.
Annunci online

fulmini
e saette
arte
9 febbraio 2008
descrizioni di descrizioni - 42 - di cosa parliamo quando parliamo di arte greca classica?
Il Partenone - per esempio - costruito dal 447 a.C. (quando Socrate aveva 22 anni) al 432 a.C. (quando Pericle ne aveva 63), secondo i progetti di Callicrate e Ictino architetti – a più riprese, con la supervisione e la mano conclusiva di Fidia scultore.

Appunti (da Rhys Carpenter, Gli architetti del Partenone, Einaudi 1979):

1…Tutte le linee orizzontali del Partenone, dal gradino più basso al cornicione, sono state disegnate secondo una curva verso l’alto che parte da ciascuno dei quattro angoli della struttura e muove in direzione del punto medio di ciascuno dei lati: 12,7 centimetri su 72,30 metri – nei lati lunghi.

2…Le colonne di tutti e quattro i lati del tempio, invece di essere a piombo, sono inclinate verso l’interno: su un’altezza di 10, 4 metri l’inclinazione è di 7,6 centimetri.

3…La spaziatura delle colonne esterne varia sempre: fino a 4,3 centimetri.

4…I fusti delle colonne diventano più sottili mano a mano che salgono, ma la rastremazione non procede lungo una linea perfettamente retta bensì segue un inarcamento verso l’esterno che in nessun punto si discosta più di 1,7 centimetri dalla retta.

5…La parte esterna delle pareti delle stanze del santuario è inclinata verso l’interno, mentre la parte interna è perfettamente verticale, e le terminazioni dei suoi muri sono anch’esse inclinate, ma questa in fuori, verso le colonne del loro portico.

6…Le colonne sono leggermente più spesse ai quattro angoli del peristilio.


La ragione profonda di questo sistema di correzioni, variazioni, finezze, non è stata (ancora) persuasivamente individuata. Vitruvio (primo secolo a.C.) sostiene che tutte queste sono correzioni delle deformazioni ottiche. Carpenter (ventesimo secolo d.C.) sostiene che i costruttori del Partenone non miravano ad una struttura ideale (modellata sulla scienza matematica) bensì ad una forma policletea (ispirata all'arte di Policleto, scultore canonico e organico). Altri sostengono altro ancora.

Tutto questo intanto ci dice che, se il libro della natura è scritto nel linguaggio matematico, il libro della cultura è scritto nel linguaggio artistico. Quando parliamo di arte classica greca, di questo parliamo.

Roland Barthes: “Siamo scientifici per mancanza di sottigliezza.”

Fulmini

CULTURA
14 gennaio 2008
descrizioni di descrizioni - 41 - Vincent van Gogh

[fotografie 378 - Amsterdam, Museo Vincent van Gogh, 2 gennaio 2008]


Non dipinge le cose del mondo come appaiono, con tutta la pelle che le protegge, ma dopo averle scorticate con gli occhi incantati e incise coi pennelli puntuti, dico gli alberi, le nuvole, i campi, gli uomini: ecco i nervi, i sentieri, le radici, i fasci muscolari, le linfe segrete, i filamenti di lumache e temporali, i rivoli di capelli, di tralci, di vene, di lacrime stupefatte.

Amsterdam, Museo Vincent van Gogh, 2 gennaio 2008

Fulmini

CULTURA
22 novembre 2007
descrizioni di descrizioni - 40 - Fabio e Silvio
Sono inquieto. Il numero delle domande che mi faccio sopravanza quello delle risposte che riesco a darmi.

Ieri sera guardo e sento alla televisione la partita della nazionale italiana di calcio e riaffiora tra le voci giornalistiche quella di un telecronista allenatore.

Fabio Capello allenatore può fare il telecronista? Può un allenatore fare il telecronista ragionando come un allenatore?  Può, invece di descrivere ciò che accade sotto i nostri occhi, comunicare ciò che accade nella sua testa - ciò che farebbe lui al posto dell’allenatore in carica?

Lascio perdere, leggo un libro, arriva l’ora del telegiornale e rispunta fuori il portavoce afono.

Silvio Sircana è il portavoce di Romano Prodi? E allora perché sta sempre in campo e parla mai? Un portavoce può essere afono? È, per sovrammercato, il portavoce del Consiglio dei Ministri? E allora perché tutti i ministri parlano e tutto Sircana tace?

Lettrice, lettore, voi che siete - grazie al miracolo blog - scrittore e scrittrice, datemi una mano, dateci due risposte. Pubblico il post, mi faccio un caffè, e mi dispongo a leggere. L’inquietudine svapora.

Fulmini

cinema
22 ottobre 2007
descrizioni di descrizioni - 39 - Kim Rossi Stuart regista
Premessa
Questa è una ‘descrizione di descrizione’ di genere particolare: un regista descrive il film di un altro regista, di un altro descrittore. Su questo blog-rivista avete già letto e leggerete qualcosa del genere: per esempio, Guido Aragona architetto descrive opere di altri architetti nella sua rubrica mensile EDIFICI CONTEMPORANEI.

Domanda:
Cosa vede-e-sente un regista quando vede-e-sente un film di un altro regista?
Risposta:
a…La scelta e la direzione degli attori e dei collaboratori in generale (direttore della fotografia, macchinista, musicista, trovarobe, montatore…);
b…la trascrizione della sceneggiatura, quella ‘struttura che vuol essere un’altra struttura’, quella cosa fatta di parole in un’altra cosa fatta di parole-immagini-suoni;
c…il modo in cui coordina la narrazione – la concatenazione trascinante – con la struttura – lo scheletro antisismico;
d…il modo in cui subordina all’essenziale l’inessenziale – vagando senza divagare, e il produttore allo spettatore - e specialmente allo spettatore stante ma non benestante, lontano ma attento: quello che ‘sta in loggione’.

Divagazione essenziale
Quando Delia Scala cominciò a lavorare in teatro come attrice ebbe la fortuna di farlo collaborando con Carlo Dapporto regista il quale, alla sua domanda su quale fosse la cosa più importante da tenere sempre in mente, rispose: “Tieni sempre in mente quelli che stanno in loggione”.

Svolgimento
Il film del quale vi parlo ora è 'Anche libero va bene', il regista è Kim Rossi Stuart - sì, l’attore quasi sempre eccellente de 'Le chiavi di casa' e 'I giardini dell’Eden' e 'Piano, solo'. (Scrivo "quasi sempre" per il fatto che l’attore è un collaboratore aleatorio: guardate Jennifer Jones diretta – male – da Vidor in ‘Ruby, fiore selvaggio’ e – bene – da Lubitsch in ‘Fra le tue braccia’). Dunque, come regista Kim – in questo suo primo film - è eccellente.

Finale
Vedetelo-e -sentitelo: fino alla fine: fino a quando il padre, che comincia finalmente ad ascoltare il figlio, non insiste più sul nuoto sportivo che ha scelto per lui, e gli dice che può giocare a calcio – il gioco che il figlio preferisce. E poi gli domanda in che ruolo desideri farlo. Il figlio: “Ala.” “Ala? – risponde impulsivamente il padre – Libero! Libero è un bel ruolo.” E il figlio, che continua a fare da padre al padre, risponde: “Anche libero va bene.” Il titolo del film. Che bel titolo! Che buon film!

Fulmini

cinema
25 settembre 2007
descrizioni di descrizioni 38 - Caravaggio cineasta


Questo mese dedico la ‘descrizione di descrizione’ che mi tocca a La Morte della Vergine, un olio su tela di cm 369 x 245 dipinto verso il 1604 da Caravaggio per la cappella Cherubini di Santa Maria della Scala a Roma, e conservato al Museo del Louvre di Parigi.

Venises ha più volte mostrato su queste pagine i rapporti organici tra certe musiche e certi spazi - vedi per esempio il post del 24 settembre 2007, nella rubrica BRICIOLE MUSICALI. Io potrei mostrarvi il rapporti organici tra questo quadro e lo spazio della cappella a cui era originariamente destinato: anche Caravaggio, come Biber, era artista materialista. Ma scelgo un altro punto di vista (in un certo senso idealista), scelgo un altro angolo di descrizione possibile: il rapporto tra pittura e cinema. E affermo che se Caravaggio fosse nato nel Novecento sarebbe stato un cineasta (riecco il materialismo), e aggiungo che tre secoli prima della possibilità tecnica del cinema egli ha anticipato il modo cinematografico di vedere la realtà (riecco l’idealismo).

Osserviamo il dipinto. In primo piano, nella fascia inferiore della rappresentazione, Caravaggio descrive la parte prossima della scena dall’alto: il bacile e la Maddalena (con quella mano sfocata per la troppa vicinanza alla camera di ripresa). In secondo piano, nella fascia mediana, descrive il compianto dei testimoni rivolgendo loro lo sguardo orizzontale dell’astante (concludendo il loro cerchio aperto – un’opera aperta). In terzo piano, nella fascia superiore, inquadra dal basso l’immane drappo rosso incombente su tutti e specchiante la tunica rossa della Vergine. Questo dipinto a olio è una sequenza filmica realizzata con una panoramica verticale a scatti.

Fulmini


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. cinema musica Caravaggio pittura spazio Venises

permalink | inviato da fulmini il 25/9/2007 alle 5:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
CULTURA
24 agosto 2007
descrizioni di descrizioni 37 - casta politica e casta stampata
Più leggo i capitoli del libro La Casta, Così i politici italiani sono diventati intoccabili, scritto da Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, (Rizzoli 2007) e più sto male. Cos’è che mi ferisce, mi disgusta, di questa reprimenda contro i politici che fanno bene i loro affari privati e  male il loro lavoro pubblico?

Il clamoroso libro descrive le miserabili imprese privilegiate dei politici italiani, favorite dalle leggi e dai regolamenti, dagli usi e dai costumi, da loro stessi prodotti e condivisi. È l’immagine ritratta che mi far sta male? No, non solo, è insieme l’immagine ritratta dei politici e l’immagine riflessa dei giornalisti che la ritraggono.

Come l’hanno ritratta questa scandalizzata immagine i nostri due eroi giornalisti? Hanno condotto un’inchiesta? Hanno svolto un’indagine? Hanno fatto una ricerca? Hanno elaborato uno studio? Macché. Si sono limitati a mettere in fila gli articoli ed i libri scritti da altri giornalisti sull’argomento, li hanno sfogliati, ed hanno saltabeccato, piluccato, incolonnato, integrando infine il pescato con nuove battute, fresche ironie, caldi pettegolezzi.

Ecco il libro contro la casta politica scritto dai giornalisti della casta stampata.

Fulmini

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. politici giornalisti caste

permalink | inviato da fulmini il 24/8/2007 alle 7:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
letteratura
23 agosto 2007
descrizioni di descrizioni 36 - Anna Politkovskaja, Edipo e tu.
“Il potere vive solo per se stesso” leggo infine a pagina 448, l’ultima pagina di questo libro postumo di Anna Politkovskaja [Diario russo, 2003-2005, Adelphi 2007], la giornalista uccisa da un maggiordomo di Putin con un colpo di pistola alla testa il 7 ottobre 2006, nemmeno un anno fa.

E mi domando come mai la maggioranza numerica degli esseri umani si diverte di più a dominare (ed essere dominati) che a conoscere (ed essere conosciuti). Forse perché la conoscenza, diversamente dal potere, non vive solo per se stessa (come ha dovuto capire ad un certo punto Edipo), bensì per corrodere le consuetudini e dissolvere i poteri, per scoprire le verità e costruire le realtà.

Potere e conoscenza sono come l’acqua e l’olio, si toccano ma non si prendono. Il potere è l’esercizio del sì e del no, la conoscenza è l’arte delle sfumature.

È più divertente, per la maggioranza numerica,  esercitare il potere che fare l’amore – recita un proverbio meridionale. Eh già: amare, conoscere, è una questione di sfumature. Svaporare la propria identità, confondersi con l’altro. Mentre  sovrastare, sottomettersi, è una questione di pallottole. Sparare in testa, spararsi nel cuore.

letteratura
21 luglio 2007
descrizioni di descrizioni 35 - Essere se stesso e diventare un altro
Secondo Emanuele Severino filosofo, essere e diventare, essere se stesso e diventare un altro, è l’illusione costitutiva, il peccato originale dell’Occidente. L’ha scritto nell’ultimo mezzo secolo di libri, ora lo dice in Identità della follia, Rizzoli, 2007 (trascrizione della prima parte delle sue ‘lezioni veneziane’ – curata dai suoi devoti allievi).
Ammiro l’ambizione del suo progetto (in un mondo di modesti filosofi) e la ‘ben rotonda’ sua filologia (in un mondo di superbi chiacchieroni). Eppure dissento.
Severino sostiene che un essere umano non può che essere se stesso, e mai diventare un altro. Io ritengo invece che un essere umano per essere se stesso deve diventare continuamente un altro. E lo dimostro così: nessuno può ripetersi (replicarsi, raddoppiarsi, restare identico nello spazio e nel tempo), e ognuno è condannato (o graziato - dipende dai punti di vista), nel flusso della vita che lo muove da dentro (nel progetto genetico)  e intorno (per le vie del mondo universo) a essere se stesso diventando incessantemente un altro.
Dunque, non “essere-e-essere” (Severino), e nemmeno “essere-o-non essere”  (Amleto), bensì “essere-e-non essere”: questo è il problema, e questa è la soluzione. Che ognuno cerca e trova a modo proprio. Voi, tu, e tu, non so. Io ci provo vivendo-e-scrivendo: scrivo opere e le opere riscrivono me.




permalink | inviato da fulmini il 21/7/2007 alle 6:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
letteratura
10 luglio 2007
descrizioni di descrizioni 34 - La gobba di Leopardi e la biblioteca di Gramsci
La sottovalutazione dei ‘Quaderni del carcere’ di Gramsci attraverso l’argomento della incompletezza della biblioteca carceraria dello scienziato-filosofo di Ales equivale alla sottovalutazione dell’opera intera di Leopardi attraverso l’argomento della evidenza della gobba del poeta-filosofo di Recanati. Intercorre sempre un rapporto tra un corpo e l’anima che lo abita, certo, ma in che modo determinato si realizzi occorre stabilirlo di volta in volta. Sia chiaro però una volta per tutte che se “le idee non cadono dal cielo” (come giustamente ha scritto Antonio Labriola), esse tantomeno salgono dalla gobba, e la loro qualità non si può dedurre dalla dovizia di libri componenti la biblioteca del loro autore.
Dalla gobba di Leopardi non si deduce un bel niente, né dalla gobba di Antonio Gramsci. Già, anche Gramsci aveva la gobba. Ma siccome non era un poeta-filosofo, bensì uno scienziato-filosofo, i suoi critici laureati non hanno tirato in ballo la sua gobba materiale, bensì la sua gobba spirituale, che consisterebbe appunto nel fatto che Gramsci disponeva in carcere di una biblioteca incompleta, e manchevole dell’essenziale. Lo ripete ancora da ultimo Bartolo Anglani nel suo libro ‘Solitudine di Gramsci’ (Donzelli, 2007): “egli non ha accesso diretto agli oggetti della sua ricerca”, pagina 137. Se questo vi pare un esempio minore, sebbene consapevole che tutti gli esempi zoppicano (compreso quello di Edipo) vi porterò un esempio maggiore – costituito da una lettera inedita del politico-filosofo Louis Althusser.
Dovete sapere che trenta anni fa (quando avevo ventinove anni) ho pubblicato un saggio - ‘Sulla ricostruzione gramsciana dei concetti di struttura e superstruttura’, Rassegna Italiana di Sociologia, 1977, n. 3 - in cui certo mostravo e forse dimostravo che Gramsci in carcere aveva criticato radicalmente la coppia teorica marxiana ‘struttura-soprastruttura’ ed aveva proposto una coppia teorica nuova e diversa per spiegare il movimento storico delle società umane. Spedito per posta questo saggio a trenta intellettuali italiani (da Asor Rosa a Giuseppe Vacca) e ad un francese, Louis Althusser appunto (avendo fatto trenta volevo fare trentuno), ho ricevuto in cambio la sola sua risposta.
Ebbene, con mia negativa sorpresa (il positivismo è duro a morire), invece di confrontarsi col pensiero di Gramsci sulla questione, il politico-filosofo di Birmandreis mi aveva obiettato che Gramsci in carcere non s’era potuto basare sui testi marxiani per la critica fondamentale che gli rivolgeva, per “il fatto” che quei testi egli non li aveva in carcere, e conseguentemente aveva discusso il pensiero dello scienziato-filosofo di Treviri “attraverso le interpretazioni che lo deformano”, attraverso “le deformazioni del pensiero di Marx prodotte dai suoi interpreti piuttosto che le difficoltà interne del pensiero di Marx”.
Gli risposi allora, per proseguire la bella discussione appena iniziata, che Gramsci non solo disponeva in carcere dei testi marxiani in questione, ma li aveva anche tradotti, gli facevo notare poi che la coppia teorica ‘struttura-soprastruttura’, da Marx in poi e fino ad oggi, ha costituito la base ultima delle scienze storiche e politiche marxiste, e gli domandavo e mi domandavo infine in quale misura e in quale modo quell’errore teorico fosse all’origine della ‘crisi del marxismo’ che tanto lo angustiava in quegli anni. Stavolta nemmeno lui mi rispose, soffocò la moglie comunista, e buonanotte.

[Questo post consiste nella replica dell'articolo apparso - sabato scorso 7 luglio - su Alias settimanale culturale del quotidiano 'manifesto', dove tengo una rubrica omonima del blog-rivista. Alias è già una rivista, ma il  blog-rivista ha secondo me qualcosa in più: possiamo - volendo, attraverso i commenti - discuterne.]




permalink | inviato da fulmini il 10/7/2007 alle 5:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
letteratura
30 maggio 2007
descrizioni di descrizioni 33 - Omero, Ulisse, le Sirene
Di cosa parla Omero quando parla di Ulisse e le Sirene? Parla di più cose, ma essendo poeta le fonde ad arte. Fingiamo siano quattro (sono molte di più) e pensiamo ad un cuoco: uovo, olio, limone, sale, ed ecco la maionese (che a volte ‘impazzisce’ – come la vita senza poesia).
1… La viltà di Ulisse.
Ulisse s’avvicina all’isola delle Sirene (che incantano col proprio “armonioso canto” i naviganti fino a farli morire), tura le orecchie ai compagni e si fa legare all’albero della nave. Loro non possono sentire tutto, lui non è ‘disposto a tutto’. È disposto ad ascoltare e raccontare, ma non ad incantarsi e morire. “Solo chi è disposto a tutto, chi non esclude nulla, neanche la cosa più enigmatica vivrà la relazione con un altro come qualcosa di vivente e attingerà sino al fondo la sua esistenza.” (Rilke, Lettere a un giovane poeta)

[I NOSTRI INVIATI 9 - Luigi Damiano Russo, Roma, maggio 2007]
2…Un canto dentro un canto dentro un canto.
Un cantore uno-nessuno-centomila (Omero) canta un cantore singolare maschile (Ulisse, il quale incanta i compagni per tre ore, Eumeo per tre giorni, Eolo per trenta giorni) che canta le Sirene cantore - plurale femminile (le quali con il loro canto mitigano l’amarezza della vita e della morte.

[fotografie 213 - Padova, maggio 2007]
3…Sapere tutto ciò che avviene spinge a morire.
I naviganti che ascoltano il canto delle Sirene approdano alla loro isola e si lasciano morire: “pullula in giro la riva di scheletri umani marcenti; sull’ossa le carni si disfano”. Ma cosa cantano “sedute sul prato” le Sirene? “Tutto ciò che avviene in qualsiasi momento e in ogni luogo della terra.”

[I NOSTRI INVIATI 10 - Kutspè, Genova, maggio 2007]
4…Dei particolari, senza i quali il generale è sciapo.
Ulisse, legato all’albero della nave comanda ai compagni di scioglierlo “coi sopraccigli accennando”. Ecco di seguito la fotografia di un altorilievo romano di età imperiale che descrive un santuario campestre - sullo sfondo. In alto a sinistra il particolare di un tralcio di vite attorcigliato ad un alloro - in primo piano. Anche l’accenno coi sopraccigli di Ulisse è un primo piano, no?


[fotografie 214 - Roma, Musei Capitolini, maggio 2007]



permalink | inviato da il 30/5/2007 alle 6:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
letteratura
22 maggio 2007
descrizioni di descrizioni 32 - Marsia è Apollo
Ripubblico questo pensiero spettinato - descrizione di descrizione - fratelli alberi [talvolta le rubriche s'intrecciano in un canestro] perché allora (il 3 novembre 2006) non avevo ancora ricevuto in regalo una Nikon coolpix 5600, e quindi non potevo corredare i post di foto – ciò che in questo caso mi pare particolarmente giusto nei confronti dei navigatori.

[fotografie 214 - Roma, Lungotevere dei Sangallo (con ombra di platano), 2 marzo 2007]
Il platano è un fratello albero grande fino all’imponenza. E’ arrivato in Italia dall’Asia - non ci fosse stata l’Asia, in quali condizioni verserebbero questi famosi occidentali? persino un romano cosmopolìta come Plinio non finiva di stupirsi che un tale albero fosse stato importato “da un paese diverso solo per la sua ombra”! Omni modo, il platano sopporta bene gli enciclopedici naturalisti e l’inquinamento atmosferico, per merito del suo proprio scortecciamento. E’ per omologia dunque – penso - che Marsia finì appeso a un platano. Secondo i mitografi quel deforme sileno sfidò col suo flauto Apollo e la sua cetra, ponendo come condizione che il vincitore avesse mano libera sul vinto, ma restò sconfitto e venne scuoiato dal dio della bellezza. Torno a rivedere il “Marsia” dei Musei Capitolini: ammiro un uomo alle soglie della vecchiaia eppure alto, longilineo, proporzionato, elegante, bellissimo e mi domando dove sia il sileno selvatico gonfio come un otre, provvisto di naso camuso, orecchie e coda di cavallo. E se l’essere scuoiato appeso all’albero scortecciato – mi domando al quadrato - fosse invece Apollo, divino conoscitore del futuro e per ciò suicida alle soglie del crepuscolo degli dèi?

[fotografie 215 - Roma, Musei Capitolini, 19 maggio 2007]



permalink | inviato da il 22/5/2007 alle 7:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
letteratura
19 maggio 2007
descrizioni di descrizioni 31 - la critica aggettiva
Goffredo Fofi ed io siamo stati amici un pomeriggio. Qualche anno fa parlandoci al festival cinematografico di Viareggio ci siamo trovati d’accordo l’uno con l’altro e l’altro l’uno anticipando. Prima, avevo letto un paio di suoi libri di critica cinematografica, ‘Capire il cinema’ e ‘Dieci anni difficili’, pieni di passione e intelligenza (che di solito si combinano come l’acqua e l’olio). Dopo, abbiamo cercato di fondare, con altri, AIDA - l’Associazione Italiana Degli Autori (di cinema) – ma scetticismo e volontarismo hanno strozzato l’infante. Ieri ho trovato nella Feltrinelli Argentina di Roma una copia di quella rivista mensile che dirige, ‘Lo straniero’ (anno XI, numero 83, maggio 2007), l’apro e leggo il suo fondo: ‘La periferia come destino e come scelta’: “Il destino del nostro paese: - i ‘centri’ preparati al passaggio di turisti che distruggono le nostre piazze non ancora distrutte dalla perniciosa Gae Aulenti…” Perniciosa? Proseguo la lettura, alla ricerca dell’argomento che dimostri la perniciosità della Aulenti - niente di niente. Io non sopporto le “analisi oggettive” e le “critiche aggettive”, chiudo la rivista e buonanotte.

I NOSTRI INVIATI 9 - Mara Misuraca, Perugia, 21 aprile 2007 ("l'ho fatta con la videocamera, infatti non si vede benissimo: era un festival per i bambini e nella strada principale c'era un telo a terra con tutti i colori a disposizione. I bambini, davanti ad uno specchio, dovevano disegnare il loro viso, e questa bambina di colore, ha colorato il contorno del viso di rosa ed il dentro di marrone...")




permalink | inviato da il 19/5/2007 alle 5:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
letteratura
14 maggio 2007
descrizioni di descrizioni 30 - artigianale e artistico
Quale differenza c’è tra un’opera di artigianato e un’opera d’arte? Osserviamo due opere di Bernini, esposte in una mostra in corso al centro del centro di Roma. Cominciamo con la scultura in terracotta “Cristo Ligato”. [ fotografie 206 - Roma, maggio 2007]

Tecnicamente perfetta, piena di echi dalla scultura antica (passata), elegante, certo, ma prevedibile, e coronata da quella testa che dire convenzionale è poco, bisogna dire ‘artigianale’ per dirla tutta. Insomma non c’è invenzione in questa scultura, c’è ripetizione. Osserviamo ora la pittura ad olio “Cristo Deposto”. [fotografie 207 - Roma, maggio 2007]

Tecnicamente imperfetta, piena di echi della pittura moderna (futura) – goffa, certo, ma imprevedibile, la posizione del corpo è inconsueta, e i colori biancoverdemuffa e rosa accentuano la sorpresa, l’emozione, per finire improvvisamente nel gran capo arrovesciato, enorme sul corpo da ragazzo. Insomma, non c’è ripetizione, c’è invenzione in questa pittura. Ecco.
E dire che ero andato a vedere le opere esposte con in testa l’idea che Bernini fosse uno scultore infinito e un pittore così così. Ma sapete com’è, sapete come sono, quando qualcuno o qualcosa è capace di contraddirmi vittoriosamente e posso abbandonare le vecchie idee come una serpe la vecchia pelle, sono felice, non sto più nella pelle, appunto.





permalink | inviato da il 14/5/2007 alle 7:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa
letteratura
10 maggio 2007
descrizioni di descrizioni 29 - Gesù si autodefiniva 'uomo'
Ho ancora tra le mani avendolo appena letto e riletto il nuovo libro di Joseph Ratzinger, ‘Gesù di Nazareth’, Rizzoli, 2007. Libro universalistico e partigiano, dovizioso ed elusivo, riuscito come proposta editoriale e fallito come impresa intellettuale - come vorrei mostrare discutendo la questione apparentemente laterale e realmente centrale dei ‘titoli’ di Gesù.
“In tutto il Nuovo Testamento – trileggo a pagina 370 – l’espressione ‘Figlio dell’uomo’ si trova soltanto sulla bocca di Gesù, con l’unica eccezione della visione di Stefano morente che ‘cita’ Gesù” [mentre, laddove, invece – la parentesi è mia] “la cristologia degli scrittori del Nuovo Testamento, anche degli stessi evangelisti, non si fonda sul titolo ‘Figlio dell’uomo’ bensì sui titoli ‘Cristo’ (Messia), ‘Kyrios’ (Signore), ‘Figlio di Dio’…” E’ vero. Aggiungo – per amore di precisione e verità - che questo vale anche prima, per i discepoli di Gesù, e poi, per i cristiani nella loro generalità fino ad oggi. In somma Gesù si chiamava in un modo, e i cristiani lo chiamavano e lo chiamano in altri modi, non lo definiscono come lui si autodefiniva.
Una ragione ci sarà, penso io (e pensi tu che mi stai leggendo) se Gesù sceglie di chiamarsi con quel ‘titolo’ che “non era consueto nella speranza messianica” (pagina 373) e che “all’epoca di Gesù non esisteva come titolo” (pagina 374), e un’altra ragione ci sarà se i cristiani hanno imposto, a se stessi e agli altri, altri modi di chiamarlo, altri ‘titoli’. Joseph Ratzinger elude la questione, non coglie queste diverse ragioni, non spiega questa differenza, anzi scrive come se questa differenza non ci fosse, come se i diversi titoli di Gesù, l’autodefinizione gesuana e le definizioni cristiane, siano equivalenti – cadendo in errore capitale. E sì come nella ‘Introduzione’ è scritto chiaro e tondo che “Questo libro non è in alcun modo un atto magisteriale, ma è unicamente espressione della mia ricerca personale. Perciò ognuno è libero di contraddirmi” vorrei (se mi sbaglio mi corrigerete) svelare la contraddizione e affrontare il problema.
Per farla breve (perché la vita è breve) nell’Antico Testamento l’espressione ‘Figlio dell’uomo’ indica a) un singolo individuo del genere umano, b) l’umanità nel suo complesso (comprendendo indirettamente anche la persona che parla), c) il figlio dell’uomo mortale, d) un uomo comune. In sostanza, ‘Figlio dell’uomo’ vuol dire ‘uomo’. Quando Gesù di Nazareth dice di essere ‘Figlio dell’uomo’ dice di essere ‘uomo’. Gesù non dice di essere “anche” uomo – questo glielo fanno dire i cristiani, che lo chiamano ‘Cristo’ – che vuol dire Messia, ‘Signore’ – che vuol dire ‘signore con la maiuscola’, ‘Figlio di Dio’ – che vuol dire due cose diverse insieme: ‘uomo-e-Dio’ (il titolo fondamentale della religione cristiana, gli altri due – Signore e Messia - essendo residui di religioni precedenti).
Ecco dunque che Ratzinger, il quale con questo libro ha “voluto fare il tentativo di presentare il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale, come il ‘Gesù storico’ in senso vero e proprio” (pagina 18), non ce l’ha fatta: alla fine del libro, come al principio dei tempi, Gesù di Nazareth (il Gesù storico, il Gesù di tutti) e Gesù Cristo (il Gesù dei cristiani, il Gesù di una parte), restano due figure diverse, non riducibili l’una all’altra. Ma allora, quale era il disegno di Gesù? Ratzinger scrive (pagina 378) che “Gesù parla in una forma che lascia all’ascoltatore l’ultimo passo per la comprensione.” Questa volta ha ragione: l’ultimo passo spetta a te, lettore, lettrice.


Tengo in casa una perfetta riproduzione della ‘Maddalena’ del Caravaggio. La notte certe volte vado a pormi di fronte all’immagine e pazientemente non  accendo la luce elettrica – come invece frettolosamente fanno i turisti venuti a Roma di fronte alla ‘Crocifissione di Pietro’ o alla ‘Vocazione di Matteo’ [sempre del Caravaggio], la prima in Santa Maria del Popolo e la seconda in San Luigi dei Francesi. Il fenomeno fisico della ‘brillanza’ produce dopo un po’  l’affioramento dal nulla dell’insieme, e di nuovo ammiro la dolcissima figura di Michele Angelo, e di nuovo ammiro l’acutissima notazione di Nefeli: la figura della Maddalena Caravaggio l’ha impostata replicando la figura della Madonna della ‘Fuga in Egitto’ con una variante straziante: là, nel dipinto della giovinezza, la donna sorride col bambino in braccio, qui, nel dipinto della maturità, la donna piange, privata chissà da chi chissà perché del bambino.






permalink | inviato da il 10/5/2007 alle 6:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (19) | Versione per la stampa
letteratura
1 maggio 2007
descrizioni di descrizioni 28 - Due o tre cose che Marx non ha capito bene
Zygmunt Bauman è un vecchietto tremendo e gran sociologo il quale nel suo ultimo libro (‘Modus Vivendi’ - Laterza 2007) fa un sacco di osservazioni interessanti sul mondo presente (che lui definisce “liquido”) e una fuorviante su Karl Marx. Sostiene Bauman che Marx aveva ragione quando scriveva che il Potere non sta nella Politica ma nell’Economia, non ha il suo centro di comando nello Stato ma nel Mercato. E aggiunge che Marx ha oggi più ragione di ieri. Secondo me Bauman fa un po’ di confusione. E’ vero che si sta verificando uno spostamento del Potere dalla Politica all’Economia, dallo Stato al Mercato, ma non per le ragioni immaginate da Marx, il quale era un gran scienziato storico-sociale (che stimo molto) ma non aveva capito due o tre cose fondamentali della struttura e del funzionamento del mondo moderno – capita a tutti, per carità.
Marx infatti non aveva capito bene cosa diavolo fosse lo Stato, lo riduceva alla ‘forza’ e non vi comprendeva il ‘consenso’. “Stato [invece] è tutto il complesso di attività pratiche e teoriche con cui la classe dirigente giustifica e mantiene il suo dominio non solo ma riesce a ottenere il consenso attivo dei governati.” Gramsci, Quaderno 15. Secondo poi non aveva capito bene quanto il Mercato fosse regolato dallo Stato. “Mercato determinato è un determinato rapporto di forze sociali in una determinata struttura dell’apparato di produzione, rapporto garantito (cioè reso permanente) da una determinata superstruttura politica, morale, giuridica.” (Gramsci, Quaderno 11) Questi due errori teorici, sposandosi, hanno generato all’interno del suo pensiero la devastante contraddizione consistente nel fatto che “il campo della politica era analiticamente secondario per lui” mentre “nella prassi di Marx la politica era assolutamente primaria” Hobsbawm, Convegno gramsciano di Firenze, aprile 1977.




permalink | inviato da il 1/5/2007 alle 6:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
letteratura
25 aprile 2007
descrizioni di descrizioni 27 - I legami umani
Quando ho sfogliato in libreria questo libro di Vittorino Andreoli - “La vita digitale” (Rizzoli 2007), ed ho intravisto il capitolo 'I LEGAMI UMANI', ho pensato al titolo scelto da Venises per la sua rubrica bilingue (IL LEGAME), l’ho comprato e l’ho trascinato nella mia tana, a leggerlo in santa pace come uno scoiattolo rosicchia una castagna.
Il capitolo in questione, e l’altro sul TEMPO REALE, sono per me il meglio di questo libro appassionato e letterato, interdisciplinare (Andreoli è psichiatra di professione ma ha navigato e pescato in diverse scienze umane) e oracolare – ma il libro tutto intero (centrato sul rapporto dell’essere umano con il cellulare) merita d’essere letto e meditato.
Come? Cosa intende per “legame” Andreoli? “Il legame è parte costitutiva dell’essere, è la modalità per dare certezza, per sanare il terrore del nulla, del vuoto che ci circonda. E’ la risposta al grido di chi, non trovando nessuno, chiama l’altro. Lo esprime in tutta la sua drammaticità Edvard Munch nel più famoso dei suoi dipinti – “L’urlo”. Da quella bocca esce un suono tragico che mette in movimento il volto ma anche il mondo e nessuno sente, poiché l’uomo è solo.”


Sono in parte d’accordo con lo psichiatra ispirato e multiforme, eppure vorrei dare una coloritura allegra ed una forma erotica al suo dire, riferendomi alla tavolozza di Herni Matisse e alla figurazione del suo quadro “Joie de vivre”.

Perché secondo me non è tanto il “terrore del vuoto” quanto “l’amore del pieno” che spinge un essere umano a legarsi ad un altro essere umano. L’amore fraterno. Quell’amore che Gesù di Nazareth ha partecipato a costruire in maniera decisiva, fino a preferire d’essere chiamato “Figlio dell’Uomo” piuttosto che “Figlio di Dio”. In quanto figli di Dio siamo soltanto uguali - in quanto figli dell’Uomo siamo finalmente fratelli, Caino compreso.
Chissà cosa ne pensa Venises di tutto questo, chissà cosa ne pensi tu – gusti espressionisti o classicisti a parte, naturalmente.





permalink | inviato da il 25/4/2007 alle 8:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa
arte
2 aprile 2007
descrizioni di descrizioni 26 - I colori di Piero
Piero della Francesca morì cieco. Anni fa ho scritto un soggetto per un film dal titolo “Storie sensuali” - composto da cinque storie sui cinque sensi - e per la vista ho scelto Piero, il pittore della luce che va a morire incontro al buio.
Il raffinato post di Stefania ( www.squilibri.splinder.com - sabato 31 marzo 2007) su una mostra aretina di Piero della Francesca e dintorni, mi ha fatto ricordare quel progetto - che forse vedrà la luce e sicuramente il buio – e questa Saetta, scritta all’inizio di un’altra primavera e di seguito pubblicata su Alias l’otto maggio 2006.
“In questo mondo diviso tra chi coltiva il proprio orto e non guarda al di là del proprio naso e chi fa l’amore con le nuvole e insegue il paradiso nel futuro o nel passato, con questo io diviso tra i piccoli piaceri e le grandi fughe, che ogni giorno e ogni notte fatica a tenere insieme particolare e universale, concreto e astratto, in un fine settimana che inizia la primavera, andiamo in pellegrinaggio da Piero della Francesca.


Il “Sogno di Costantino” sta ad Arezzo. Piero lo ha affrescato coi colori riflessi negli occhi degli aretini del suo tempo, e quel gran giallo che irrompe dall’alto e domina la scena è il colore della pietra a vista colorante l’intera città. Quel giallo particolare (arenaria-paglierino) si sposa con la geometria universale (della tenda conica) e produce concerto di cielo e terra, convergenza di luce e prospettiva, consonanza di uomini e cose, sintesi di forma e colore, identità di esperienza e idea.

La “Madonna del parto” sta nei dintorni d’Arezzo, a Monterchi. Piero ha usato qui il verde dei prati, il blu delle colline, il viola degli appennini, i colori fondamentali che vedevano i suoi familiari quando raccoglievano i fiori di lavanda per venderli, e vediamo noi oggi uscendo dal museo. Quei colori, organati nella “media proporzionale”, tingono gli angeli reggicortina, fratelli gemelli originati dall’inversione dello spolvero, e la Madonna, contadina incinta di una nuova vita e colonna rigonfia di un’antica entasi, quella vestita di doghe incurve e questa di sciolte scanalature.”




permalink | inviato da il 2/4/2007 alle 6:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
letteratura
21 marzo 2007
descrizioni di descrizioni 25 - Atti e parole di Fausto Bertinotti
Giunto all’ultimo paragrafo di questo libro di Fausto Bertinotti, ‘La città degli uomini’ (Mondadori 2007), che ha per titolo l’affermazione “La rinascita della politica è una necessità”, ho ripensato il libro intero – alla ricerca di un contributo teorico a tanta impresa. Niente, niente di nuovo sul piano teorico per “la rinascita della politica” (chi sa leggere meglio di me può “corrigermi se sbaglio”).
Allora ho pensato che quest’uomo proteiforme considera la propria pratica politica come contributo alla soluzione del problema, intendendo mostrare concretamente cosa è e come si fa una politica rinata. Col pensiero ho ripercorso i suoi atti politici da quando fa il politico di professione – ma nemmeno da questo lato ho trovato niente di nuovo.
E allora? Solo a questo punto mi sono ricordato che l’assillo dei suoi ultimi anni è più generale, più ambizioso, più alto: rifondare il comunismo. Non è stato per anni il Segretario Generale del Partito della Rifondazione Comunista? Con quali esiti teorici e pratici? – chiederà qualcuno tra voi. Questa è ingenerosità: egli infatti giustamente va ripetendo a tutti i microfoni “vorrei ma non posso”, variante obliqua del sublime “vorrei e non vorrei” mozartiano.





permalink | inviato da il 21/3/2007 alle 5:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
letteratura
9 marzo 2007
descrizioni di descrizioni 24 - Il disegno di Gesù
Mi ha intristito questo libro di Piergiorgio Odifreddi, Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici), Longanesi 2007. Non sono i contenuti che argomenta ad affliggermi, è il tono – sbrigativo e triviale.
Dico ‘il tono’ perché ‘i contenuti’ del libro non sono nuovi, sono farina di sacchi altrui - e se è vero che anche Mozart rubava è anche vero che si giustificava mostrando di saper trattare meglio degli altri i motivi in questione. L’originalità, d’altronde, è come la viltà: se uno non ce l’ha non può darsela.
Leggo pazientemente, resistendo alla tentazione di abbandonarlo questo libro sprezzante fino a richiamare il fatto che ‘cristiano’ e ‘cretino’ condividono la radice linguistica, insisto ostinatamente, per capire qualcosa di più intorno questo ‘Figlio dell’uomo’ che è Gesù di Nazareth, e ad ogni capitolo, ogni paragrafo, ogni pagina mi tornano in mente due figure che fanno capoccetta nei Vangeli, apparentemente antitetiche, in realtà fatte della stessa materia di cui sono fatti gli incubi.
Il fariseo cinico che salta su mentre le discepole e i discepoli raccolgono spighe di grano tenero per ingannare la fame, e rimprovera Gesù perché lascia fare loro un ‘lavoro’ – attività proibita dalla Legge nel giorno del sabato. E Gesù, alzando vertiginosamente il tono del discorso, gli spiega chi e perché dei due, l’uomo o il sabato, sia fatto per l’altro: “Ora io vi dico che qui c’è qualcosa più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significa: ‘Misericordia voglio non sacrificio’ non avreste condannato individui senza colpa.”
E il seguace ottuso, che di fronte al commovente “Seguimi” di Gesù oppone un cauteloso “Concedimi di andare a seppellire prima mio padre” - e Gesù, operando un crescendo beethoveniano sul tono del discorso, lo sferza con un: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti.”
Ecco, questi seguaci di Gesù, così prudenti, così vogliosi di sacrificio e non appassionati d’amore – che ti ritrovi sempre intorno, e questi avversari di Gesù, così irridenti, così ‘due più due fa quattro punto e basta’ – che ti ritrovi sempre intorno, mi intristiscono. E il coraggio della verità degli altri? E l’allegria del nostro dubbio? Dove sono finite? Immagino di stare accanto a Gesù, questo fratello senza amici, in uno dei suoi viaggi, in uno dei suoi villaggi. È circondato dai farisei presuntuosi e dagli adepti confusi, e non riesce a parlare con il groppo alla gola che ha. Allora disegna - forse la griglia del gioco della trinca, sognando un ragazzo che si metta a giocare con lui – come lui faceva con suo padre, forse da un lato un’incudine e dall’altro un martello, disegna Gesù, sperando di giocare e disperando di elevare il tono del mondo, con un dito tremante disegna nella polvere.




permalink | inviato da il 9/3/2007 alle 6:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
letteratura
7 marzo 2007
descrizioni di descrizioni 23 - Corrado Vivanti e la storia in televisione.
È stata una cattiveria impedire a Corrado Vivanti ed a me di lavorare insieme in televisione. Ci divertivamo, è vero, ma non c’era niente di male. L’avevo conosciuto quand’ero giovane leggendolo sui libri, come uno degli uomini di cultura che fanno dell’Italia un paese degno di essere abitato, e studiato (anche attraverso i suoi lavori - per dirne uno, di condirettore della Storia d’Italia Einaudi). Poi nel 2001 l’ho conosciuto ‘di persona’, lui consulente storico – fra altri - de “La storia siamo noi”, nave ammiraglia di Rai Educational (diretta allora da Renato Parascandolo), io autore – fra altri. Facevamo storia con la televisione, una panoramica e penetrante narrazione audiovisiva, fatta con la precisione della scienza storica e l’immaginazione dell’arte televisiva, fatta di parole e di cose, di date ragionate e immagini rivelatrici, scene di film e arie di melodramma, soggetti virtuali (dal Web) e oggetti materiali (in studio), canzoni cantate-figurate e dialoghi di storici e sociologi e antropologi di tutte le scuole e tutti i colori, di facce comuni e documenti d’archivio, di tradizioni televisive consolidate e invenzioni linguistiche a rotta di collo, insomma una narrazione della “verità effettuale della cosa” e non della “immaginazione di essa”, storia e non ideologia dico (e richiamo la formula machiavelliana per ricordare il Corrado Vivanti curatore dell’edizione critica delle ‘Opere’ dell’immenso scienziato politico fiorentino), una storia integrata - e divertente, rigorosa - e spettacolare. Finché il Centro-Destra ha vinto le elezioni politiche e ci hanno cacciato quasi tutti, dicendo che facevamo una storia “comunista”. Sciocchezze. Basta rivedersi le sessanta puntate di un’ora realizzate nell’anno televisivo 2001-2002 – una caleidoscopica ricostruzione della storia d’Italia - per riconoscere la meschinità di una scusa buona solo a scompaginare un miracoloso pool di costruttori di storia e televisione. Corrado Vivanti era fra tutti noi il più anziano eppure il più vivace, il più saggio eppure il più plastico, il più preciso eppure il più leggero. Adesso me lo ritrovo di nuovo sulla carta: è uscita infatti una nuova edizione di un gran libro di Alexis de Tocqueville (uno scienziato politico che nel tempo suo non era secondo a nessuno, ed è buono pure oggi per capire cosa è stata e cosa può diventare la democrazia dei moderni), ‘La democrazia in America’ è il suo titolo (Einaudi, 2006) a cura proprio di Corrado Vivanti. Finita di leggere la sua prefazione, tanto è bella e promettente che ho provato – proverai anche tu - un momento d’incertezza, come di fronte a certe donne, che a un certo punto non sai decidere se andare avanti fino al testo o contentarti del meglio che possono darti – la prefazione, appunto.



permalink | inviato da il 7/3/2007 alle 3:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
letteratura
22 febbraio 2007
descrizioni di descrizioni 22 - Anna Politkovskaja
Questa Anna Politkovskaja, stroncata a quarantotto anni da Vladimir Putin e i suoi maggiordomi russi perché criticava l’Esercito e la Burocrazia e il Putin in persona, era ed è uno di quei rari esseri umani che fanno della nostra vita difficile una cosa degna d’essere vissuta.
Verso la fine di Proibito parlare (Mondadori, 2007), una selezione degli ultimi articoli da lei pubblicati sul quotidiano “Novaja Gazeta”, libro che ho letto come da ragazzo mangiavo un cestino di ciliege, dentro un articolo intitolato “Da Kiev si può iniziare la fuga”, ho sottolineato la frase: “Se diventi nemico del potere politico… Kiev è il posto ideale per fuggire dalla Russia”. Ed ho latolineato: ‘Come si documenta una situazione per chi ha il desiderio di sapere e si svela una possibilità a chi si ostina a vivere a testa alta – i nemici del potere.’ Naturalmente, per fare questo, Anna Politkovskaja non doveva fuggire lei stessa, è rimasta infatti a scrivere, e l’hanno sparata prima al cuore e poi alla testa.
Più di una volta, leggendo ammirato la capacità di questa giornalista di guardare spietatamente in alto, verso i potenti, e compassionevolmente in basso, verso gli umili - questa donna al tempo stesso superba con i forti e democratica con i deboli – ho pensato al programma di Niccolò Machiavelli: “Così come coloro che disegnino e’ paesi si pongano bassi nel piano a considerare la natura de’ monti e de’ luoghi alti, e per considerare quella de’ bassi si pongano alto sopra monti, similmente a conoscere bene la natura de’ popoli bisogna essere principe, et a conoscere bene quella de’ principi bisogna essere populare.” (Il Principe)




permalink | inviato da il 22/2/2007 alle 8:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
letteratura
15 febbraio 2007
descrizioni di descrizioni 21 - Il sacrificio di Isacco
Ho scritto un post sulla essenza di Dio, in polemica con Joseph Ratzinger. Polemica teorica, non polemica politica. Era il 7 febbraio. Lui, in veste di Benedetto XVI, nella sua prima enciclica ha affermato che Dio è Amore, io invece che Dio (se c’è) è Amore e Indifferenza. Tanto è vero che Dio non mette a disposizione uno dei suoi angeli “ogni volta che un padre sta scannando un figlio, una figlia una madre, un ragazzo un amico, una vicina una bambina”. Mentre scrivevo la mia mente era invasa da tante storie fresche di sangue. E la storia di Abramo e Isacco? – mi sono di seguito domandato da solo, contraddicendomi. Non è la storia di un padre che non scanna il figlio grazie ad un angelo mandato da Dio?
Lo ‘Jahwista’, uno dei grandi scrittori in lingua ebraica, racconta infatti nel X secolo a.C. (trovate il racconto nella Bibbia) che Dio disse ad Abramo: «Prendi tuo figlio Isacco, il tuo unico figlio che ami, e offrilo in olocausto.» Ma quando Abramo “stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio, l'angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». L'angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male!” Ecco. Abramo non sacrifica Isacco grazie ad un “angelo del Signore”. Dio si è mosso in questo caso, un caso divenuto esemplare per tutta la storia umana successiva, Dio si è commosso, Dio è Amore.
La storia è bella e profonda, i grandi scrittori ci stanno per questo, ma naturalmente Dio non c’entra. Se Dio ci fosse e fosse Amore sarebbe forse capace di ordinare – anche per un istante - ad un padre di sacrificargli l’unico figlio adolescente? No. La verità è che la storia di Abramo e Isacco racconta metaforicamente, immaginificamente, il fatto storico che fino ad un certo punto della storia umana i padri sacrificavano i figli. Dio non c’entra in quanto autore dell’ordine del sacrificio di Isacco, e non c’entra nemmeno in quanto autore del suo salvataggio amorevole – attuato attraverso l’angelo. Chi è allora, verosimilmente, concretamente, questo messaggero (“angelo” vuol dire “messaggero”) che ferma la mano di questo padre (“Abramo” vuol dire “padre”)? Rembrandt, un pittore che ammiro, mi ha aiutato a capirlo con i suoi occhi capaci di bellezza e profondità – i grandi pittori ci stanno per questo. Osserviamo insieme questo dipinto (del 1635), questo Sacrificio di Isacco.

La figurazione è incentrata sullo specchiamento delle figure di Isacco e dell’Angelo: di Isacco non vediamo il volto né le mani né le spalle - dell'Angelo vediamo il volto, le mani, le spalle. Ecco cosa ha sentito, compreso, capito, ecco cosa ha visto e ci mostra Rembrandt: mentre Abramo sta per scannare Isacco, qualcuno interviene e glielo impedisce, e questo qualcuno è un giovane come suo figlio, un giovane che ha il volto suo, le mani sue, le spalle sue. Un giovane che è suo figlio. È Isacco stesso – secondo Rembrandt – che ha fermato la mano di Abramo. È il figlio che ha disarmato il padre. Beati i padri che si fanno disarmare dai figli. Dio non c’entra, Dio è rimasto allora, Dio rimane oggi, indifferente, a guardare.
È così? – mi chiedo. E vado alla ricerca di conferme, di contraddizioni, cerco affermazioni, negazioni, discussioni, illuminazioni. Invano. Cerco e non trovo. Rembrandt è solo in questa visione. Ed io, forse, ho sognato il suo sguardo. Finché torno a rivedere il Sacrificio di Isacco di Caravaggio, un pittore che amo, un quadro cronologicamente precedente il quadro di Rembrandt (infatti è del 1602-3).

Osservo, esploro, confronto i due dipinti, intravedo qualcosa che conforta la mia scoperta ma anche qualcosa che contraddice la mia speranza, insomma non trovo la prova certa che anche Caravaggio, prima di Rembrandt, “calpestando una via ancora da nessuno pesta” ha visto e mostrato la specularità formale, l’identità sostanziale, Isacco / Angelo. Sto per abbandonare ancora giovane l’idea quando i miei occhi cadono, abbacinati, a fianco della riproduzione del dipinto sul libro che reggo, su questa notazione filologica: "...fu durante gli arresti domiciliari che Caravaggio rimise mano a questo Sacrificio di Isacco... Isacco è ancora Cecco Boneri, garzone di Caravaggio... Ma Cecco non solo posò per la figura di Isacco, recenti analisi riflettografiche hanno mostrato che Caravaggio usò Cecco come modello anche per l'Angelo e poi modificò il profilo e la capigliatura..." Ecco.




permalink | inviato da il 15/2/2007 alle 8:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
letteratura
29 gennaio 2007
Gesù vero e falso
Ripubblico qui la nota pubblicata sabato 27 gennaio su Alias settimanale de ‘il manifesto’, dove tengo la rubrica quindicinale “Fulmini e saette”. Quella è una rivista, questo è un blog-rivista. Qui scrittori e lettori pari sono: possono dialogare.
Mauro Pesce è un docente universitario e storico del cristianesimo, Corrado Augias è un giornalista detective e scrittore eclettico. Si sono messi insieme per ricostruire “la vita vera” di Gesù (la sua vita storica) districando la sua vita vera e falsa (la sua vita ideologica) tramandata dai Vangeli, ed ecco “Inchiesta su Gesù”, Mondadori editore. Leggiamo.Pesce sostiene che Gesù era un ebreo fedele alla Torah. “Non c’è una sola idea o consuetudine, una sola delle principali iniziative di Gesù che non siano integralmente ebraiche.” Questo è falso. Infatti Gesù ha criticato teoricamente e praticamente la religione ebraica, i suoi rigidi precetti e i suoi rituali ossessivi (vedi per tutti il riposo settimanale - "Il sabato è fatto per l'uomo, non l'uomo per il sabato") e la sacralità delle scritture (vedi il leitmotiv "E' scritto […] ma io vi dico”).Pesce sostiene che Gesù “non ha mai detto di essere cristiano”. Questo è vero. Infatti Gesù non si diceva cristiano - e non si diceva ebreo - per la doppia buona ragione che non era cristiano e non era ebreo. Gesù non osservava fedelmente una antica religione del tempio e del sacrificio (ebraismo) e non intendeva fondare una nuova religione del tempio e del sacrificio (cristianesimo). Erano proprio il tempio e il sacrificio ciò che rifiutava con gli atti e con le parole. Un esempio dirimente per tutti? Gesù scaccia a colpi di frusta i mercanti dai dintorni del tempio. Perché lo fa? Pesce sostiene e fa scrivere ad Augias che “Gesù non ha mai parlato contro i sacrifici”, che “non era contrario per principio ai sacrifici” ma soltanto “verso alcune pratiche che giudicava irrispettose”, come le pratiche mercantili “che prosperavano con la connivenza dei sacerdoti anche nei pressi del tempio”. Insomma Gesù era un moralista. Questo è falso. Gesù superava teoricamente e praticamente (anche con questo gesto) le religioni del sacrificio (compreso l’ebraismo) e fondava la religione dell’amore (che non è il cristianesimo). Questo intendeva dire e fare, ed ha fatto e detto, nella sua vita breve, Gesù, con le buone (i pesci) e con le cattive (la frusta). Ma i cristiani, fin dall’inizio, fin dai discepoli, fin dagli evangelisti, fino a oggi, lo hanno ridotto al fondatore di una ennesima religione del sacrificio e del tempio. Peccato. I laici poi, come abbiamo visto anche in questo tentativo storico-giornalistico di Pesce e Augias, continuano a confondere – nonostante le buone intenzioni - “ciò che Gesù ha in effetti detto, fatto, sperimentato e creduto”. Lo sapeva già Ennio Flaiano: “Di buone intenzioni è lastricato l’inverno.” L’inverno, con la ‘v’, quello del nostro scontento.




permalink | inviato da il 29/1/2007 alle 6:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa
arte
26 gennaio 2007
Rembrandt, Vermeer, il tempo e la virtù
Ho osservato a lungo, l’altro giorno, ad Amsterdam, nelle sale contigue del Rijksmuseum, due serie di quadri di Rembrandt e di Vermeer, e m’è parso, a un certo punto, per questa via, di sentire, comprendere, capire sulla pittura di questi due pittori che ammiro (Rembrandt) e amo (Vermeer) ancora qualcosa e sul tempo e sulla virtù.
I quadri di Rembrandt durano il tempo di un attimo: sono fotografie istantanee, fissano il momento in cui le ciglia battono, penetra un colpo di luce, precipita un secondo. I quadri di Vermeer durano il tempo di un sospiro: non il tempo di un attimo e non il tempo di una scena, non sono fotografia e non sono cinema, durano il tempo di un lungo sguardo, di una sorpresa assaporata, di una completa inspirazione.
Rembrandt è un virtuoso della pittura, nel senso “adesso vi faccio vedere io di che cosa sono capace” (come Welles nel cinema). Vermeer è un virtuoso della pittura, nel senso “guardiamo insieme di che cosa è capace la luce ” (come Dreyer nel cinema).




permalink | inviato da il 26/1/2007 alle 7:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
10 gennaio 2007
Un saggio miope

È un libretto doppiamente saggio e doppiamente miope, questo di Paul Ginsborg: La democrazia che non c’è, Einaudi 2006. Saggio perché mostra la necessità (1) di estendere la democrazia nel campo economico e (2) di combinare la democrazia rappresentativa con la democrazia partecipativa e allargarla tutta intera al genere femminile nel campo politico. Miope perché (1) non vede che sono in crisi non soltanto i piani superiori della politica democratica moderna ma le sue stesse fondamenta: il partito politico e lo Stato nazionale e (2) sottovaluta la riforma intellettuale e morale della prassi blog: che promuove la diffusione dei poteri e l’autonomia dei saperi.




permalink | inviato da il 10/1/2007 alle 0:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
27 dicembre 2006
Mitografia dell'inconscio creatore.

Di una sola cosa hanno parlato scrivendosi per trent’anni Georges Simenon e Federico Fellini: la figura del creatore, della quale si stimavano reciprocamente manifestazione esemplare. “Per quanto riguarda la mia modesta persona, a chi mi chiedesse che cos’è un creatore risponderei senza esitazione: ‘Guardate Fellini’. Perché sei tu il prototipo dei creatori.”(Simenon) “Sei tu l’esempio più luminoso” del creatore: “un medium abitato da visioni.” (Fellini) Il romanziere di Liegi e il regista di Rimini disegnano carteggiando [Carissimo Simenon Mon cher Fellini, Adelphi 1998.] una ellittica mitografia del creatore. I soli di questo sistema solare, i fuochi di questa ellisse? La coppia reale Fellini-Simenon (“E’ miracoloso scoprire di avere un fratello.” Simenon “Un fratello più grande, più intelligente, più buono, generoso, umile e coraggioso...” Fellini) e il tipo ideale elaborato da Jung (“Uno dei grandi spiriti dell’umanità.” Fellini “Ho letto tutta la sua opera. Credo di sapere perchè mi leggeva. Al di sopra dell’intelligenza Jung poneva l’istinto e l’inconscio, soprattutto l’inconscio creatore.” Simenon) Diversamente dall’artista e dall’autore, il creatore è libero dai lacci del soggettivismo e indifferente alle tentazioni dell’onore individuale. “Pagherei non so cosa per riuscire a convincere i miei produttori di lasciarmi fare dei films senza firmarli. Sarebbero infinitamente meglio!” (Fellini) “Il mio sogno era di avere una stanzetta in una via piena di negozi, e di scrivere per guadagnarmi il pane, niente di più.” (Simenon) Dominato dall’istinto e dall’inconscio, il creatore non è assimilabile all’artefice consapevole armato di strumenti e ornato di pensieri, bensì alla primitivissima spugna: “Come spugne, assorbiamo la vita senza saperlo e la restituiamo poi trasformata, ignari del processo alchemico che si è svolto dentro di noi.” (Simenon); o all’inerme e ignaro dormiente: “Un sonnambulo che si muove nel buio luccicante e minaccioso di una miniera profondissima.” (Fellini) Leonardo definisce l’uomo “ transito di cibo”? Simenon e Fellini definiscono il creatore transito d’inconscio. “In due diverse forme d’arte noi perseguiamo lo stesso fine in un modo che si potrebbe definire anti-intellettuale. Sono sempre stato convinto che la creazione sia inconscia.” (Simenon) “Io e il film evitiamo di incontrarci. Ma intanto nei teatri di posa le costruzioni vengono su giorno dopo giorno, i collaboratori si danno da fare con il solito fervore, mentre io ho la costante sensazione di stare ad occuparmi di qualcosa con il distacco e la pace irresponsabile di chi lo fa per conto di un altro.” (Fellini) Il creatore vive al servizio della creazione. “Creare è la sua vita. Il suo destino: Stavo quasi per dire che è suo dovere.” (Simenon) “Quando lavora, si sente d’improvviso sollevato da tutte le responsabilità della vita collettiva. Tutti lo rispettano. Non è più obbligato a dare amicizia, a dare amore, a dare soldi allo Stato, e nemmeno a farsi tagliare i capelli o comprarsi un paio di scarpe.” (Fellini) Il “vero creatore” poi, propriamente non lavora, capolavora. La vera creazione svela l’inutilità della critica. ‘La città delle donne’? “Mai la sua opera ha avuto tanta profondità e potenza.” ‘Ginger e Fred’? “Spettacolo smagliante.”- certifica Simenon mentre, “sempre più esatto, lucido, essenziale, vero” crea a sua volta “interminabilmente capolavori uno dopo l’altro.” (Fellini)

Propongo qui un post che dura non un giorno ma sette. Lo pubblico e parto. Tornerò tra una settimana, leggerò i "commenti" e risponderò, facendoli quello che sono: "dialoghi". Ma è tardi è tardi ormai, è tempo di partir.




permalink | inviato da il 27/12/2006 alle 4:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
2 dicembre 2006
La foto di oggi ritrae un gruppo marmoreo di Jacopo Sansovino - 'Madonna, Bambino, Sant'Anna' - che sta nella chiesa di Sant'Agostino a Roma. Sono tornato a osservarlo di nuovo grazie a Stefania ( www.squilibri.splinder.com ), la quale il 26 novembre, commentando un mio post in cui associavo questa Madonna alla 'Madonna dei pellegrini' di Caravaggio catalogandole sommariamente come "Madonne Distratte", ha scritto dialogando: "In quella del Sansovino non avverto una 'distrazione' quanto piuttosto un abbandono 'rilassato' dei pensieri: c'è una compostezza d'insieme che perdona la breve assenza. Lei è momentaneamente 'altrove' eppure resta lì." Sì, è vero, l'ho accertato, e ve ne faccio doppiamente partecipi, amici e amiche di blog.



permalink | inviato da il 2/12/2006 alle 6:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
26 novembre 2006

Dialogando l’altro ieri con Stefania ( www.squilibri.splinder.com  ) intorno a una cartapesta del Sansovino, ho pensato alle “Madonne Distratte” della pittura italiana - accennando alla Madonna dei Pellegrini del Caravaggio. Ieri sono andato a rileggere una nota stesa l’estate scorsa su quel quadro. Oggi pubblico quella nota e lascio a voi, amica e amico navigatori, il commento. (La foto associata al post ritrae una Madonnina Distratta).

"Qualche tempo fa (sto scrivendo alla fine del giugno 2005) sono andato a vedere la Madonna dei Pellegrini del Caravaggio, che sta nella chiesa di Sant’Agostino, tra Piazza Navona e il Tevere. E non mi hanno colpito le famose sporche piante dei piedi del pellegrino di spalle in primo piano, bensì l’enormità del Bambino e la distrazione della Madonna. Osservo attentamente il quadro, che sta al centro della prima cappella a sinistra, entrando. Sulla destra, in basso, un uomo e una donna, pellegrini, inginocchiati, di profilo, le mani giunte sollevate, i bastoni di viandanti appoggiati alle spalle, gli occhi rivolti in alto, di lato, verso il Bambino. Due viandanti pellegrini, poveri, popolani, dipinti con i terrestri colori delle terre. A sinistra, issata sopra una soglia erta, alta quanto la base di un piedistallo, una giovane donna che regge quel Bambino. Lo sostiene a fatica: il bambino è enorme. Sproporzionato. Sembra un bambino di diciotto-venti mesi, ma è enormemente grande quanto un ragazzo di otto-nove anni. Grande, lungo, affusolato, elegante, ricambia lo sguardo dei due pellegrini, specialmente della vecchia donna, e solleva un braccio, una mano, un dito indice, verso di lei, mentre i suoi piedi galleggiano nell’aria, nuotano nell’ombra. Le mani della giovane donna che lo reggono a stento sono delicate, disegnate, come delicato e disegnato è il panno bianco che protegge la tenera pelle del gran bambino. Panno bianco bianchissimo, diverso diversissimo dal bianco grigio della cuffietta torta di lei e della sbuffata camicia di lui pellegrini. Il Bambino, sebbene nuoti e galleggi nell’aria e nell’ombra, pesa evidentemente, e la mano della giovane donna che lo regge dal basso è gonfia dallo sforzo, e i piedi di lei si incrociano, e un ginocchio avanza per fare da puntello. In alto, le spalle di lei giovane si inclinano, il collo si piega, e il suo volto è tutto preso non però dallo sforzo, non dalla circostanza, non dal contesto, ma da un pensiero assorbente che la porta lontano, dai pellegrini, dal Bambino, da noi che siamo rapiti dalla sua bellezza, dalla sua grazia, dalla sua distrazione. Tra noi astanti in piedi e lei non c’è che il Bambino. Non ci fosse, sarebbe una giovane donna greca o romana scolpita da un epigono di Fidia o di Prassitele. Ecco, questa giovane donna sembra appartenere ad un altro mondo rispetto al mondo dei due pellegrini, e persino del Bambino, un mondo privo delle ombre in cui la scena è immersa, ombre profonde, davanti a noi che assistiamo. Ma a che cosa stiamo assistendo? Davanti a qualcosa come una nicchia alta sopra un piedistallo c’è un bambino, inquietante, sproporzionato, anticlassico per la sua età di bambino, e ai suoi piedi stanno due classici popolani inginocchiati. Il bambino è Gesù bambino? E la giovane donna che lo regge a stento, classica, arciclassica, bella, distratta, proteggendolo con un delicato panno bianco, vestita di una fine gonna viola e una ricca tunica rosso velluto e d’un drappo profondo blu, è la Vergine? Ma chi era questa modella nella realtà? La modella che ha posato per il Caravaggio si chiamava Maddalena. Faceva di professione la cortigiana. E Caravaggio – racconta una leggenda - l’aveva portata con sé in Sant’Agostino  (chiesa prediletta eletta dalle cortigiane del Seicento a Roma) quando si era rifugiato dentro le sue mura per sfuggire alle conseguenze dell’omicidio del padre di una sua amante. Maddalena. Nomen omen. Una Maddalena. La Maddalena della Galleria Doria Pamphilij è triste perché (come ha mostrato e dimostrato Nefeli - www.nefeli.ilcannocchiale.it - una che la sa più lunga di me sul Caravaggio) priva del bambino, di un bambino, è una donna senza bambino, forse lo ha perso, forse non può averlo, forse teme di non poterlo avere, un bambino. E’ triste perché è senza. E questa Maddalena, che il bambino ce l’ha, perché è triste? Non è suo, il bambino? Il suo bambino è senza padre? O lei l’ha voluto contro tutti, questo bambino, contro i suoi clienti, persino contro i suoi genitori, ed ora che sua madre e suo padre stanno davanti a lui e lei, venuti dalla campagna, dalla provincia, lei pensa non più al bambino, ai clienti, a loro, pensa a qualcun altro, ed è assorbita dalla tristezza. Ma com’era la chiesa di Sant’Agostino al tempo in cui Caravaggio dipinse il quadro? Nella chiesa si trova un gruppo scultoreo del Sansovino, Sant'Anna, Vergine, Bambino - celeberrimo a quei tempi in Roma e fuori, meta di pellegrinaggi e di feste di poeti. Eccolo, il gruppo marmoreo, di fronte a me, appoggiato ad un pilastro centrale della chiesa, su un alto piedistallo. Lo osservo, e nel mio campo visivo, a sinistra, in fondo, sta la Madonna dei Pellegrini del Caravaggio. Penso che Caravaggio ha dipinto il quadro per Sant’Agostino che già ospitava il gruppo marmoreo. E ancora che Caravaggio dialogava sempre con ciò che accadeva intorno a sé: idee del tempo suo, opere artistiche e letterarie, strutture architettoniche. E osservo attentamente. Il bambino del Sansovino dialoga con Sant’Anna (una vecchia), come il bambino del Caravaggio con la vecchia pellegrina. Ma il bambino del Sansovino è perfettamente proporzionato. La Vergine del Sansovino è presa da un pensiero, come la Maddalena del Caravaggio – ma quella in fondo a sinistra si torce allontanandosi dal bambino sproporzionato, questa di fronte in alto guarda all’infinito sulla sua testa. Si somigliano questa Vergine e quella Maddalena, due giovani matrone della antica Roma dotate di un volto greco antico, eppure questa Vergine è serena e tonda e protetta dalla vecchia e tiene comodamente il bambino in grembo, mentre quella Maddalena è tesa e affaticata e regge a stento il bambino e nessuno la protegge. I due in basso si limitano ad adorarla."




permalink | inviato da il 26/11/2006 alle 7:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
23 novembre 2006

Ho rivisto ‘Ceiling zero’, un film diretto da Howard Hawks nel 1936, e mi sono divertito fino alle lacrime. Cosa mi ha portato agli estremi di questo piccolo film del grande Hawks? Il ritmo. (Nell’arte audiovisiva “ritmo” vuol dire “successione articolata nel tempo di rumori, parole, musiche, ambienti, situazioni, movimenti di attori e di cineprese, di piani di ripresa, di durate di inquadrature...). Se immaginiamo – semplificando – il film diviso in quattro movimenti, il primo ha un ritmo veloce, incalzante, serrato. Il secondo inizia a zoppicare, e si spezza. Il terzo è lento, trascinato, disperato. Il quarto torna a correre, allegro solo perché in vista del traguardo. Questi ritmi filmici corrispondono perfettamente ai suoi contenuti drammatici (no, non ve la rivelo la trama di quest’opera: procuratevela e poi mi saprete dire - il titolo italiano del film è ‘Brume’). Il ritmo mi diverte, “la compiuta astrazione del contenuto”- scriveva Sergej M. Ejzenštejn.




permalink | inviato da il 23/11/2006 alle 7:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
17 novembre 2006

Non avrei visto e sentito il film ‘Little Miss Sunshine’ se una donna molto giovane e molto bella (mia figlia) non me lo avesse proposto. Sono irritato dal prepotere distributivo del cinema statunitense. Cosa ne penso criticamente, dopo? Tutto il bene possibile e tutto il male possibile. Il film “funziona” (uso apposta questo orribile verbo che mai uso), tutti sono bravi, si ride, si piange, si digerisce. Ma cosa c’è di inedito, di inaspettato, di inenarrabile, nel contenuto-e-forma di questo film? Niente di niente. E’ un normale-e-spietato film manieristico, fatto della stessa materia di cui sono fatti, no, non gli umani, no, non i loro sogni, ma di cui sono fatti il cinema la radio la televisione il videoclip la pubblicità.




permalink | inviato da il 17/11/2006 alle 5:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
sfoglia
gennaio       

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

blog letto 1 volte

Add to Technorati Favorites


blog-rivista

Questo blog-rivista è una relazione telematica fondata sull’amicizia, un sentimento vivo e reciproco, una benevola disposizione intellettuale e morale.

Questo è un intreccio di lettura e scrittura, un luogo aperto di incontro, conversazione, partecipazione elaborativa, composto dalle rubriche minuscole di 'Fulmini' [autore] e dalle rubriche MAIUSCOLE di 'Saette' [co-autori]:

Dialoghi e Monologhi. IL LEGAME di Venises - che significa Venezie (in francese e in italiano: 22. 'Lezioni di Etica' ovvero LA TESI DI LAUREA DI EINSTEIN, 11 marzo 2008)

Foto e Grafie. I NOSTRI INVIATI di AlfaZita, Leonardo Ancillotto, Lorenzo Levrini, Valerio Magistro, Mara Misuraca, Khùtspe - che in lingua yiddish vuol dire 'faccia tosta', Luigi Russo, Syrah - che è il nome di un vino fruttato bilanciato e secco con note di visciola, ioJulia (64. AlfaZita - Ferrara, 12 marzo 2008, 17 marzo 2008)

PROVE DI DISCUSSIONE (15. Un viaggiatore, 'Il punto di vista di Un viaggiatore' ovvero IL SOGNO DI UNA COSA, 5 marzo 2008)

Poesia e Pittura. LO SPACCO di Umit Inatci (16. 'Auto Critica' ovvero PROFESSORE, SI TOLGA GLI OCCHIALI-BICICLO! IO STESSO RACCONTERO' DEL TEMPO, E DI ME, 14 febbraio 2008)

Racconti e Resoconti. AGATHOTOPIA - 'un buon posto per vivere' in greco antico - di Un viaggiatore (11. 'L'occasione di Ciccio' ovvero L'UOMO DI VETRO, 7 marzo 2008)

Minima moralia. A QUATTRO MANI di Fulmini e Tuoni, @lbelù, AlfaZita e Fulmini [12. AlfaZita e Fulmini, 'Kavafis per noi' ovvero E' FINITA, 4 marzo 2008]

Condivisioni di bloggers: l'evento più importante del mese nell'universo mondo. L'ULTIMOGIORNODELMESE (10. Febbraio 2008. AlfaZita, CIPRO; Claudio Ricci, COLORI; ioJulia, VARSAVIA; Khùtspe, GENOVA, 29 febbraio 2008)

Economia e Politica. IL CROGIOLO di Mario Pennetta (13. 'Il Partito Democratico e la sinistra massimalista' ovvero RIFORMISTI SUL SERIO E COMUNISTI A PAROLE - 22 febbraio 2008)

Audio e Visivo. EYES WIDE OPEN di Fabio Benincasa (8. 'Totò Riina contro Gregory House' ovvero RACCONTARE STORIE E MOSTRARE LA REALTA' SONO DUE COSE DIVERSE, 20 febbraio 2008)

Musica e Spazio. BRICIOLE MUSICALI di Venises, Ponchielli: Danza delle Ore
, 16 marzo 2008.

E' questa la musica che stai, state ascoltando.


Suono e Suoni. IL FONOGRAFO DI EDISON di Lorenzo Levrini (in inglese e in italiano - 3. 'Tecnologia e Musica' ovvero LA MUSICA DIGITALE HA UNIFORMATO IL NOSTRO TEMPO, 29 dicembre 2007)

Scienza e Religione. ZONE DI SOVRAPPOSIZIONE di Petilino (6. 'Dove si domanda se la religione necessita della divinità?' ovvero LA RELIGIONE E' UNA COSA, LA CHIESA UN'ALTRA, 16 marzo 2008)

Conti e Racconti. PROFILI di Mario DG (7. 'Uomini e lupi' ovvero LEI NON SA CHI SIAMO NOI, 19 marzo 2008)

Architetture e architetti. EDIFICI CONTEMPORANEI di Guido Aragona (5. 'Intervista al 'Sacro Volto' di Mario Botta' ovvero NON SETTE MA SETTANTA VOLTE SETTE, 29 febbraio 2008)

Poesie in lingua padre. LA LINGUA RUBATA di AlfaZita (7. 'più su' ovvero SPOSTAMENTI PROGRESSIVI DELLO SGUARDO
, 28 febbraio 2008)

Politica e società. SOCIOGRAFIE di Pietro Pacelli (6. 'Il rivoluzionario di professione' ovvero L'INCUBO DI UNA COSA, 3 marzo 2008)

Cose dell'altro mondo. PURE SCULTURE di Mimmo Pesce (6. 'Torso di Frankenstein', 1981, ANCHE IL MOSTRO HA UNA SUA BELLEZZA, 17 febbraio 2008)

Voci di ragazzi. TEMI MARIANI, ovvero temi in classe degli allievi di Maria Ruggiero (classe II B della Scuola Media Statale 'Caffaro' di Genova-Certosa) 5. Giulia, Una lettera aperta, 17 marzo 2008.

Invito all'Arte. PUNTI DI FUGA di Stefania Mola (4. 'Dall'Oriente con Passione' ovvero  LA PASSIONE E' NEGLI OCCHI DI CHI LA VEDE, 1 marzo 2008)

Davanti alla Legge. DIRITTO E ROVESCIO di 'Giuseppe' (3. 'Pensieri passeggeri sui fondamenti del diritto penale' ovvero E' DIFFICILE COMPIERE IL MALE SE SI HA COSCIENZA DI CIO' CHE SI STA FACENDO, 8 febbraio 2008)

Stato e Contro-Stato. LO STATO DEL MERIDIONE di Filippo Piccione (3. 'I numeri di Mafia + ’Ndrangheta + Camorra' ovvero 18.200 UOMINI DISPOSTI A TUTTO, 10 marzo 2008)

Musica sì ma leggera. LA COLONNA SONORA di Mario DG (2. 'Da Woody Guthrie a Bob Dylan' ovvero IL PRIMO DYLAN NON SI SCORDA MAI, 15 febbraio 2008)

A difesa del prossimo. APOLOGETICA di Giuseppe Nenna (2. 'Knowledge sharing' ovvero ISTRUITEVI, PERCHE' AVREMO BISOGNO DI TUTTA LA VOSTRA INTELLIGENZA, 18 febbraio 2008)

La nuova economia. ECONOMIA DI SOLIDARIETA' di Luis Razeto M. (1. 'Il prezzo giusto' ovvero OLTRE L'ECONOMICISMO (E IL RAZIONALISMO), OLTRE L'ETICISMO (E IL VOLONTARISMO), 21 gennaio 2008)

Sequenze fotografiche. THE LONDON EYE di Lorenzo Levrini (1. 'Cominciamo dall'ovvio' ovvero AVETE GLI OCCHI E VEDETE, AVETE LE ORECCHIE E SENTITE - 25 gennaio 2008)



 
DIZIONARIO di ITALIANO
cerca:  
   


 
DIZIONARIO di FRANCESE
cerca:  
Francese - Italiano  
Italiano - Francese  


 
DIZIONARIO di INGLESE
cerca:  
Inglese - Italiano  
Italiano - Inglese