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SCIENZA
8 gennaio 2008
DIRITTO E ROVESCIO - 2 - Pensieri passeggeri sui fondamenti del diritto penale (parte seconda)
Vi sono diverse teorie che si propongono di render ragione della pena – scrivevo concludendo la prima parte di questo post.

Tali teorie si trovano su qualsiasi manuale di diritto penale, perciò le citiamo appena:

a. secondo la teoria retributiva la pena si legittima come un male inflitto dallo Stato per compensare (retribuire, appunto) il male che un uomo ha inflitto ad un altro uomo od alla società;

b. la teoria generalpreventiva legittima la pena come mezzo per orientare le scelte di comportamento della generalità dei suoi destinatari: in primo luogo, facendo leva sull’effetto intimidatorio; nel lungo periodo, attraverso l’azione pedagogica della norma penale;

c.  la teoria specialpreventiva intende infine la pena come strumento per prevenire che l’autore di un reato commetta in futuro altri reati, assolvendo tale funzione in tre forme:
·    nella forma della risocializzazione, aiutando il condannato ad inserirsi o reinserirsi nella società;
·    nella forma della intimidazione, rispetto alle persone per le quali la pena non può essere strumento di risocializzazione;
·    nella forma della neutralizzazione, quando il destinatario della pena non appaia suscettibile né di risocializzazione né di intimidazione: lo rinchiudiamo in carcere, e non ci si pensa più.

A voler essere sinceri, e noi vogliamo esserlo, quest’ultimo sarebbe un provvedimento di indubbia efficacia per quanto riguarda la sicurezza della società. Ma tale provvedimento non rieduca il condannato.

Ora, se è vero che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, l’unica teoria che si salva è quella specialpreventiva, nella forma della risocializzazione.

Ci saranno anche altre funzioni, per esempio si dice che la pena è rassicurante per la comunità, che ci si tranquillizza quando si vede che i giudici condannano gli imputati. Ma io rimango ancorato alla Costituzione, dove si dice che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato: la sua funzione prima è quest’ultima, e non invece il conforto della società.

Ed allora i vecchi modelli di pena cadono, o vanno quanto meno riconsiderati. L’esempio secondo me più eclatante è quello dell’ergastolo: che prospettive di rieducazione offre?

A me pare che alla base di tutto ciò vi sia una mentalità ristretta, una tendenza a delegare al diritto penale la risoluzione di problemi che invece richiedono un coinvolgimento di più scienze: spesso di fronte a reati particolarmente odiosi sento esclamare “ci vogliono pene più severe”. E queste dichiarazioni mi sembrano rivelatrici della vera funzione che ha per noi la pena. La verità è che la pena è una vendetta.

Rispetto chi soffre, ma sono diffidente quando sento le vittime di certi reati, o i parenti delle vittime, dichiarare “io non voglio vendetta, ma giustizia”. Si parla di giustizia, ma una giustizia che interviene dopo l’offesa non ha senso: deve intervenire prima che venga fatto il male o, al più tardi, nel mentre ch’esso viene posto in essere.

E il diritto come risponde, dopo? La funzione di ristorare il danno, di risarcire la vittima, o i parenti di essa, vorrebbe essere assicurata dal diritto civile, ma è evidente che nel caso di reati gravi il denaro nulla può, anzi, suona come un insulto. E questa funzione, di soddisfare la vittima, non può essere assolta dal diritto penale. Non può essere assolta, giuridicamente, perché la pena deve educare, o rieducare, colui che ha commesso il reato, e non dare soddisfazione a colui che l’ha subito. Ma non può essere assolta neanche nei fatti (parliamo sempre di reati gravi), perché la punizione del colpevole non cancella quanto è avvenuto.

Per quel poco che ho meditato finora, non c’è una “soluzione” unitaria a questo problema: essa va cercata in concreto, caso per caso. Se vogliamo parlarne in astratto, possiamo solo dire ch’essa si articola in infiniti aspetti (come infiniti sono i casi che si presentano) che non possiamo analizzare, qui ed ora.

Possiamo però immaginare dei principi generali. (seguirà la terza ed ultima parte, l’8 febbraio prossimo)

Giuseppe


COMMENTI (Non ho potuto rispondere ai commenti seguiti alla prima parte del mio post. Lo faccio qui. Ai commenti eventuali alla seconda parte del post, questa pubblicata oggi, risponderò nel giro di poche ore.)
 
Per tutti e per ognuno
Fulmini s'è scordato di dire che questa rubrica è curata da entrambi: io e lui scriviamo insieme ed assieme.

Per ilbokkaglio
Ben trovato tu, ilbokkaglio.
Hai colto uno dei pensieri sottesi a queste brevi riflessioni, che cioè ormai anche il diritto non può non discorrere colle altre scienze, ove voglia realmente risolvere i problemi delle creature che popolano questo nostro mondo.
Perché alla fine è questo ciò che dobbiamo fare noi tutti - no? -, risolvere i problemi della gente.
Cominciando dai nostri, naturalmente, per poi, eventualmente, allargare lo sguardo in una prospettiva di solidarietà.
Vorrei evidenziare un altro punto: l'esigenza di attuare pene alternative è umanitaria, sì, ma è dettata anche da una questione pratica, quella di una maggior efficacia nell'opera di rieducazione del delinquente.
Io non sono buonista e non nego che rinchiudendo a vita o condannando a morte la persona si "risolva", se pur parzialmente, il problema (perché - a prescindere dal fatto che la pena di morte fa paura a molti, i quali quindi s'astengono dal delinquere - almeno da quella persona ormai "siamo al sicuro").
È una soluzione, questa della neutralizzazione del delinquente.
Ma ce n'è almeno un'altra: quella di rieducarlo.
Ed è quest'ultima che la nostra Costituzione dispone ed impone.
Siamo d'accordo?

Per Fort
Un saluto a te.
Non ho più sotto mano certi libri che avrei voluto citare per confortare quanto sto per scrivere, dunque devi fidarti.
"La sofferenza corporale è sostitutiva di quella vera, spirituale.
Un bambino non ha ancora quest'ultima e, pertanto, si adotta il "surrogato", la sofferenza corporale, cioè".
Questo dici tu, e questo ti contesto io, sempre che ti abbia capito.
Le scienze psicologiche, l'esperienza, l'osservazione, c'insegnano che il bambino percosso soffre sì fisicamente, ma anche interiormente: è angosciato, distrutto, impaurito, perché "papà è arrabbiato, con me", o pure "la mamma non mi ama".
È possibile far esperire al bambino una "sofferenza spirituale pura", che non s'accompagni al dolore fisico (che porta seco anche altre sofferenze spirituali: l'imbarazzo, quando non la vergogna, l'umiliazione, ...), semplicemente sgridandolo.
Mi pare innegabile che il bambino abbia la capacità di soffrire spiritualmente.
Tanto è vero questo, che vi sono in circolazione alcuni adulti che non hanno ancora rielaborato il dolore causato dalle punizioni materne e paterne: ne soffrono ancora, cioè, quando ormai il dolore fisico ha cessato di imporsi, scomparendo la sofferenza fisica e permanendo quella spirituale.
Passando ad altro punto, usi l'espressione "sofferenza corporale", dandomi così il destro di puntualizzare una contraddizione che affligge questi nostri tempi, una fra le tante, si capisce.
Perché "sofferenza corporale" è espressione generica nella quale rientrano almeno due species, quella della restrizione della libertà personale e quella della tortura.
Le restrizioni fisiche, nel nostro ordinamento, sono la massima espressione della pena cui un adulto può soggiacere, perché la tortura non è giuridicamente ammessa.
E qui, rileviamo appunto la stranezza di non ammettere la tortura per l'adulto e concedere ch'essa si applichi al fanciullo.
Perché questo si concede nel momento in cui si accetta socialmente - pur essendo un reato nemmeno troppo lieve - che nei confronti del bambino si applichi non solo la restrizione fisica (ad es. chiudendolo da solo in una stanza, mandandolo nell'angolino, etc: quello che per un adulto è la reclusione), la quale comunque può essere già intesa come una prima forma di tortura psicologica, perché priva il bambino di quella vicinanza al genitore che gli è necessaria per sentirsi protetto ed amato, la stessa che da adulto cercherà nella persona che avrà eletto come compagna della propria vita, ma si accetta anche, dicevo, la violenza fisica (schiaffi, sculacciate et similia).
Facendo le dovute proporzioni (le sculacciate stanno al bambino come le bastonate all'adulto), io ad entrambe le situazioni non riesco a dare altro nome se non quello di "tortura".
(Ovvio che i termini non possano essere invertiti, perché se sculaccio un adulto quello si mette a ridere, e se applico un bastone alla schiena di un bambino, quello è capace di morire).
E tornando a quanto scritto nel messaggio, sostengo che entrambe le pene, restrizione fisica per gli adulti e percosse contro i bambini, hanno come fondamento l'istinto umano ad uno stato "puro", che porta a reagire violentemente contro la (presunta) offesa.
E chi pone in essere l'una o l'altra brutale reazione ha però bisogno di avvilupparla nel medesimo, delicato involucro del "lo faccio per [ri]educarti".
Ciò è terribilmente ipocrita, per come la vedo io.
Il tutto, sapendo di non aver espresso bene il mio pensiero.

Per Un viaggiatore.
Io invece sì che credo alla pena come deterrente.
Conosco persone che - per loro stessa, candida ammissione - delinquerebbero se non temessero d'esser punite.
Sono intuitivamente d'accordo invece quando dichiari che il libero arbitrio non esiste sempre.
Però nel momento in cui dici che non sempre esiste, ammetti che in una situazione fisiologica esso vi sia, ed è appunto a coloro che si ritrovano a viverla, codesta situazione fisiologica, che la pena si rivolge come deterrente.
Posso ipotizzare anche io, ma io da uomo della strada, basandomi sulla mia limitata esperienza, ed intuitivamente, come dicevo prima, che non tutti abbiano il libero arbitrio, o non l'abbiano con pienezza, in quanto ogni persona [re]agisce in base alle esperienze dell'infanzia (alle "condizioni di vita e di cultura", dici tu).
Ma questi sono miei pensieri che tronco subito: gente più istruita di me potrà parlare di questi temi con maggiore attendibilità, come fai tu quando citi Bonger.
Ecco, a proposito, dal citato pensiero di Bonger pare che costui voglia risolvere i problemi colla sola sociologia.
Io non sono d'accordo, naturalmente, ma glielo perdono, questo pensiero, perché la citazione è simpatica, e bene hai fatto a rendercene partecipi.

Per IlDottoredeiPazzi
Attendi il seguito, dichiari, e il seguito attende te.
Il seguito sei tu che scrivi e poni problemi, questioni e riflessioni e ci spingi e costringi a risponderti e ad interpellarti, a incontrarci e a scontrarci.
Allegra come prospettiva, non trovi?

Per leochedilorenz
Arrossisco e ti ringrazio.
I complimenti li accetto e, dopo essermeli goduti un po', li dirotto verso Fulmini: come spiegato all'inizio, io e lui scriviamo insieme ed assieme.
 
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Questo blog-rivista è una relazione telematica fondata sull’amicizia, un sentimento vivo e reciproco, una benevola disposizione intellettuale e morale.

Questo è un intreccio di lettura e scrittura, un luogo aperto di incontro, conversazione, partecipazione elaborativa, composto dalle rubriche minuscole di 'Fulmini' [autore] e dalle rubriche MAIUSCOLE di 'Saette' [co-autori]:

Dialoghi e Monologhi. IL LEGAME di Venises - che significa Venezie (in francese e in italiano: 22. 'Lezioni di Etica' ovvero LA TESI DI LAUREA DI EINSTEIN, 11 marzo 2008)

Foto e Grafie. I NOSTRI INVIATI di AlfaZita, Leonardo Ancillotto, Lorenzo Levrini, Valerio Magistro, Mara Misuraca, Khùtspe - che in lingua yiddish vuol dire 'faccia tosta', Luigi Russo, Syrah - che è il nome di un vino fruttato bilanciato e secco con note di visciola, ioJulia (64. AlfaZita - Ferrara, 12 marzo 2008, 17 marzo 2008)

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