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20 marzo 2008
EYES WIDE OPEN - 9 - Non è l’America (Ceci n’est pas l’Amérique!)
NB
L'articolo parla del film Non è un paese per vecchi rivelando dettagli sulla trama. Se vi piacciono le sorprese leggetelo solo dopo la visione del film.

Non è un paese per vecchi è piaciuto parecchio ai critici italiani, anche se dando un’occhiata alle recensioni non si capisce bene perché. Su una cosa però quasi tutti sono d’accordo, che è una critica all’American way of life. Questa cosa di solito fa godere il medio critico italiano che così si può consolare di vivere nel migliore dei mediocri mondi possibili. Non ho letto il libro da cui i Coen hanno tratto il film, ma una cosa la posso dire: di tutto si parla in questo film tranne che dell’America.

Si parla del mito, e dunque ci sono gli sceriffi e i cowboy, il killer malvagio come nei film di Leone. Ma appunto il mito del West è come il mito greco: mica riguarda solo l’America o la Grecia, riguarda tutti. Foscolo o Von Kleist potevano evocare figure della Grecia classica riadattandole alle loro poetiche come Leone poteva ambientare una tragedia greca nel West.

I Coen manovrano miti universali e ce li mostrano stanchi e consumati. Lo sceriffo vuole solo andare in pensione perché gli fa schifo tutto, il killer è un pazzo nevrotico e il protagonista è una specie di emarginato che si gioca la sua vita e quella della moglie per soldi (e anche lui dice di essere intenzionato ad andare in pensione con i soldi). Compare un Woody Harrelson sicuro di sé col cappello da cowboy e subito si fa ammazzare come un cretino. Le azioni violentissime dei protagonisti sono contrappuntate da dialoghi zeppi di banalità e luoghi comuni. Insomma il mito è rimasto in mutande, altro che western crepuscolare.

Non so se l’avete notato, ma il film si svolge su un confine. Quello fra Messico e USA certo, ma è in realtà ben altro confine, quello che una volta oltrepassato non consente alcun ritorno. Un confine che passa in un deserto costellato di corpi senza vita. A non essere un paese per vecchi non è l’America: i Coen hanno messo in scena un trionfo della morte, un viaggio oltre l'estrema frontiera.

Tralascio l’analisi di scene simboliche con fiumi e cani infernali, ma a un tratto Josh Brolin si ritrova a dover passare la frontiera senza vestiti, come in un rituale pagano. Una specie di guardiano infernale lo interroga al suo passaggio. Avendo saputo che è stato in Vietnam lo lascia passare. Il confine della morte si estende in tutte le direzioni, passa per l’Iraq, per il Tibet, per l’Europa, ammorba la condizione umana, inquieta i sogni dello sceriffo anche dopo la pensione. La morte che mettono in scena i Coen non è rassicurante, non è facile, non dà senso alle cose, è solitaria, casuale, e al tempo stesso obbligatoria, come un tiro di testa o croce. La morte non è l’America, è il destino stesso dell’uomo.

Fabio Benincasa

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Questo blog-rivista è una relazione telematica fondata sull’amicizia, un sentimento vivo e reciproco, una benevola disposizione intellettuale e morale.

Questo è un intreccio di lettura e scrittura, un luogo aperto di incontro, conversazione, partecipazione elaborativa, composto dalle rubriche minuscole di 'Fulmini' [autore] e dalle rubriche MAIUSCOLE di 'Saette' [co-autori]:

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