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ECONOMIA
17 luglio 2007
IL CROGIOLO 4 - Unipol, Banca Popolare Italiana - Banca Antonveneta, Rizzoli - Corriere della Sera
Si è scatenata nuovamente, dopo l’estate del 2005, un attacco del centro-destra contro i riformisti dei DS (D’Alema, Fassino, Bersani) per l’affare UNIPOL BNL. Per ricordare brevemente - si trattava del tentativo di acquisto, da parte di una compagnia di assicurazioni, di una banca con un patrimonio il doppio della società acquirente. Su questa operazione esistono delle registrazioni di colloqui intercorsi tra Consorte (Amministratore di Unipol) con esponenti dei DS che si dichiaravano d’accordo sull’operazione. La destra da due anni in varie occasioni ha scatenato una campagna mediatica accusando la sinistra di connivenza con il mondo economico. Ma ne ha i titoli? Nel 2005 erano in corso altre operazioni economiche.
La Banca Popolare Italiana intendeva acquistare La Banca Antonveneta: operazione appoggiata dall’ex Governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, da deputati di Forza Italia, dalla Lega Nord. La magistratura ha indagato, Fiorani Amministratore della Banca è andato in prigione, Fazio si è dimesso, l’operazione non è riuscita.
Terza operazione tentata e non riuscita, l’acquisto di RCS - società che controlla il Corriere della Sera, operazione favorita da gruppi che si rifacevano al centro-destra con l’aiuto di editori - finanzieri spagnoli e francesi di destra. Il fine era quello di spostare la linea editoriale del giornale a destra appoggiando il governo Berlusconi. I referenti politici di queste operazioni erano di destra e di sinistra, alcuni dei protagonisti hanno avuto un ruolo in tutte e tre le operazioni (Ricucci) altri in due (Consorte).
Questa vicenda segnala un degrado delle istituzioni democratiche. La trasversalità di queste operazioni, e cioè la presenza di esponenti di destra e di sinistra nella stessa operazione, fa capire come i confini programmatici, di cultura politica, tra i due schieramenti sono solo proclamati: la gestione del potere (ASL, Province, Regione, Banche, Giornali) viene praticata attraverso accordi segreti tra tutti i partiti. Questo operare senza principi porterà il fragile sistema democratico italiano ad assumere forme proprie dei sistemi istituzionali dei paesi sud-americani. Il post che segue tenta di individuare alcune delle cause che hanno determinato questa situazione.


In questa già calda primavera-estate 2007, sono ritornate prepotentemente alla ribalta le vicende delle operazioni effettuate dai cosiddetti “furbetti del quartierino” nell’estate 2005. Le pubblicazioni dei verbali degli interrogatori, con annesse registrazioni delle telefonate, evidenziano in modo sempre più chiaro il coinvolgimento di tutto il sistema politico italiano col mondo degli affari. Tale coinvolgimento pone una prima riflessione: vi è la consapevolezza che l’alleanza di un politico o di un partito politico con un’impresa può portare all’esclusione arbitraria dal mercato di altre imprese o di altri gruppi economici e che tale comportamento di fatto altera il corretto funzionamento del mercato? I metodi e i soggetti che possono determinare un funzionamento anomalo del mercato sono differenti; il Governatore Fazio ergendosi a difensore del principio dell’italianità delle banche, i politici scendendo in campo e giocando a favore di un impresa contro altre imprese. Ma il punto di domanda principale è questo: è presente nella cultura istituzionale e tra le forze politiche italiane il principio che limiti il ruolo del Parlamento e del Governo alla elaborazione delle leggi che abbiano come fine il corretto funzionamento del mercato? Le vicende di questi ultimi anni, con le annesse registrazioni telefoniche, hanno dimostrato che i legislatori non sono neutrali e si schierano di volta in volta con questo o quel gruppo economico.
Viene dunque a cadere uno dei principi cardine della democrazia rappresentativa.
Uno dei dibattiti storicamente significativi all'Assemblea costituente francese, da cui nacque la costituzione del 1791, fu quello che vide il trionfo di coloro che sostennero che il deputato una volta eletto, diventava il rappresentante della nazione e non era più il rappresentante degli elettori e/o degli interessi economici costituiti. Questo è uno dei principi meno conosciuti e più disattesi in Italia.
Il secondo aspetto, che caratterizza in modo negativo l’andamento del mercato economico -finanziario italiano, è rappresentato dal ruolo delle Authority. In passato molti dei controlli, non solo sul mercato finanziario, ma anche su quello dell’energia, dell’antitrust, per le garanzie delle comunicazioni, venivano svolti presso le Direzioni dei vari Ministeri competenti pertanto con un controllo diretto della politica. Il governo di centro sinistra nel 1996 iniziò ad introdurre nel mercato e nell’ordinamento italiano le Authority indipendenti. Queste dovevano svolgere un ruolo di controllo del mercato e delle società ma per ottemperare a questo i vertici di queste Autorità dovevano essere indipendenti sia dal livello politico che dai soggetti economici controllati. La traduzione italiana di queste strutture, a differenza di quanto avviene nei mercati anglo-sassoni da cui sono state mutuate, è stata di subire un condizionamento sia dalle lobby politiche che dai soggetti economici che avrebbero dovuto controllare. La perdita ad esempio, dei risparmi investiti nelle azioni Parmalat, Cirio, nei Bond argentini sono da addebitare ai mancati controlli di Banca d’Italia e di Consob sul sistema bancario che ha permesso a quest’ultimo di scaricare sul risparmiatore finale titoli con rischio elevato.
Abbiamo delineato solo alcuni elementi che determinano una irregolarità di funzionamento del mercato economico italiano la cui soluzione porterebbe ad un aumento della fiducia del risparmiatore italiano nei confronti del sistema finanziario e ad un incremento degli investimenti  stranieri in Italia finalmente certi nell’esistenza di uno Stato di diritto. Il nascente Partito Democratico dovrebbe porre alla base del suo programma tali punti. Ciò costituirebbe una vera rivoluzione in Italia, infatti, siamo consapevoli che statuti, programmi, abbondino di dichiarazioni e affermazioni sui principi e i valori della democrazia, del libero mercato e sull’importanza della costruzione di uno stato liberale, ma sono i comportamenti che smentiscono tali affermazioni di principio. La causa vera profonda della progressiva deriva istituzionale è rappresentata dal fatto che i partiti politici storicamente in Italia non hanno avuto e non hanno una cultura liberal-democratica (da non confondere con il liberismo). Il PCI era un partito che teorizzava la fuoriuscita dal sistema capitalistico, la DC è progressivamente diventata un partito statalista, il MSI era un partito antisistema, Forza Italia è un partito azienda, i politici che militano oggi nei due ex partiti antisistema prima citati, in assenza di una coerente cultura democratica, si vanno spaccando in due tronconi, chi ritorna a rifugiarsi nelle ideologie e chi si propone come fiancheggiatore di soggetti economici o si mette direttamente in affari per favorire il proprio gruppo di appartenenza. E così ritorniamo agli interrogativi posti all’inizio di questo post.

                                                                Mario Pennetta




permalink | inviato da fulmini il 17/7/2007 alle 6:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa
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