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ECONOMIA
5 giugno 2007
IL CROGIOLO 1 - La fusione Unicredit / Capitalia
[Nasce oggi una nuova rubrica – IL CROGIOLO di Mario Pennetta – che indaga i rapporti tra economia, finanza, politica.]
LA RISTRUTTURAZIONE DEL SISTEMA BANCARIO ITALIANO PORTERA' AD UNA PROGRESSIVA DIPENDENZA DEL MONDO POLITICO DAL SETTORE FINANZIARIO.
Fusione Unicredit - Capitalia ovvero i cambiamenti strutturali nel sistema economico-finanziario italiano.
Continua il processo di aggregazione nel sistema bancario italiano. Dopo la fusione Banca Intesa - S.Paolo è la volta di Unicredit Capitalia. Il sistema si aggrega costruendo dei campioni nazionali, processo questo che in altri paesi europei, Francia ed Inghilterra ad esempio, era partito già nella seconda metà degli anni ottanta. Senza le ultime due fusioni, probabilmente oggi il S.Paolo di Torino potrebbe essere controllato dalla banca spagnola Santander, Banca Intesa dalla banca francese  Credit Agricole e Capitalia dalla banca olandese Abn Amro.
Uno dei risultati di queste due operazioni è che si sono costituite in Italia due banche che per capitalizzazione sono ai primi posti a livello mondiale ed europeo. Unicredit - Capitalia, infatti, con i circa cento miliardi di euro di capitalizzazione occupa il sesto posto tra le banche mondiali ed il secondo in Europa.
L’operazione di fusione di Unicredit – Capitalia intacca gli equilibri oggi esistenti nel sistema finanziario bancario assicurativo italiano, in special modo lungo la filiera Mediobanca-Generali. Infatti Unicredit possiede l’8,82% di Mediobanca mentre Capitalia il 9,6% che sommati porta al 18,5% , percentuale rilevante se consideriamo che a sua volta Mediobanca partecipa Generali al 14,13% ed è l’azionista di riferimento all’interno del patto di sindacato della compagnia di assicurazioni. Uno degli accordi alla base della fusione è di distribuire agli altri azionisti il pacchetto di azioni Mediobanca possedute da Capitalia. Altro impegno preso è quello di cedere le partecipazioni direttamente possedute in Generali, il 2,69% da Capitalia e il 3,76% da Unicredit.
I processi di aggregazione che si stanno attuando sul mercato bancario porteranno alla costituzione di veri e propri conglomerati e determineranno un cambiamento nei rapporti di forza tra finanza politica ed impresa. La storica carenza di capitali privati nell’economia del paese, aveva in passato indotto il sistema ad elaborare forme di finanziamento alle imprese, pubbliche e private, peculiari ed al di fuori dalle logiche di mercato. Le banche pubbliche controllate direttamente dallo Stato fornivano finanziamenti alle grandi imprese pubbliche che rispondevano più a logiche clientelari e/o elettorali che a quelle proprie del mercato. I rapporti di forza in questo caso erano a favore della politica e la finanza (banchieri di nomina prevalentemente politica) ne era solo l’esecutrice.
Il sistema che ruotava intorno alla Mediobanca di Enrico Cuccia era rappresentato dal grande capitalismo delle grandi famiglie fondatrici di gruppi industriali (Agnelli, Pirelli, Falk, ecc.). La crescita nel tempo di queste realtà industriali richiedeva capitali sempre più grandi, che le famiglie non possedevano e che alla lunga avrebbe portato alla perdita del controllo economico delle imprese. Fondamentale fu il ruolo di Mediobanca non solo nel finanziamento a questi gruppi, ma anche e soprattutto nell’invenzione di una architettura finanziaria rappresentata dal sistema delle partecipazioni incrociate, dal controllo a cascata, dal gruppo piramidale nel quale un unico soggetto economico controllava una pluralità di società. Su queste realtà economiche egemone era il ruolo del banchiere Enrico Cuccia mentre subalterno era il ruolo dell’impresa industriale e del tutto assente, come influenza, il sistema partitico.
Modifiche importanti sono state apportate nella governance della struttura del sistema bancario. Nel 1990, infatti, la riforma Amato ha introdotto una nuova figura proprietaria, quella delle fondazioni. Gli istituti di credito furono trasformati in S.p.A. ed il pacchetto azionario fu conferito alle fondazioni. Finalità della norma era quella di avviare un processo che portasse alla completa privatizzazione delle aziende di credito e avviasse un processo di concentrazione. Le fondazioni in effetti hanno favorito nel corso degli anni le aggregazioni nel settore bancario accettando di veder diluire la loro quota nell’azionariato. Infatti appena due anni fa i tre grandi azionisti di Unicredit (le Fondazioni di Verona, Fondazioni Cassa di Risparmio di Torino e Carimonte Holding) detenevano complessivamente il 25% della banca oggi tale partecipazione è scesa al di sotto del 10%. Conseguenza di tali nuovi assetti è dato dal progressivo potere che vanno assumendo i manager nella gestione delle imprese. I managers infatti, stanno emergendo come la nuova figura forte della corporate governance aziendale in grado di esprimere una strategia unitaria per l’impresa e il gruppo. Emergeranno pertanto quei managers esecutivi come Corrado Passera ed Alessandro Profumo, a scapito di figure come Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi che ad oggi hanno interpretato un ruolo politico nella gestione delle banche. L’azionariato diffuso dei grandi gruppi bancari, non ancora configura una public company, ma verso tale assetto la struttura può evolvere anche grazie ai nascenti fondi pensione ed all’industria del risparmio gestito nel suo insieme. Tali processi inoltre sono favoriti anche dall’internalizzazione del lavoro di queste banche, Unicredit infatti, fin dalla fusione con Hypo Vereinsbank nel 2005, è attiva in quattro mercati: Italia, Austria, Germania ed Europa Centro Orientale, in tutto 20 paesi con oltre il 50% del giro di affari generati fuori dall’Italia. Questa nuova configurazione porterà, in un futuro prossimo, ad una progressiva dipendenza del mondo politico dal settore finanziario. Le forme, i tempi e le modalità di tale evoluzione e la configurazione che andrà assumendo il sistema economico - finanziario italiano nel suo complesso, saranno oggetto di analisi nei prossimi mesi.        
Mario Pennetta
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