altri alberi fratelli intorno, gli uccelli, la brezza del mare, la pioggia del cielo. Esplose. In pochi mesi diventò un vero e grande e meraviglioso albero, come gli alberi con le foglie grandi e belle e dure dei quadri di Giotto.
Poi, di colpo, morì. Troppa la gioia, credo. Gli altri alberi intorno, tutta quella luce, quell’aria. Troppo. Non immaginava possibile tutto questo. Era il Paradiso, pensò, e morì.




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blog-rivista

Questo blog-rivista è una relazione telematica fondata sull’amicizia, un sentimento vivo e reciproco, una benevola disposizione intellettuale e morale.

Questo è un intreccio di lettura e scrittura, un luogo aperto di incontro, conversazione, partecipazione elaborativa, composto dalle rubriche minuscole di 'Fulmini' [autore] e dalle rubriche MAIUSCOLE di 'Saette' [co-autori]:

Dialoghi e Monologhi. IL LEGAME di Venises - che significa Venezie (in francese e in italiano: 22. 'Lezioni di Etica' ovvero LA TESI DI LAUREA DI EINSTEIN, 11 marzo 2008)

Foto e Grafie. I NOSTRI INVIATI di AlfaZita, Leonardo Ancillotto, Lorenzo Levrini, Valerio Magistro, Mara Misuraca, Khùtspe - che in lingua yiddish vuol dire 'faccia tosta', Luigi Russo, Syrah - che è il nome di un vino fruttato bilanciato e secco con note di visciola, ioJulia (64. AlfaZita - Ferrara, 12 marzo 2008, 17 marzo 2008)

PROVE DI DISCUSSIONE (15. Un viaggiatore, 'Il punto di vista di Un viaggiatore' ovvero IL SOGNO DI UNA COSA, 5 marzo 2008)

Poesia e Pittura. LO SPACCO di Umit Inatci (16. 'Auto Critica' ovvero PROFESSORE, SI TOLGA GLI OCCHIALI-BICICLO! IO STESSO RACCONTERO' DEL TEMPO, E DI ME, 14 febbraio 2008)

Racconti e Resoconti. AGATHOTOPIA - 'un buon posto per vivere' in greco antico - di Un viaggiatore (11. 'L'occasione di Ciccio' ovvero L'UOMO DI VETRO, 7 marzo 2008)

Minima moralia. A QUATTRO MANI di Fulmini e Tuoni, @lbelù, AlfaZita e Fulmini [12. AlfaZita e Fulmini, 'Kavafis per noi' ovvero E' FINITA, 4 marzo 2008]

Condivisioni di bloggers: l'evento più importante del mese nell'universo mondo. L'ULTIMOGIORNODELMESE (10. Febbraio 2008. AlfaZita, CIPRO; Claudio Ricci, COLORI; ioJulia, VARSAVIA; Khùtspe, GENOVA, 29 febbraio 2008)

Economia e Politica. IL CROGIOLO di Mario Pennetta (13. 'Il Partito Democratico e la sinistra massimalista' ovvero RIFORMISTI SUL SERIO E COMUNISTI A PAROLE - 22 febbraio 2008)

Audio e Visivo. EYES WIDE OPEN di Fabio Benincasa (8. 'Totò Riina contro Gregory House' ovvero RACCONTARE STORIE E MOSTRARE LA REALTA' SONO DUE COSE DIVERSE, 20 febbraio 2008)

Musica e Spazio. BRICIOLE MUSICALI di Venises, Ponchielli: Danza delle Ore
, 16 marzo 2008.

E' questa la musica che stai, state ascoltando.


Suono e Suoni. IL FONOGRAFO DI EDISON di Lorenzo Levrini (in inglese e in italiano - 3. 'Tecnologia e Musica' ovvero LA MUSICA DIGITALE HA UNIFORMATO IL NOSTRO TEMPO, 29 dicembre 2007)

Scienza e Religione. ZONE DI SOVRAPPOSIZIONE di Petilino (6. 'Dove si domanda se la religione necessita della divinità?' ovvero LA RELIGIONE E' UNA COSA, LA CHIESA UN'ALTRA, 16 marzo 2008)

Conti e Racconti. PROFILI di Mario DG (7. 'Uomini e lupi' ovvero LEI NON SA CHI SIAMO NOI, 19 marzo 2008)

Architetture e architetti. EDIFICI CONTEMPORANEI di Guido Aragona (5. 'Intervista al 'Sacro Volto' di Mario Botta' ovvero NON SETTE MA SETTANTA VOLTE SETTE, 29 febbraio 2008)

Poesie in lingua padre. LA LINGUA RUBATA di AlfaZita (7. 'più su' ovvero SPOSTAMENTI PROGRESSIVI DELLO SGUARDO
, 28 febbraio 2008)

Politica e società. SOCIOGRAFIE di Pietro Pacelli (6. 'Il rivoluzionario di professione' ovvero L'INCUBO DI UNA COSA, 3 marzo 2008)

Cose dell'altro mondo. PURE SCULTURE di Mimmo Pesce (6. 'Torso di Frankenstein', 1981, ANCHE IL MOSTRO HA UNA SUA BELLEZZA, 17 febbraio 2008)

Voci di ragazzi. TEMI MARIANI, ovvero temi in classe degli allievi di Maria Ruggiero (classe II B della Scuola Media Statale 'Caffaro' di Genova-Certosa) 5. Giulia, Una lettera aperta, 17 marzo 2008.

Invito all'Arte. PUNTI DI FUGA di Stefania Mola (4. 'Dall'Oriente con Passione' ovvero  LA PASSIONE E' NEGLI OCCHI DI CHI LA VEDE, 1 marzo 2008)

Davanti alla Legge. DIRITTO E ROVESCIO di 'Giuseppe' (3. 'Pensieri passeggeri sui fondamenti del diritto penale' ovvero E' DIFFICILE COMPIERE IL MALE SE SI HA COSCIENZA DI CIO' CHE SI STA FACENDO, 8 febbraio 2008)

Stato e Contro-Stato. LO STATO DEL MERIDIONE di Filippo Piccione (3. 'I numeri di Mafia + ’Ndrangheta + Camorra' ovvero 18.200 UOMINI DISPOSTI A TUTTO, 10 marzo 2008)

Musica sì ma leggera. LA COLONNA SONORA di Mario DG (2. 'Da Woody Guthrie a Bob Dylan' ovvero IL PRIMO DYLAN NON SI SCORDA MAI, 15 febbraio 2008)

A difesa del prossimo. APOLOGETICA di Giuseppe Nenna (2. 'Knowledge sharing' ovvero ISTRUITEVI, PERCHE' AVREMO BISOGNO DI TUTTA LA VOSTRA INTELLIGENZA, 18 febbraio 2008)

La nuova economia. ECONOMIA DI SOLIDARIETA' di Luis Razeto M. (1. 'Il prezzo giusto' ovvero OLTRE L'ECONOMICISMO (E IL RAZIONALISMO), OLTRE L'ETICISMO (E IL VOLONTARISMO), 21 gennaio 2008)

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