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fulmini
e saette
2 marzo 2008
Eftimios - 50/42 - fiori-poesie: Trilussa, Lo scialletto
[Per il prato della poesia italiana di tutti i tempi che vado componendo in ricordo di Eftimios - il ragazzo dagli occhi lucenti - ho scelto un fiore-poesia di Trilussa. Un poeta che non è un grande poeta, lo so, e allora perché l’ho scelto? Per la ragione generale che per fare un prato servono fiori di diverse dimensioni, grandi e medie e piccole, come nella ideazione-composizione-esecuzione di una sinfonia. Osservate, ammira un prato fiorito e vedrete, vedrai ciò di cui parlo.

Secondo poi c’è una ragione particolare: racconta una forma d’amore, l’amore coniugale, che Eftimios non ha fatto in tempo e non ha avuto modo di conoscere se non indirettamente, o attraverso opere, e operine come questa.

Fulmini]


Lo scialletto
 
Cor venticello che scartoccia l'arberi
entra una foja in cammera da letto.
È l'inverno che ariva e, come ar solito,
quanno passa de qua, lascia un bijetto.
Jole, infatti, me dice: - Stammatina
me vojo mette quarche cosa addosso;
nun hai sentito ch'aria frizzantina? -
E cava fôri lo scialletto rosso,
che sta riposto fra la naftalina.
 
- M'hai conosciuto proprio co' 'sto scialle:
te ricordi? - me chiede: e, mentre parla,
se l'intorcina stretto su le spalle -
S'è conservato sempre d'un colore:
nun c'è nemmeno l'ombra d'una tarla!
Bisognerebbe ritrovà un sistema,
pe' conservà così pure l'amore... -
E Jole ride, fa l'indiferente:
ma se sente la voce che je trema.
CULTURA
2 febbraio 2008
Eftimios 49/42 (fiori/poesie 7)
Fotografia di trastevere
[fotografie 396 - Fulmini, Roma, quartiere Trastevere, 11 aprile 2007]

I fiori che durano più a lungo sono i fiori-di-parole. Ecco ancora un fiore-poesia per Eftimios.

Viaggio a Montevideo

Io vidi dal ponte della nave
I colli di Spagna
Svanire, nel verde
Dentro il crepuscolo d'oro la bruna terra celando
Come una melodia:
D'ignota scena fanciulla sola
Come una melodia
Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola...
Illanguidiva la sera celeste sul mare:
Pure i dorati silenzii ad ora ad ora dell'ale
Varcaron lentamente in un azzurreggiare: ...
Lontani tinti dei varii colori
Dai più lontani silenzii
Ne la celeste sera varcaron gli uccelli d'oro: la nave
Già cieca varcando battendo la tenebra
Coi nostri naufraghi cuori
Battendo la tenebra l'ale celeste sul mare.
Ma un giorno
Salirono sopra la nave le gravi matrone di Spagna
Da gli occhi torbidi e angelici
Dai seni gravidi di vertigine. Quando
In una baia profonda di un'isola equatoriale
In una baia tranquilla e profonda assai più del cielo notturno
Noi vedemmo sorgere nella luce incantata
Una bianca città addormentata
Ai piedi dei picchi altissimi dei vulcani spenti
Nel soffio torbido dell'equatore: finché
Dopo molte grida e molte ombre di un paese ignoto,
Dopo molto cigolìo di catene e molto acceso fervore
Noi lasciammo la città equatoriale
Verso l'inquieto mare notturno.
Andavamo andavamo, per giorni e per giorni: le navi
gravi di vele molli di caldi soffi incontro passavano lente:
Sì presso di sul cassero a noi ne appariva bronzina
Una fanciulla della razza nuova,
Occhi lucenti e le vesti al vento!
ed ecco: selvaggia a la fine di un giorno che apparve
La riva selvaggia là giù sopra la sconfinata marina:
E vidi come cavalle
Vertiginose che si scioglievano le dune
Verso la prateria senza fine
Deserta senza le case umane
E noi volgemmo fuggendo le dune che apparve
Su un mare giallo de la portentosa dovizia del fiume,
Del continente nuovo la capitale marina.
Limpido fresco ed elettrico era il lume
Della sera e là le alte case parevan deserte
Laggiù sul mar del pirata
De la città abbandonata
Tra il mare giallo e le dune...

Dino Campana

Per l’antologia poetica italiana di tutti i tempi che vado componendo, ho scelto questa poesia di Campana “poeta selvaggio” (come lo chiamava Pasolini) per la ragione generale che  mostra come “la vita” (questo mondo)  e “l’arte” (il mondo parallelo a questo) a volte felicemente s’incontrino, come felicemente si sono incontrate nel corso di tutta la breve esistenza di Eftimios.

Secondo poi c’è una ragione particolare: mostra – ‘Viaggio a Montevideo’ - come l’eco (di parole, di frasi, di rime, di città, di colori, di fanciulle, di deserti) non sia mai ritorno dell’identico - niente ritorna, niente ci può consolare – e che tutto produce un’eco – che non è ripetizione attenuata, ma variazione incantata. I poeti servono a ricordarci spietatamente e dolcemente questa triste e allegra verità.

Fulmini

vita familiare
18 gennaio 2008
Figlio del tuo figlio

[Nasce oggi la nuova rubrica mensile APOLOGETICA di Giuseppe Nenna, che qualcuno di noi conosce telematicamente come 'ethos'. Io l'ho conosciuto completo di corpo al bar lecorbuseriano della Feltrinelli Argentina: sento un tocco sulla spalla mi volto e già sorride.]

Eftimios significa “colui che porta la gioia”

Ho conosciuto Pasquale grazie a Nefeli. Una volta l’ho sentito al citofono, sbagliando il tasto del citofono. Non ci sapevamo ancora ed io percepii una voce accogliente che mi re-indirizzava, garbatamente, alla figlia. Non avevo cognizione del suo lavoro.

Iniziavo a farmene un’idea osservando le foto che cominciavo a frequentare dal suo blog: mai fisse, sempre con una dinamica intima, che tracima dallo schermo e ti entra in casa e nel cervello. Poi leggendolo attraverso i post. Fino ad incontrarlo presso il suo ufficio con balconata su piazzale Argentina, lato Feltrinelli. Anzi, proprio dentro la Feltrinelli. Eppure la sua affabilità meridionale è sempre percorsa da un velo di malinconia, che affiora da occhi carichi di misericordia. Mi chiedevo ove s'abbeverasse quella tristezza in un uomo tanto avvinto dal miracolo dell’esistenza. Fino a danzare con la vita, in due, tre, quattro, mille mondi. Battuti, calpestati, filmati, fotografati, de-scritti.

Lessi.

«
Nella seconda metà del mese di maggio 2002 [l'anno palindromo, "che corre indietro"] ho scritto di getto questa “Vita breve di Eftimios”. Senza un piano, senza uno schema, sono venute fuori queste 42 pagine strutturate fin dal primo momento e dalla prima all’ultima come canti.

In realtà era dal 1987 che ci provavo, a raccontarlo, Eftimios. In tutte le opere che ho realizzato da allora, film, documentari, corti, e libri, saggi, articoli, e programmi televisivi e poesie e racconti, insomma in tutto. In quei quindici anni avevo fatto di me stesso un uomo teso a restituirlo, Eftimios, a chi non lo aveva ancora conosciuto
».

«
Continuo a parlarvi, a parlarti di Eftimios, oltre la sua vita breve, pubblicando e commentando fiori intorno a lui, non fiori recisi, agonizzanti, e nemmeno fiori piantine, moriture, bensì fiori di carta, fiori di parole sempreverdi, fiori-poesie. Lo faccio con i fiori della poesia italiana di tutti i tempi. Un poeta, un fiore-poesia».

«
Certo, si può rivivere la storia di una persona e si può riscrivere la storia di un personaggio, ma non è la sua stessa storia di vita e la medesima sua storia di fantasia. Sono una variazione a partire da un modello e una invenzione a cominciare da un’idea. Ma sono appunto altre storie. Possiamo somigliare quanto vogliamo, puoi scrivere quanto vuoi, siamo sempre tu e io.

Certo, ognuno di noi può comprendere gli altri. Se li comprende tutti è raro. Mi viene in mente Gesù, mi viene in mente Eftimios
».

«
Una locomotiva col fumo bianco sotto il cielo azzurro, una scheggia - come dicono da queste parti. E gli altri? Il campioncino etrusco non credeva potesse perdere. Gli scarpini chiodati, il babbo e la mamma sicuri, le amichette veneranti. Agli stacchi di partenza s’inginocchia, scalcia come ha visto fare in televisione, come gli ha detto l’allenatore, per sciogliere i muscoli, ma in realtà perché è un puledro, un cervo, c’è il sole, le ragazze e deve vincere. Ma non vince, corre, spinge, si agita, s’impalla, ed Eftimios fila via come un treno leggero, col fumo in testa.

Arriva con la coppa di latta bagnata d’oro. Aveva vinto i campionati regionali senza sforzo. E poi, il tumore al cervello, che non gli farà vivere l'estate. Eftimios ha detto mai una parola su Dio? No. Nelle chiese entrava solo per vedere i quadri, gli affreschi, gli stucchi, le sculture
».

«
L’essere umano autonomo, che si dà le regole da solo, e le osserva, rinnovandole continuamente, tenendo in conto gli altri, tutti gli altri, la loro felicità, il loro bene. Autonomo, ho scritto, non indipendente: il rovescio di un ente non è il suo contrario, no?

Le persone si fanno le opinioni imitando gli altri, o contrapponendosi agli altri: “distinguersi per apparire”, no? Eftimios era diverso, costruiva il suo pensiero senza appigli, senza stampelle, senza note a pie’ di pagina. Quando incontrava un problema o un altro essere, partiva dal problema e dall’altro, trovava la sua soluzione, il suo altro. Cominciando sempre, incessantemente, dal principio, sempre di nuovo, sempre nuovo.

Il corpo no. Quello va per conto suo, come una casa, che tende a cadere, a corrompersi, come una nota del pianoforte, che tende a diminuire per quanto si batta forte sulla tastiera. Gli cambiavano il corpo, la natura, i farmaci, i dottori e le dottoresse, lo gonfiavano, lo impallidivano, lo invecchiavano, il tumore è una accelerazione mostruosa del tempo, no? Ma gli occhi? Gli occhi no. Restano sempre gli stessi, sempre uguali al principio. Tu apri gli occhi e hai il tuo sguardo, solo tuo. Il mondo fa bene a rassegnarsi a quel tuo sguardo.

Dietro la faccia, dietro le palpebre, gli occhi di Eftimios sono rimasti sempre gli stessi, fino alla fine, e oltre
».

«
Eftimios non ha mai schiaffeggiato nessuno, ma qualche volta me lo sarei meritato, qualche volta ce lo meritiamo, no? E quella volta?

Quella volta giocavamo alla pari, volevo batterlo a tutti i costi, perché dovesse continuare a tutti i costi, a vivere, a chiedermi la rivincita. I pezzi danzavano sulla scacchiera, come certe donne di prima mattina. Le mosse, diceva Eftimios, non dovevano essere soltanto buone - utili, funzionali, razionali - dovevano essere buone e belle. La scacchiera era come un quadro, è come un quadro, no?

Ma non c’era niente da fare, vinceva lui. Aveva deciso di chiudere la partita.

Ma a modo suo: qualche mossa prima della sua certa vittoria, prima della morte del mio Re, girò gli occhi lucenti mi guardò e mi concesse la patta
».

Eftimios giocò la sua partita fino in fondo, come attraversasse il set per interpretare Antonius Block irridendo alla morte [Ingmar Bergman, “Il settimo sigillo”]. Ed io lo immagino oggi abbracciare Pasquale e Alexandra e Nefeli e Sofia con la levità di chi si è spossessato del corpo, avendolo indossato come aveva annotato Edith Stein:

«
Passeggiando sul filo dei pensieri
urtavamo borghesi benvestiti
che indossavano come abiti buoni
opinioni morali e religioni,
a questo dando il nome
dignitoso e solenne di persone.

Ma l’essere non tollera vestiti
e si fa beffe di tutti i nostri armadi,
non ha bisogno di specchi per sapere
se questo o quello sta bene o male
e la coscienza indossa
soltanto mente, cuore, sangue e ossa»

[Giampiero Pizzol, “A piedi scalzi ”, oratorio in musica dedicato ad Edith Stein]
.

Ai suoi piedi depongo fiori di carta, fiori di parole sempreverdi, fiori-poesie. Alla maniera di Pasquale:
«Questo racconto, questa testimonianza, questa cronaca, questa storia, continueranno in altre opere. Finché vivo. Ma adesso posso morire». Lo annego. Lo annego nella poesia.

«
Quante possibile vite nell’addio
Di questa povera e minima morte,
Quante possibili vite che la sorte
Avrebbe dato al ricordo o all’oblio!
Quando io morirò morirà un passato;
Con questo fiore un avvenire è morto
In acque che ignorano, un aperto
Avvenire dagli astri devastato.
Io, come lei, muoio in infiniti
Destini che il caso non mi porge;
Cerca la mia ombra i logorati miti
Di una patria che sempre fece fronte.
Un breve marmo ne serba la memoria;
Atroce su di noi cresce la storia».

[Jorge Luis Borges, “In memoria di Angelica”, in “La rosa profonda”. Angélica de Torre, nipote di JLB, morì annegata a 5 anni in una piscina]
.

Ma come uno Stalker:

«
Che si avverino i loro desideri e che diventino indifesi come bambini, perché la debolezza è potenza e la forza è niente. Quando l’uomo nasce è debole e duttile, quando muore è forte è rigido. Così come l’albero: mentre cresce è tenero e flessibile, quando è duro e secco, muore. Rigidità e forza sono compagne della morte, debolezza e flessibilità esprimono la freschezza dell’esistenza. Ciò che si è irrigidito non vincerà».

Blasfemo, parafraso Dante, canto il XXXIII canto del Paradiso:

«
Vergine padre, figlio del tuo Figlio, umile ed alto più che creatura, termine fisso d'eterno consiglio».

HESITATION

[Paolo Conte, Aguaplano, AD 1987]

Oggi nasceva Eftimios. Oggi Eftimios sorride. Eftimios significa “colui che porta la gioia”.

Link map
: nefeli|fulmini 1663872|1687084|1622671|1586321|1562088|1548889|
il settimo sigillo|pizzol|edith stein|stalker|stallo|hesitation|1694485|gioia

letteratura
2 gennaio 2008
Eftimios 48/42 (fiori/poesie 6)

[fotografie 370 - Roma, Piazzale Flaminio, dicembre 2007]

 

I fiori che durano più a lungo tra i fiori della terra sono i fiori-di-parole, i fiori-poesie. Ecco oggi fiorire nel cielo di Eftimios

 

La Morte co la coda

 

Qua nun ze n’esce: o semo giacubbini (1),
o credemo a la lègge der Signore.
Si ce credemo, o minenti o paini
(2),
la morte è un passo che ve gela er core.

Se curre a le commedie, a li festini,

se va pe l’ostarie, se fa l’amore,

se trafica, s’impozzeno quadrino (3),

se fa d’ogn’erba un fascio… eppoi se more!

 

E doppo? doppo viengheno li guai.

Doppo c’è l’antra vita, un antro monno,

che dura sempre e nun finisce mai!

 

È un penziere que mai, che te squinterna (4)!

Eppuro, o bene o male, o a galla o a fonno,

sta cana (5) eternità dev’èsse eterna!

 

Giuseppe Gioacchino Belli

 

(1) atei

(2) popolani o signori

(3) s’accumulano soldi

(4) ti sgomenta

(5) crudele, nemica, barbara

 

Ho scelto questo tra i duemila sonetti del Belli per la ragione generale che – per usare le parole sante di un amico di nome Emerico Giachery (‘Belli e Roma. Tra Carnevale e Quaresima, Edizioni Studium . Roma, 2007) qui come sempre il Belli “apre, anzi spalanca le porte al ‘linguaggio della piazza’”. Il linguaggio del Belli, la materia prima dei suoi sonetti, la ‘farina del suo sacco’ non è tutta sua, insomma, ma anche del popolo romano, della ‘plebe’. Belli poeta è della razza di Bartòk musicista. Chissà quando Venises ci farà sentire, e capire, una musica di Bartòk. Speriamo presto, e preghiamo Apollo che sia l’Allegro Barbaro.

 

Secondo poi c’è una ragione particolare: una certa visione tragica della vita, e della morte come liberazione, che condivido col poeta romanesco.

 

 

Fulmini

letteratura
2 dicembre 2007
Eftimios 47/42 (fiori/poesie 5)
Il fiore che dura più a lungo tra i fiori della terra è il fiore di parole, il fiore-poesia, perciò oggi pianto nel cielo di Eftimios

Fratelli

Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla sua
fragilità

fratelli

Giuseppe Ungaretti

La ragione generale per cui prediligo questa fra altre poesie del nostro poeta alessandrino è che l’ha riscritta migliorandola (questa è la redazione finale, del 1943) – operazione difficile, e pericolosa: come rientrare in una antica tempesta intellettuale-emotiva-creativa e uscirne vittoriosi?

Secondo poi, in particolare nota - ti prego – lettore/ lettrice che parla del sentimento della fraternità, e noi stiamo provando a fare insieme un blog-rivista fondato sulla fraternità. Non – badate, bada bene – sulla fraternità della famiglia biologica, ma del gruppo amicale. Anche in questo Gesù di  Nazareth ha aperto la strada.

Fulmini

letteratura
25 novembre 2007
Eftimios 46/42 (fiori/poesie 4)
Il fiore/poesia che oggi pianto tra il cielo e la terra di Eftimios è una canzone di Paolo Conte, nata nell’anno in cui Eftimios scompariva ai nostri occhi velati:

HESITATION

Io li sentivo parlare
dietro la porta del pomeriggio
chiusa a chiave
naturalmente dalla mia parte,
si capiva molto poco, quasi niente,
ma qualcosa si intuiva,
si indovinava una specie di salto
nei loro pensieri…

Hesitation,
con una gamba per volta,
hesitation in love…

Sotto la porta il tappeto
sembrava come elettrizzato,
le rose donate erano lì
in attesa di venire capite,
era una scena d’amore
e di esitazione stupenda,
io avrei voluto dare una mano
non so bene se a lei o lui…

La ragione generale per cui scelgo un testo parlato di Paolo Conte sta nel fatto che questo cantore scrive i versi sempre dopo la musica, dentro la musica. E oggi c’è troppa poesia che non cammina sulla musica, troppa poesia di sole parole.

In particolare, nota – ti prego – lettore, lettrice, quei due ultimi versi, sublimi - ci vuole molta intelligenza e molto amore per essere sublimi – e pensa che Eftimios continua a voler dare una mano, a te che leggi ed a me che scrivo.

Fulmini

CULTURA
18 novembre 2007
Diario della Sera - 88 - Eftimios e IL SUGGERITORE
EFTIMIOS 45/42 (fiori-poesie)

   I’ vegno ‘l giorno a te ‘nfinite volte
e trovoti pensar troppo vilmente:
molto mi dol della gentil tua mente
e d’assai tue vertù che ti son tolte.

   Solevati spiacer persone molte;
tuttor fuggivi l’annoiosa gente;
di me parlavi sì coralemente (1),
che tutte le tue rime avie ricolte.

   Or non ardisco, per la vil tua vita,
far mostramento che tu’ dir (2) mi piaccia,
né ‘n guisa vegno a te, che tu mi veggi.

   Se ‘l presente sonetto spesso leggi,
lo spirito noioso che ti caccia
si partirà da l’anima invilita.

Guido Cavalcanti

Note a piè di pagina
(1)    sì coralemente = con tale amichevolezza
(2)    tu’ dir = la tua produzione poetica



Continuo a parlarvi, a parlarti di Eftimios, oltre la sua vita breve, pubblicando e commentando fiori intorno a lui, non fiori recisi, agonizzanti, e nemmeno fiori piantine, moriture, bensì fiori di carta, fiori di parole sempreverdi, fiori-poesie. Lo faccio con i fiori della poesia italiana di tutti i tempi. Un poeta, un fiore-poesia.

Continuo con I’ VEGNO ‘L GIORNO A TE… di Guido Cavalcanti, un sonetto. Perché pubblico e commento un sonetto? Perché è una poesia dalla chiara forma pre-ordinata. Lo faccio insomma in polemica aperta con la confusa forma post-ordinata dominante l’arte contemporanea.

Questo in generale. In particolare, nota – ti prego – lettore, lettrice, che questo sonetto è un rimprovero, un richiamo, un’esortazione, un incitamento – franchi, chiari, diretti, amichevoli. Di Guido Cavalcanti a Dante Alighieri scombussolato e traviato dalla scomparsa di Beatrice. Che i rapporti amicali producano opere come questa rallegra tutti noi del blog-rivista, questa officina telematica fondata su rapporti amicali, appunto.

Fulmini


IL SUGGERITORE

il Post
che ho scelto fra tutti è ‘L’Arancio delle Nuvole’ e si trova nel blog http://www.ildottoredeipazzi.ilcannocchiale.it/
Ecco un bel post che cuce insieme una foto e un pensiero. Chi di voi indovina quale professione si stia preparando a fare quest’uomo delicato vincerà qualcosa. Non so cosa ma so che vincerà.

la Messa in Scena
Roma, Teatro Tordinona, “Il Filo e le Ombre – Kipria Caterina” di Alexandra Zambà. Fino a domenica 18 novembre, cioè oggi, alle diciotto, tra due ore – a due passi da Piazza Navona. Metti le ali ai piedi.

la CiclOfficina
Nel centro sociale Ex Snia, sulla via Prenestina numero 173, sì, sto parlando di Roma, proprio all’inizio, e passando si vede subito - all’ingresso, in alto, c’è una bicicletta - c’è una CiclOfficina. Ci lavorano amichevolmente due giovani uomini, con questa calma.


[fotografie 339 – Roma, Centro sociale Ex Snia, 11 novembre 2007 18:44:20]

il Kebab
Di fronte al centro sociale Ex Snia, dall’altra parte della via Prenestina, de soslayo, con la coda dell’occhio, ho colto ieri un kebab ‘curdo e turco’. Con i tempi che corrono, chi può, chi la fretta non se lo porta via, chi non ha smesso di sognare il sogno di una cosa, si fermi a rinfrancarsi da quelle parti.

la Locanda

È nata a Roma dalla volontà di alcuni genitori di ragazzi con la sindrome di Down - che ci lavorano come camerieri - la Locanda dei Girasoli. La pizza è buona, il locale è simpatico, i prezzi economici, il resto fatelo voi. L'indirizzo è: Locanda dei Girasoli / Via dei Sulpici, 117 (zona Quadraro), il telefono: 06/7610194, il sito: www.lalocandadeigirasoli.it



CULTURA
11 novembre 2007
Eftimios 44/42 - fiori/poesie 2

Un tordo vive in ozio
nell’orto di mio zio:
appena fa uno zirlo
mio zio corre a zittirlo.

Toti Scialoja

Continuo a parlarvi, a parlarti di Eftimios, oltre la sua vita breve, pubblicando e commentando fiori intorno a lui, ma non fiori recisi, agonizzanti, e nemmeno fiori piantine, moriture, bensì fiori di carta, fiori di parole sempreverdi, fiori-poesie. Lo faccio con i fiori della poesia italiana di tutti i tempi. Un poeta, una poesia.

Continuo, dopo ‘Novembre’ di Giovanni Pascoli, con 'Un tordo vive in ozio' di Toti Scialoja, una poesia che amavamo e amiamo, ricordavamo e ricordiamo a memoria, una poesia rimata. Lo faccio con una poesia rimata perché troppi oggi pensano che la poesia moderna debba essere, per essere ‘moderna’, ‘libera’ nel senso di ‘non rimata’, perché la rima sarebbe un impaccio, una mania, una superstizione. No, no. Gramsci ricordava nel suo linguaggio sarcasticamente appassionato un Tizio che si autodefiniva nel biglietto da visita ‘Contemporaneo’. Contemporaneo a chi?

Questo in generale. In particolare, nota – ti prego – lettore, lettrice, che questa poesia è un racconto pieno di surrealtà e realtà. Surrealtà del poeta in rapporto alla realtà del mondo.

Toti Scialoja è stato pittore, poeta, scenografo, docente, critico d’arte: un pentatleta anche lui. L’ho incontrato nell’autunno del 1997 e gli ho proposto di realizzare con lui, per lui, un ritratto-autoritratto, un documentario in soggettiva della sua vita d’artista raccontata da lui medesimo e figurata dall’insieme variegato delle sue opere – sul modello de ‘Le ceneri di Pasolini’ che avevo realizzato qualche anno prima. Mi ascoltò attentamente guardandomi da sotto in su – era simpaticamente basso come un folletto – e mi rispose sorridendo infine “Sì, nella prossima primavera però – aggiunse – ora l’artrite mi angustia troppo, in primavera starò certamente meglio”. Infatti, nella primavera seguente, nel marzo del 1998, morì.

Fulmini


CULTURA
4 novembre 2007
Eftimios - 43 - fiori/poesie in cielo e in terra
Continuo a parlarvi, a parlarti di Eftimios, oltre il racconto-testimonianza della sua vita breve che ho pubblicato fin qui.

Vorrei ora costellarlo intorno, Eftimios - nel suo cielo, e seminarci sopra - alla sua terra, un po’ di fiori, ma non fiori recisi, agonizzanti, e nemmeno fiori piantine, moriture, bensì fiori di carta, fiori di parole, fiori-poesie insomma, sempreverdi. Lo farò con i fiori della poesia italiana di tutti i tempi. Un poeta, una poesia.

Comincio con 'Novembre' di Giovanni Pascoli, una poesia che amavamo, che amiamo, una poesia perfetta. E comincio con la perfezione perché troppi ancora pensano che ‘la perfezione non è di questo mondo’. Amico mio peccatore, amica mia peccatrice, se hai occhi per vedere e orecchie per sentire, leggi e senti questa poesia, e convertiti.

Questo in generale. In particolare, nota – ti prego - che la prima parola di questa poesia suona “gèmmea” con l’accento sulla prima e. Viene da "gemma", da “gemmare”. Memorabile il fatto che Pascoli parli d’autunno e scriva di primavera, no?

Fulmini

Novembre

Gèmmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore…

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini e orti,
di foglie un cader fragile. È l’estate,
fredda, dei morti.

Giovanni Pascoli


[fotografie 324 - Poppi, nel Casentino (da casa di Nicola e Doretta), 17 marzo 2007 07:42:01]
CULTURA
21 ottobre 2007
Eftimios 41/42 - Il cappuccino si freddava in silenzio
[Pubblico qui, unitamente alla penultima pagina di Vita breve di Eftimios, la riproduzione fotografica di uno dei disegni-dipinti di Eftimios, volutamente sovraimpresso alla mia immagine riflessa, per ricordarvi, per ricordarti che questa è una cronaca e una testimonianza (come i Vangeli tutti), un resoconto e un racconto (come La guerra del Peloponneso di Tucidide).]



Non chiedeva mai nulla, Eftimios.

Mai diceva voglio questo, voglio quest’altro, mi compri, mi regali, mi passi il sale, niente. Gli bastava niente per vivere. Gli bastava vivere. Vivere e scrivere. Passava lunghe ore alla sua scrivania. Leggeva, scriveva. Scriveva con le parole, scriveva soprattutto con quei segni che stanno tra le cose e le parole, i disegni. Come Gesù: ricordate, ricordi i suoi segni?

Non dirò una parola sui suoi disegni. Spero che evitino di parlare i medici specialisti sui suoi disegni, e soprattutto i critici estetici. I disegni non hanno bisogno di parole. E disegni Eftimios ne faceva di mille generi. Disegnava disegnando, disegnava vivendo.

Camminava e disegnava. Osservava e disegnava. Pensava e disegnava. Tutte le volte che andavamo in riva al mare, la sua attività preferita era quella di disegnare sulla battigia, dove non si capisce dove finisce la terra e comincia il mare. Con un rametto, con un dito, tracciava linee, costruiva forme, che le onde del mare subito cancellavano, e lui ne faceva altre e altre ancora, senza fine, senza altro fine che disegnare. Ci sono evidentemente cose che non si possono dire, e si devono disegnare.

Certi pomeriggi, nella casa di Colli Aniene prima e poi nella casa tra gli alberi al lago, andavo a trovarlo nella sua camera e lo trovavo alla scrivania. Arrivavo con un cappuccino caldo, non me lo aveva chiesto, non chiedeva mai nulla, ma sapevo che gli piaceva il cappuccino, forse perché, come diceva Cesare Zavattini, non si capisce dove finisce il latte e dove comincia il caffé. Poggiavo il cappuccino al suo fianco e mi ritiravo in punta di piedi. Tornavo dopo un’ora, due ore, lui disegnava, il cappuccino era al suo fianco, ormai freddo. Il cappuccino era freddato in silenzio. Lui disegnava e il resto del mondo freddava in silenzio, stupito.

Fulmini

CULTURA
8 ottobre 2007
Eftimios 39/42 - Un'estate degli anni Settanta andammo verso il mare
Ho una foto sulla scrivania di lato alla finestra.



In bianco e grigio e nero, alta e stretta. A sinistra, Nefeli, le guance pesche, gli occhietti sorridenti, la boccuccia atteggiata a un sorriso dolce, il naso a patatina, la fronte tonda incorniciata da due trecce raccolte a coroncina dietro la nuca, una striscia di pelle che regge qualcosa forse una borsetta girata sui fianchi, una camicetta appena scollata e sbuffata, bianca sparata dal sole che risparmia solo fiorellini ricamati da una mano leggera e sicura, un braccio e la mano scorciati, i pantaloncini retti da un fiocco fine che echeggia l’infinito. Guarda Eftimios.

Di profilo, Eftimios è di profilo. Indossa una maglietta a strisce orizzontali di tutti i bianchi, tutti i grigi, tutti i neri, ordinatamente abbottonata fino in cima. Dalle mezze maniche scendono le sue braccia, scolpite come colonne doriche complete di éntasis, le mani sono fuori campo, pantaloni bianchi, non si vede se corti o lunghi, ma so che sono lunghi. I giocatori di tennis del tempo del pane non giocavano soltanto e sempre in pantaloni lunghi e bianchi?

Al mio fianco come sempre discreta, come sempre, Alexandra. Dietro, il mare Ionio, il mare di mille onde ricce crespe vibranti che sfumano nel cielo grigio chiaro. L’orizzonte è inclinato. Da sinistra a destra. Perché è inclinato? La foto l’ho scattata io, non mi inclino mai, non sono un uomo inclinato. Sembra inclinato da un profondo pensiero silenzioso. Di chi? Guardo, guardo e vedo, infine.

Vedo l’espressione di Eftimios. Ricordi, ricordate l’espressione di quel vitello scolpito da Fidia nel fregio del Partendone, quell’altro giovane condotto senza peccato senza ragione verso la fine prossima? È rapito, non si sa da cosa, come un bambino cullato da una madre, una madre che lo abbraccia piegata d’amore. Dal volto di Eftimios, salgo all’estremità superiore della foto alta e stretta, e trovo il margine inferiore di una nuvola grigio ferro. Già, la nuvola grigio ferro. E la piega della bocca di Eftimios, verso l’alto, ma non sorride, stringe i denti.

Fulmini


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CULTURA
16 settembre 2007
Eftimios 36/42 - Peso si frappone tra me ed Igor
Peso era il nome di un cane lupo bellissimo e autonomo.

Gli avevamo dato quel nome perché da cucciolo mangiava più dei suoi nove fratelli ed era tondo tondo come un uovo, un peso massimo. Crescendo, si era affilato, non era il più grande, non era il più forte, ma i fratelli le sorelle la madre gli obbedivano. Da dove traeva la sua autorevolezza?

Erano rimasti a noi, regalati gli altri e altre, liberi sul vasto terreno della casa tra gli alberi al lago, lui, Peso, la madre, Sascia, e Igor, un fratello, un gregario. Igor era più grande, più robusto, più forte, ma gli era secondo. Sempre, anche quando mangiavano. Portavo fuori, levandola fumante dal camino, la grande pentola di zinco, piena di pezzi di carne ben cotta, la ponevo a terra, mi volgevo ai due e dicevo loro: “E’ ancora troppo calda. Aspettate un po’.” Peso non si muoveva, fino al momento giusto, Igor non riusciva a trattenersi, più d’una volta ogni volta si avvicinava furtivo, per rubarne un pezzo.

Al momento giusto, Peso si sollevava e col suo passo alla John Wayne si accostava alla pentola, sceglieva un bel pezzo, lo portava ai piedi dell’albicocco, tornava, ne sceglieva un altro, lo portava col collo eretto accanto al primo, si accucciava e mangiava, calmo, lento, regale. Igor invece infilava il muso dentro la pentola e non lo levava più fino a che aveva non era pulita, leccata, lavata. Giocavano tra di loro, a volte, Igor per prepararsi alla vita, Peso per giocare. Eftimios li comandava con gli occhi.

Un giorno, di ritorno da un breve viaggio, troviamo la rete del pollaio sfondata, piume di galline faraone sparse dintorno, Peso sotto la quercia, e Igor? Igor era rintanato lontano, il muso nell’erba, due piume di gallina faraona ancora attaccate al naso umido. Era pentito, lo diceva con gli occhi, col collo basso, con la coda tra le gambe, canaglia. Decisi di dargli la giusta punizione. Andai a prendere una canna, la canna è flessibile e non fa troppo male sulla schiena, mi avvicinai e gli comminai una cannata, due, tre. Prima che lo colpissi  per la quarta volta, Peso, sbucato dal nulla, si frappose fra me e lui. Aveva deciso che era giusta di tre, la punizione. Era già morto, Eftimios. Peso aveva preso il suo posto.

Fulmini


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letteratura
9 settembre 2007
EFTIMIOS 35/42 - Il pettirosso, il camino acceso, il salto nella luce.
Il pettirosso è un uccello coraggioso.

Protegge il suo territorio da tutti gli altri pettirossi con una decisione da non crederci. Ce n’era uno che aveva conquistato i dintorni della nostra casa tra gli alberi al lago. Due briciole, uno sguardo, ed era contento. Dove riposasse la notte non si sapeva. All’imbrunire scompariva, ciao a domattina, presto, s’intende. L’indomani era lì ad aspettarci, l’occhio girato verso noi, la coda puntata in alto, il petto gonfio.

L’ottantuno, o l’ottantadue, la casa non era ancora finita. Mancavano le imposte delle finestre e delle porte, gli intonaci, gli impianti, ma il tetto c’era. Arrivarono le imposte, il giorno dopo i muratori dovevano montarle e decidemmo di restare la notte, Eftimios ed io, per evitare che qualcuno li rubasse. Accendemmo un grande fuoco nel camino, che era grande di suo. I ciocchi di castagno scoppiettavano nella caverna, il fuoco ballava in cima, sulle punte che s’infilavano nella cappa, rosa e rosse, ma al centro bianco, d’un bagliore folgorante.

Di solito le persone, tu, io, voi, guardiamo rapiti il fuoco. Sono le fiamme sempre variate che ci attirano, le punte, il movimento, la distruzione. Il centro del fuoco è insostenibile, troppo bianco, troppo fermo, troppo. Eftimios amava il centro. Il centro del fuoco, il centro delle cose, l’essenza, l’anima, il troppo bianco. Stavamo lì, io a guardare le fiamme, lui il centro, e penetra dalla finestra il pettirosso. Si mette a due passi da noi, sul tavolo ancora apparecchiato, come non ci fossimo. Cosa guardava? Il fuoco. Le fiamme?

Eftimios si girò lentamente verso di lui. Si guardarono in silenzio. Tornarono a guardare all’unisono il fuoco. Il pettirosso strinse gli occhi per vedere meglio, sempre meglio, vide, si gonfiò tutto, spiccò il volo verso il fuoco e s’infilò dritto al suo centro, nel bianco incandescente. Subito divenne un punto nero e subito ridiventò tutto bianco. Eftimios strinse gli occhi.

Fulmini


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letteratura
2 settembre 2007
Eftimios 34/42 - Il fringuello. Nero, grigio, verde chiaro, giallo scuro.
Figlio di cacciatore, anche Eftimios ha cacciato, una volta.

Mio padre si chiamava Lucrezio, l’ho seppellito in collina di fronte al mare Ionio e sulla sua tomba ho fatto scrivere ciò che era stato: “cacciatore e scrittore”. Immenso cacciatore, discreto scrittore. Nel tempo in cui cacciare la selvaggina era un’arte, cani addestrati, un colpo solo in canna, ferma, acconsentimento, via! fucilata, riporto, le viscere ai cani, la selvaggina nel carniere.

Ad Eftimios ho insegnato qualcosa, lui mi ha insegnato il resto del mondo, e di me. Lui imparava e insegnava sempre, insieme. Parlare o mostrare e vederlo o sentirlo accanto! Comprendeva ciò che volevi dentro, ciò che dovevi fare, aveva appena già imparato e già insegnava. A Nefeli insegnava a suonare il pianoforte, ad Alexandra il domani, a me lui. Lo stai, lo state imparando? Lo state, lo stai insegnando?

Ogni tanto prendevo il fucile, portavo un fagiano. Avevamo anche una carabina. Un pomeriggio abbiamo fatto il tiro al barattolo, con gli amici venuti a trovarci in cima al mondo. Partecipò anche Eftimios. Sbagliava il bersaglio di poco, ma sempre nella stessa direzione, nel medesimo punto. “Questo è il segno chiaro che sei un grande tiratore in erba.” - gli dissi. “I tiratori veri sbagliano sempre, in principio, sempre nella stessa direzione e colpiscono lo stesso punto.”

Un giorno, di fronte alla finestra dello studio della casa tra gli alberi al lago, a una ventina di passi, arrivò un fringuello, si sistemò in cima a un cardo e si mise ad aspettare. Eftimios stava davanti a me, gli feci un cenno, in punta di piedi andammo a prendere il fucile, gli mostrai come si carica, lo fece e tenendo la canna sempre rivolta in alto come mi aveva visto fare, uscimmo piano, fece pochi passi, lo vide il fringuello, il fringuello vide lui, Eftimios lo puntò e fece fuoco. Colpito! Mi diede il fucile e corse a prenderlo. Tornò camminando piano, col fringuello nelle due palme aperte delle mani. Lo disegnai ancora caldo, nero, grigio, verde chiaro, giallo scuro. Glielo mostrai: “E’ lui, no?” - gli domandai. “Il suo disegno” - rispose.

Fulmini

letteratura
26 agosto 2007
Eftimios 33/42 - La paperella piumino giallo cenerino
L’avevamo comperata in un mercatino rionale.

Aveva il piumaggio dello stesso colore dei capelli di Eftimios. Stava in una scatola di cartone con altre paperelle, ma non si muoveva, non pigolava, piegato il capo ti guardava, vi guardava, pensierosa. Eftimios piegò il capo come lei, dall’altro lato lei lo imitò, poi lui dall’altra, e come lui lei.

La portammo in auto, e fuori faceva freddo, era inverno, era il millenovecentosettantacinque. Eftimios preparò con me una minuscola scatola di cartone, sul fondo un panno, accanto una ciotolina per l’acqua. Lui camminava per le poche stanze dell’appartamento, lei dietro, lui si sedeva alla scrivania, lei gli si sdraiava accanto e poggiava il capo sulle sue scarpe. Le scarpe scamosciate, i pantaloni di velluto a coste morbide e larghe, una camicia col colletto sempre abbottonato, un maglione. Così l’abbiamo vestito alla fine, e messo nella cassa.

Se ne vanno i migliori, si dice. Perché se ne vanno proprio i migliori, quelli che ci servono come il pane, come l’acqua, come il sole? Dove vanno non importa, purché vadano a vivere da qualche parte. Perché non è partito, di notte, Eftimios, per le lontane Americhe, su una nave grande e bianca? Oggi avrebbe trentuno anni, sarebbe grande, alto, bello tra le indiane, o le cilene, con un grande cappello sui riccioli, seguito da tanti figli e figlie come la paperella del settantacinque. Dove allora?

Le bastava niente per vivere, un po’ d’acqua, un pezzettino di pane bagnato, meglio se bagnato, altrimenti – asciutto - lo seguiva e lo spingeva per tutta la stanza ticche ticche ticche, un po’ di sole, poco, e ogni tanto il bagno nella bacinella. Eftimios prendeva la bacinella e lei panoramicava subito, si sollevava di scatto e gli correva dietro. Lui apriva il rubinetto della fontanella del giardinetto e lei saltava saltava gioiosamente. Lui poggiava la bacinella a terra, anzi prima ancora di poggiarla lei si tuffava, e immersioni, spruzzamenti, sorrisi, nuotatine corte, perle di sole, perle di vento, perle di lacrime. Un giorno io distratto le misi un piede sopra, le uscì un filo di sangue color malva, la misi nella busta della spazzatura. C’è qualcuno da qualche parte dell’universo che mette il piede distratto sugli innocenti di questo mondo? Eftimios osservò tutto e tacque tutto.

Fulmini

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blog-rivista

Questo blog-rivista è una relazione telematica fondata sull’amicizia, un sentimento vivo e reciproco, una benevola disposizione intellettuale e morale.

Questo è un intreccio di lettura e scrittura, un luogo aperto di incontro, conversazione, partecipazione elaborativa, composto dalle rubriche minuscole di 'Fulmini' [autore] e dalle rubriche MAIUSCOLE di 'Saette' [co-autori]:

Dialoghi e Monologhi. IL LEGAME di Venises - che significa Venezie (in francese e in italiano: 22. 'Lezioni di Etica' ovvero LA TESI DI LAUREA DI EINSTEIN, 11 marzo 2008)

Foto e Grafie. I NOSTRI INVIATI di AlfaZita, Leonardo Ancillotto, Lorenzo Levrini, Valerio Magistro, Mara Misuraca, Khùtspe - che in lingua yiddish vuol dire 'faccia tosta', Luigi Russo, Syrah - che è il nome di un vino fruttato bilanciato e secco con note di visciola, ioJulia (64. AlfaZita - Ferrara, 12 marzo 2008, 17 marzo 2008)

PROVE DI DISCUSSIONE (15. Un viaggiatore, 'Il punto di vista di Un viaggiatore' ovvero IL SOGNO DI UNA COSA, 5 marzo 2008)

Poesia e Pittura. LO SPACCO di Umit Inatci (16. 'Auto Critica' ovvero PROFESSORE, SI TOLGA GLI OCCHIALI-BICICLO! IO STESSO RACCONTERO' DEL TEMPO, E DI ME, 14 febbraio 2008)

Racconti e Resoconti. AGATHOTOPIA - 'un buon posto per vivere' in greco antico - di Un viaggiatore (11. 'L'occasione di Ciccio' ovvero L'UOMO DI VETRO, 7 marzo 2008)

Minima moralia. A QUATTRO MANI di Fulmini e Tuoni, @lbelù, AlfaZita e Fulmini [12. AlfaZita e Fulmini, 'Kavafis per noi' ovvero E' FINITA, 4 marzo 2008]

Condivisioni di bloggers: l'evento più importante del mese nell'universo mondo. L'ULTIMOGIORNODELMESE (10. Febbraio 2008. AlfaZita, CIPRO; Claudio Ricci, COLORI; ioJulia, VARSAVIA; Khùtspe, GENOVA, 29 febbraio 2008)

Economia e Politica. IL CROGIOLO di Mario Pennetta (13. 'Il Partito Democratico e la sinistra massimalista' ovvero RIFORMISTI SUL SERIO E COMUNISTI A PAROLE - 22 febbraio 2008)

Audio e Visivo. EYES WIDE OPEN di Fabio Benincasa (8. 'Totò Riina contro Gregory House' ovvero RACCONTARE STORIE E MOSTRARE LA REALTA' SONO DUE COSE DIVERSE, 20 febbraio 2008)

Musica e Spazio. BRICIOLE MUSICALI di Venises, Ponchielli: Danza delle Ore
, 16 marzo 2008.

E' questa la musica che stai, state ascoltando.


Suono e Suoni. IL FONOGRAFO DI EDISON di Lorenzo Levrini (in inglese e in italiano - 3. 'Tecnologia e Musica' ovvero LA MUSICA DIGITALE HA UNIFORMATO IL NOSTRO TEMPO, 29 dicembre 2007)

Scienza e Religione. ZONE DI SOVRAPPOSIZIONE di Petilino (6. 'Dove si domanda se la religione necessita della divinità?' ovvero LA RELIGIONE E' UNA COSA, LA CHIESA UN'ALTRA, 16 marzo 2008)

Conti e Racconti. PROFILI di Mario DG (7. 'Uomini e lupi' ovvero LEI NON SA CHI SIAMO NOI, 19 marzo 2008)

Architetture e architetti. EDIFICI CONTEMPORANEI di Guido Aragona (5. 'Intervista al 'Sacro Volto' di Mario Botta' ovvero NON SETTE MA SETTANTA VOLTE SETTE, 29 febbraio 2008)

Poesie in lingua padre. LA LINGUA RUBATA di AlfaZita (7. 'più su' ovvero SPOSTAMENTI PROGRESSIVI DELLO SGUARDO
, 28 febbraio 2008)

Politica e società. SOCIOGRAFIE di Pietro Pacelli (6. 'Il rivoluzionario di professione' ovvero L'INCUBO DI UNA COSA, 3 marzo 2008)

Cose dell'altro mondo. PURE SCULTURE di Mimmo Pesce (6. 'Torso di Frankenstein', 1981, ANCHE IL MOSTRO HA UNA SUA BELLEZZA, 17 febbraio 2008)

Voci di ragazzi. TEMI MARIANI, ovvero temi in classe degli allievi di Maria Ruggiero (classe II B della Scuola Media Statale 'Caffaro' di Genova-Certosa) 5. Giulia, Una lettera aperta, 17 marzo 2008.

Invito all'Arte. PUNTI DI FUGA di Stefania Mola (4. 'Dall'Oriente con Passione' ovvero  LA PASSIONE E' NEGLI OCCHI DI CHI LA VEDE, 1 marzo 2008)

Davanti alla Legge. DIRITTO E ROVESCIO di 'Giuseppe' (3. 'Pensieri passeggeri sui fondamenti del diritto penale' ovvero E' DIFFICILE COMPIERE IL MALE SE SI HA COSCIENZA DI CIO' CHE SI STA FACENDO, 8 febbraio 2008)

Stato e Contro-Stato. LO STATO DEL MERIDIONE di Filippo Piccione (3. 'I numeri di Mafia + ’Ndrangheta + Camorra' ovvero 18.200 UOMINI DISPOSTI A TUTTO, 10 marzo 2008)

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A difesa del prossimo. APOLOGETICA di Giuseppe Nenna (2. 'Knowledge sharing' ovvero ISTRUITEVI, PERCHE' AVREMO BISOGNO DI TUTTA LA VOSTRA INTELLIGENZA, 18 febbraio 2008)

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